Unire il popolo del mondo

È arrivata l’ora in cui dobbiamo manifestare
in milioni non contro questo o quello,
ma piuttosto per chi siamo

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In questo periodo di tumulti economici non è facile comprendere da sé come il principio della condivisione possa essere una soluzione ai problemi mondiali, e questo è specialmente vero per molti intellettuali. Ci sono intere biblioteche di libri e rapporti che analizzano ciò che è sbagliato con la società, ma la maggioranza di questi sta cercando di raggiungere  l’impossibile: cioè proporre al governo nuove idee e politiche alternative. Un governo che rappresenta e sostiene la disastrosa commercializzazione delle nostre strutture politiche, economiche e sociali.

Più intellettuale e approfondita è la nostra analisi, più ci invischiamo in un esame infinito della commercializzazione e dei suoi effetti dannosi. E scopriamo che non c’è fine alla sua ragnatela di complessità. Tuttavia non c’è niente di teoretico o accademico riguardo alla famiglia che non ha abbastanza da mangiare, che non può permettersi di vedere un medico, che non ha neanche il diritto, in alcuni paesi, di discutere o di protestare. Più scriviamo e intellettualizziamo, più critichiamo e contestiamo, meno solubili diventano le tante crisi del mondo. Ma se un’analisi più attenta non è la risposta, se nessun libro contiene la soluzione, allora cosa dobbiamo fare?

Non possiamo creare un mondo migliore facendo guerra contro le forze della commercializzazione o cercando di combattere contro i poteri che sostengono l’attuale sistema economico. Siamo ormai andati troppo lontano in una società guidata da forze di mercato sfrenate, e le crisi interconnesse della nostra civiltà non ci lasciano il tempo per delle riforme progressive. I relativamente pochi individui e gruppi che fanno un lavoro enorme per affrontare questi problemi sistemici stanno ora combattendo una guerra perduta, A meno che un gran numero di persone comuni non si schieri dalla loro parte. Né le piccole “breakaway communities” (comunità indipendenti) saranno mai abbastanza forti per invertire la traiettoria attuale verso la catastrofe globale; la concentrazione della ricchezza e del potere economico nelle mani di pochi è diventata troppo estrema per permettere un cambiamento di rotta su larga scala.

L’unica soluzione che rimane è quella di unire le persone di buona volontà di tutto il mondo, e questa è la nostra ultima speranza per la trasformazione sociale su scala planetaria. Perché appena le persone si uniscono in un’ondata mondiale di protesta pacifica, il principio della condivisione si manifesterà naturalmente e automaticamente. Se manca questo essenziale fattore negli affari del mondo contemporaneo, non ci sarà  modo per uscire dall’impasse critico che l’umanità dovrà affrontare negli anni a venire.

La condivisione è innata in ogni persona e integrale al nostro essere, mentre i valori orientati al profitto del commercio non sono una parte della nostra innata natura spirituale. La ricerca personale della ricchezza e del potere deriva dal condizionamento che riceviamo dall’infanzia, rafforzato attraverso l’educazione sbagliata e l’adorazione del successo e dell’affermazione personale. Però non è possibile condizionare qualcuno a cooperare e condividere, è solamente possibile rammentargli chi veramente è. È come il cagnolino Greyhound che corre istintivamente - non ha bisogno di essere addestrato perché è nei suoi geni, si comporterà esattamente come sua madre. Nello stesso modo l’umanità possiede la condivisione nei geni, non una predisposizione innata all’egoismo e alla concorrenza.

L’avidità e l’indifferenza che caratterizzano la nostra società sono state impiantate e condizionate dentro di noi, generazione dopo generazione. Prima di andare a scuola un bambino esprime in modo naturale l’amore e la condivisione nella sua personalità. Questo è il motivo per cui dobbiamo unire le persone di buona volontà di tutto il mondo per cambiare la società a vantaggio di tutti, perché allora ci riconosceremo e ricorderemo istintivamente chi siamo. Le forze della commercializzazione non possono mai prevalere né annientare completamente la condivisione a meno che non distruggano l’intera umanità, perché la condivisione rimarrà sempre nel nostro DNA.

L’unica soluzione, la bacchetta magica, è il potere sorprendente del popolo unito. Molte insurrezioni popolari recenti ci hanno mostrato il potenziale notevole della buona volontà di massa, ma anche questi movimenti hanno rappresentato solo una piccola frazione della popolazione mondiale. Tante persone ancora devono unirsi senza alcuna traccia di “ismo”, senza la leadership di nessun partito politico, e con i giovani in testa. Tutte le manifestazioni che abbiamo già visto non bastano: abbiamo bisogno di centinaia di milioni di persone per le strade del mondo come un accampamento di “Occupy” a livello mondiale che continua giorno dopo giorno - questo può e deve essere ottenuto con la massima urgenza.

Proprio come ai politici non piace quando il popolo manifesta per strada perché allora hanno paura di perdere il loro potere e i loro privilegi, alla commercializzazione non piace quando il popolo si unisce in tutto il mondo. Sa che quando il potere del popolo diventa planetario, le strutture stesse che mantengono il suo controllo sulla società verrano scosse. E siccome la commercializzazione è strutturata da leggi e politiche, innumerevoli accordi economici dovranno essere trasformati mentre una nuova società emerge gradualmente. Nel corso del tempo l’intera organizzazione dell’economia globale dovrà essere rielaborata e semplificata, finché la commercializzazione allenterà finalmente la presa sulla coscienza dell’umanità.

Una umanità

Nessuna altra soluzione funzionerà a meno ché la gente di buona volontà in tutto il mondo insorga tutta insieme. Quando milioni su milioni di persone si riuniscono in protesta da una nazione all’altra, la consapevolezza che siamo un’unica umanità emerge dal subconscio alla coscienza. Allora il principio della condivisione comincerà ad essere manifestato ed espresso in tutto il mondo, nei suoi molteplici e vari modi. Allora possiamo finalmente vedere che tutte le differenze che percepiamo fra le persone sono senza senso, superflue e inutile. E allora possiamo vedere quello che la condivisione significa in pratica; che non abbiamo bisogno di questo, non abbiamo bisogno di quello, abbiamo solamente bisogno di tu ed io. La gente unita. E questo crea gioia, enorme gioia.

Tra non molto potremmo anche vedere come la condivisione funzioni come la pillola magica anti-depressiva del mondo, perché in noi tutti c’è la bontà che non è espressa spesso. Quando cominciamo ad esprimere reciprocamente quella buona volontà, ci sentiamo meglio. Riacquistiamo la nostra dignità. Ci dà forza, e ci dà visione. E questo è esattamente quello che cominciamo a sperimentare ora, tra la morte e la rinascita della società moderna, perché la morte di una società si verifica quando questa società è divisa, quando la gente diventa sempre meno allegra, libera e creativa.  

Milioni di persone in tutto il mondo stanno chiedendo consapevolmente giustizia, ma quello che vediamo in realtà in tutte queste manifestazioni è la richiesta inconscia di condividere. Il motivo per cui non ce ne accorgiamo sono le molte divisioni create all’interno della società dalla commercializzazione e dalle politiche faziose, che alimentano così tanti conflitti attraverso ideologie e credenze e anche tanto auto-compiacimento. Coloro che sono spinti dalle ingiustizie sociali sono praticamente costretti ad impegnarsi in una battaglia contro il sistema, in una lotta per la giustizia. Ma se potessimo comprendere che solo la condivisione può effettuare questa giustizia, allora la cercheremmo in un modo diverso attraverso una richiesta unica e mondiale per la condivisione.

Quando è l’amore che apre il cuore, non possiamo che condividere. Il cuore non andrà mai ‘contro’ il sistema, solo i contenuti della mente possono impegnarsi in una tale lotta per la giustizia sociale. I milioni di persone che chiedono giustizia ‘contro’ il sistema stanno combattendo per un mondo migliore che rispecchi la loro maturità, sincerità e intelligenza. Serve maturità per protestare a favore di cambiamenti al sistema, perché quando uno è maturo, allora è responsabile. E quando uno è responsabile in relazione ai molti problemi nelle nostre società, allora ha solo una scelta, quella di combattere per la giustizia, perché la commercializzazione ha progettato un sistema di ingiustizie in modo quasi architettonico. Ma quando con il cuore e l’amore sopraggiungono anche la maturità e l’intelligenza, allora vedremo l’altra faccia della medaglia della richiesta per la giustizia, cioè la condivisione.

Siamo così condizionati dal sistema e dalle sue ideologie che, per un pelo, non riusciamo a comprendere praticamente che la condivisione è il mezzo per raggiungere la giustizia. Quello che stiamo infatti vedendo in tutto il mondo in così tante manifestazioni di massa è la vibrazione della presenza della condivisione all’interno del cuore umano, che i giovani in particolare cominciano a sentire, al punto da diventare quasi palpabile. La rivoluzione a Tahrir Square all’inizio del 2011, per esempio, ha splendidamente espresso la vibrazione della condivisione come principio divino tra migliaia di persone di estrazione sociale e credenze diverse. Era bello da vedere perché la condivisione, rappresentata dal potere delle persone comuni che si univano senza ismi o ideologie, sempre porterà bellezza e gioia.

Ma che cosa succederà oggi all’attivista che intuitivamente percepisce la semplice verità che la condivisione è il mezzo per eccellenza per raggiungere la giustizia e per assicurare la continuazione della giustizia eternamente? Purtroppo il “bisogno” di giustizia nella nostra società ci ha ipnotizzati a tal punto chi va in strada a richiedere la condivisione si ritrova isolato. Come si può spiegare la visione totale di quello che uno ha provato e capito tra gli assordanti appelli per la responsabilità e la giustizia in ogni paese? È come dire che uno ha visto un disco volante. Continua a parlare di questa rivelazione e stai sicuro che ti consiglieranno di andare a vedere un medico. 

Un’esplosione globale di compassione

Solo attraverso un’esplosione di compassione in tutto il mondo il principio della condivisione può essere gradualmente mantenuto nella nostra società in base alla giustizia, e perciò l’ascesa di una voce unita del popolo è di massima importanza. Solo attraverso compassione, libertà, buonsenso e visione il popolo del mondo può unirsi in una sola voce, percorrere la stessa strada senza fazioni che voltano a sinistra o a destra. Comunismo e socialismo hanno tentato di unire la gente basandosi sul principio della condivisione, ma entrambe queste ideologie sono fallite in pratica perché hanno violato il libero arbitrio dell’umanità. Allora come può il principio della condivisione riuscirci da solo, senza toglierci la nostra libertà? Solo attraverso un’esplosione di compassione in tutto il mondo, come un fiume sbarrato dietro una diga che, alla fine, esonda.

E cosa significherà tale esplosione di compassione, in termini pratici e in base alla condivisione? Significherà l’inizio della fine della fame. Significherà che la richiesta del popolo per porre fine alla fame è così urgente, così travolgente, che non verrà mai permesso alla fame di ritornare. Significherà che una nave enorme, sulle quale i poveri viaggeranno in prima classe, inizerà a navigare verso nuovi orizzonti. Non tutti si imbarcheranno all’inizia, senza dubbio ci saranno sempre quelli che scelgono di rimanere figli della commercializzazione. Ma quando milioni di persone da nazioni diverse si uniscono, pacificamente e senza contrasti politici, i governi del mondo non sapranno cosa fare. Non avranno altra scelta che unirsi finché un programma di emergenza verrà istituito dalle nazioni per porre fine alla fame e alla privazione estrema, una volta per tutte.  

I cuori dei giovani stanno già cominciando a impegnarsi nella rivoluzione pacifica e creativa a cui la condivisione può portare. Potremmo dire che i cuori dell’umanità si stanno lentamente risvegliando, anche se in verità è una liberazione del cuore che sta avvenendo - una liberazione dallo stress e dagli effetti di ismi e commercializzazione. È molto conveniente per la commercializzazione che i cuori dell’umanità siano congelati dal condizionamento della mente. Ma quando la gente condivide contemporaneamente dal profondo del cuore, quando milioni di persone manifestano per strada per porre fine alla fame e alla povertà, allora senza dubbio sapremo che il cuore dell’umanità si sta risvegliando.

Forse allora non vedremo più una divisione fra l’ “attivista” e il resto della società, con il turista che passa per strada, leccando il suo gelato, mentre i manifestanti si ammassano nelle piazze delle città. Quando milioni di persone intorno al mondo richiedono la condivisione in costanti manifestazioni, allora innumerevoli uomini e donne che non hanno mai  manifestato prima verranno coinvolti. Forse solo allora, grazie alle tante persone di buona volontà che servono in posizioni di autorità, cominceremo a vedere la dissoluzione delle leggi e delle politiche che sostengono la commercializzazione e impediscono la condivisione.  

La vera rivoluzione

Una vera rivoluzione non può essere basata su ideologie e credenze, ma solo su un riconoscimento degli attributi del cuore fuso con la ragione. Le rivoluzioni in Medio Oriente nel corso del 2011 sono state immediatamente riconosciute da altri movimenti, per esempio, e subito copiate in tutto il mondo sulla base della logica del cuore. E quando la fusione tra il cuore e la mente in un vasto gruppo di persone, questo può causare avviene un’esplosione di gioia, come se l’anima di ogni individuo cercasse di ballare fra la folla. I funzionari pubblici in giacca e cravatta possono deplorare queste insurrezioni popolari per mancanza di leader o struttura, ma non capiscono che il cuore, per sua natura, si esprime senza esclusioni e senza struttura. 

È qui che possiamo osservare le differenze acute della visione del mondo fra la vecchia coscienza e la nuova. Ed è per questo che dobbiamo  ascoltare e allinearci con le voci dei giovani, ovunque si trovino con le loro bandiere e le tende a dormire in mezzo alle piazze delle città. Un giovane che chiede la libertà da tutti gli ismi che simboleggiano il passato. Un giovane che nasce preparato per immaginare la sola umanità senza ideologie e credenze limitative, in cui l’auto-compiacimento è trasformato in azioni giuste libere dalla paura.

Un giovane infatti che dovrebbe essere considerato un grande alleato del principio della condivisione, perché la commercializzazione odia le menti senza condizionamento che minacciano la sua morsa sulla società, mentre le forze conservatrici nei governi temono i giovani idealisti che minacciano di abbattere i loro ismi. Potremmo pensare che i giovani di oggi siano piuttosto speciali o unici per come esprimono un ritrovato dinamismo ed energia, ma ricordate che i giovani sono sempre stati così - l’unica differenza è che adesso è arrivata la loro ora mentre le vecchie strutture vanno a pezzi, e un nuovo mondo lentamente nasce. Questo è il momento storico decisivo che i giovani aspettano da molte migliaia di anni.

Adesso è l’ora in cui tutti i giovani si uniscano e manifestino in tutto il mondo, rifiutandosi in modo categorico di conformarsi a una società che non gli offre né voce né speranza. Dovrebbero anche riappropriarsi dall’Articolo 25 della Dichiarazione Universale dei Diritti Umani, e rivendicarne le disposizioni come legge della volontà del popolo. Proprio ora quella sacrosanta dichiarazione rimane inattiva, e dovrebbe essere resuscitata dalla gente a cui è sempre appartenuta. Soprattuto dovrebbe diventare la Dichiarazione dei giovani, perché sono loro quelli che possono riportarla nell’arena pubblica del mondo. Ogni rivoluzione ha bisogno di uno slogan, e le vere rivoluzioni di oggi dovrebbero adottare l’Articolo 25 come motto, obiettivo e visione globale.

Spetta poi ai governi strutturare le aspirazioni visionarie dei giovani, e trasformare questa legge che governa il popolo nella legge che governa le nazioni. Innanzitutto, la voce unita della gente deve spazzare via tutte le forze reazionarie dai governi, e poi mettere al potere uomini e donne comuni e saggi sintonizzati con la voce del popolo, con il quale manifestano e che parlano per conto di tutta la razza umana. Questa gente nuova nei governi saprà esattamente come dare struttura alle richieste per la giustizia e la libertà, e si assicurerà che le aspirazioni visionarie dei giovani siano dirette lungo la strada giusta. 

Attuare il principio della condivisione

Alla fine, potremmo dire che il principio della condivisione si attuerà nelle nostre società attraverso il buonsenso che nasce quando il cuore e la mente sono fusi insieme. Quando il cuore è impegnato, quando il buonsenso ispira le nostre decisioni, allora l’ordine e la struttura ne scaturiranno come non abbiamo mai visto prima. Questo processo deve cominciare con un’insurrezione in ogni paese del mondo, con una richiesta unica popolare per la condivisione indirizzata ai leader di governo, e poi attuata in politiche economiche e sociali dall’alto verso il basso. La logistica della condivisione delle risorse deve partire dall’alto per diffondersi verso il basso. Dal livello nazionale giù fino alla gente comune e questo rappresenterà l’inizio di un giusto rapporto fra il popolo e il suo governo.  

Dopo tutto è lo stato che controlla le risorse di una nazione, compresi i miliardi di dollari che sono destinati indebitamente a spese militari e altre spese dannose, o milioni di tonnellate di cibo che vengono continuamente sprecate e lasciate marcire in vasti depositi. Un efficace processo di condivisione economica non può essere istituzionalizzato a livello nazionale e globale se rimane limitato a livello popolare attraverso, per esempio azioni di comunità o tentativi di beneficenza. A questo proposito, l’attuazione della condivisione nelle nostre società non dovrebbe essere confusa con la rinuncia alla proprietà o ricchezza personali, in quanto questo sarebbe equivalente a una forma di furto se imposto alla gente dall’alto con decreti governativi. Vedremo l’arte della condivisione diventare un principio economico quando i governi cambiano fondamentalmente le loro priorità distorte per dare preferenza alle necessità più grandi di tutti i cittadini, e alla fine condivideremo le eccedenze della nazione a beneficio dell’umanità nel suo complesso.

Questo non significa che i governi devono intenzionalmente adottare politiche basate su una singola interpretazione della condivisione, perché si può realizzare una distribuzione più equa delle risorse in una moltitudine di modi diversi. Una nazione può anche iniziare a cooperare con un’altra nazione per far fronte alle crisi finanziarie o per necessità economiche, ma senza adoperare la parola “condivisione” nelle sue politiche governative. Tuttavia non esiste nessuna prospettiva di condividere genuinamente le risorse globali finché ogni nazione non apprenda ciò di cui ha bisogno e ciò che produce in eccesso e poi convalidi questa comprensione in accordi politici ed economici interamente riformati a livello nazionale e internazionale. Quindi, prima o poi, è prevedibile che la condivisione delle risorse diventerà materia obbligatoria di studio ponderato e programmato per i leader eletti e con il pieno sostegno e supporto di tutti i loro elettori.

La sistematizzazione della condivisione come processo globale non è simile a una nozione romantica o sentimentale della generosità e della buona volontà mondiale, ma è invece un’iniziativa logistica enorme che i rappresentanti più esperti di ogni paese avranno bisogno di coordinare e panificare. Possiamo immaginare il principio della condivisione come un consulente fidato che ogni politico responsabile delle politiche deve sempre tenere accanto a sé, con i bisogni dei più poveri ed esclusi ad ispirare le sue decisioni. Col tempo la realizzazione del nuovo ordine e del nuovo sistema in diversi paesi spingerà passo dopo passo i governi ad incontrarsi presso le Nazioni Unite e trovare delle soluzioni collaborative ai problemi del mondo in linea con il principio della condivisione, segnalando così l’inizio di un’amministrazione veramente democratica a nome del bene comune di tutti. 

La giusta distribuzione

Alla luce dei cambiamenti drammatici che ci aspettano, chiunque percepisca la condivisione come una risposta alle crisi convergenti dovrebbe pensare attentamente al significato della ridistribuzione. Questo termine ha connotazioni molto elusive e controverse, e può generare tensione, stress e persino violenza, se incoraggiato nel contesto sbagliato. C’è un significato sano di ridistribuzione che è un risultato della giusta condivisione, come per esempio ridistribuire una tonnellata di pomodori da una regione ad un’altra basandoci su un sistema di scambio equo e reciproco. Ma c’è un altro significato della ridistribuzione che costringe implicitamente i ricchi a cedere le loro proprietà o ricchezze personali. Questo è esattamente quello che il comunismo ha cercato di fare, e potrebbe inevitabilmente coinvolgere una violenta violazione del libero arbitrio.  

Se un governo vuole veramente condividere le risorse della nazione, dovrebbe iniziare a smantellare il macchinario di guerra, altrimenti le finanze procurate saccheggiando le casse dei ricchi verranno probabilmente destinate al bilancio militare piuttosto che ai poveri, propagando ulteriori guerre e rafforzando lo status quo. Perché la gente più ricca e le corporazioni non sono state tassate sufficientemente in primo luogo? Dove vanno i soldi, ai bisogni sociali o ai sussidi perversi? E perché gli sono state date così tante opportunità per accumulare le loro enormi fortune, mentre il governo giocava con le forze di mercato e la commercializzazione?

Era il sistema che permetteva ai ricchi di arricchirsi fino a questo punto ed ora i discepoli dello stesso sistema cercano di costringere i ricchi a ridistribuire la loro ricchezza. Questa è una vecchia tattica, figlia dei modi faziosi del passato, che crea discordia. Ci ha provato il comunismo, ci ha provato il socialismo, e ora ci prova anche il capitalismo. Farà piacere ai populisti che incolpano i ricchi di tutti i problemi sociali, ma non porterà mai una soluzione all’ingiustizia sociale finché il sistema stesso è basato sugli interessi dei privilegiati e dei ricchi.  

Il modo più sicuro per invertire questa disugualianza estrema è che gran parte dell’umanità manifesti per le strade, incessantemente giorno e notte, mossa della visione di un mondo unito chiedendo ad alta voce: “ Basta salvare le banche, basta con l’austerità costante, basta cercare arbitrariamente di tassare i ricchi - è ora di salvare i poveri per un cambiamento attraverso politiche economiche basate sulla condivisone, sulla giustizia e sul buon senso”. È imperativo riflettere su questi problemi da soli con introspezione e auto-consapevolezza senza definire la nostra identità in termini di ciò a cui ci opponiamo, come il capitalismo o i ricchi.

Quindi l’attuazione della condivisione in base alla giustizia deve cominciare con una trasformazione della coscienza umana guidata dalla nostra maturità e dalla logica del cuore. Sarà allora che una nuova comprensione della condivisione potrà nascere nella nostra mente, cambiando tutto il nostro atteggiamento verso la ricchezza e la ridistribuzione. Quando le nazioni del mondo agiscono collettivamente per porre fine alla povertà nella sua totalità, allora la parola “distribuzione” assumerà il suo giusto posto cominciando ad assumere un significato diverso. Allora potremo cominciare a pensare in termini di una distribuzione “giusta” o “imparziale”, e non avremo più bisogno di usare la parola “equo” in relazione al sistema economico mondiale. Questi sono significati importanti su cui riflettere, perché potranno aiutarci ad intuire ciò che la condivisione dovrebbe ottenere nella sua visione corretta ed olistica. La giusta distribuzione va di pari passo con i giusti rapporti umani, ma la “ridistribuzione” - anche con le migliori intenzioni - può emergere solo in una società caratterizzata da furto legittimato, ingiustizia istituzionalizzata e violazione endemica del libero arbitrio umano.

Immaginate se ci fossero milioni di persone che manifestano per la condivisione in tutto il mondo, allora neanche i ricchi avrebbero bisogno di pensare a “ridistribuire” la loro ricchezza. Nessuno avrebbe bisogno di confiscare i loro soldi o di costringerli a sostenere un programma di emergenza per ridistribuire le risorse ai poveri affamati. La voce unita del mondo, tutti insieme per la condivisione e la giustizia, creerà una tale forza nella società che la gente dappertutto seguirà la sua direzione, compresi i miliardari. Tra i ricchi ci sono anche delle brave persone, e molti verranno volontariamente in un tale momento e diranno “eccoci qui”. Probabilmente non vorranno rinunciare forzatamente alla loro ricchezza, ma certamente potrebbero desiderare di condividerla una volta che la schiacciante richiesta popolare per porre fine alla fame e alla povertà ha intenerito il loro cuore. Non sentiranno nemmeno la parola “ridistribuzione” se si affiancano alla gente e condividono la loro ricchezza per sostenere la giustizia sociale. Questo è il livello che dobbiamo raggiungere e che segnerà la vera rivoluzione a cui solo la condivisione può portare.

Certamente la raccolta e la ridistribuzione eque delle entrate fiscali è fondamentale per una società giusta e democratica, e quando le risorse sono condivise in modo più equo, allora non ci possono più essere tali estremi di povertà e ricchezza. Ma nella creazione di tali società dobbiamo rispettare i ricchi tanto quanto i poveri, anche se molti ricchi resistono ai cambiamenti che stanno avvenendo in tutto il mondo. Potrebbe volerci del tempo, ma alla fine queste persone saranno lasciate indietro dalle grida assordanti per una nuova civiltà fondata sul principio della condivisione. 

Studiare il significato della condivisione

Per percepire l’importanza di trasformare la società in questa direzione, sicuramente dobbiamo riflettere attentamente su come interpretare il significato della condivisione in termini politici ed economici. Ad esempio, l’idea che la condivisione significhi “dare da mangiare agli affamati” è, infatti, un’assurdità totale. Chi dice che è “nostro” il cibo da condividere con gli affamati? Solo la commercializzazione lo fa, con la sua furbizia diabolica che condiziona la nostra mente. Che cosa intendiamo quando diciamo che questo cibo ci appartiene mentre alcune parti del mondo non hanno niente da mangiare? Come abbiamo ottenuto quel cibo in primo luogo, in un mondo con un enorme eccesso di cibo pro capite?

Per vedere la moralità all’interno di questa domanda, dovremo indagare sugli ingiusti accordi strutturali che hanno portato ad un mondo pieno di fame e privazioni - l’importazione di cibo a prezzi convenienti, la decimazione dei piccoli proprietari agricoli, la lunga storia di furti e sfruttamento dei poveri e così via. Pensare “questo è il mio cibo e lo condivido con gli affamati” significa non prendere atto del o risolvere il problema. Come possiamo rimanere indifferenti quando ci dicono che la gente sta morendo di fame in altri paesi, e poi pensiamo che il cibo sul nostro piatto sia giustamente nostro?    

Se siamo franchi e onesti con noi stessi, non penseremo mai che questo è il nostro cibo da condividere. Diremo: “Il cibo del mondo appartiene a tutti, quindi voglio che il mio governo cambi il suo atteggiamento verso la povertà per porci fine” . Il significato della condivisione non è “dare da mangiare agli affamati”, ma porre fine irrevocabilmente alla povertà attraverso l’attuazione della giustizia. Purtroppo, nel mondo diviso di oggi in cui “la nutrizione degli affamati è una questione di responsabilità internazionale creata dall’emergenze, la fine della povertà che mette a rischio le vite di tutti può essere realizzata solo attraverso la voce unita della gente del mondo.  

Il principio della condivisione ha anche risvolti duri perché è profondamente allergico a parole come carità, filantropia e anche altruismo - parole che hanno fatto comodo il nostro auto-compiacimento collettivo per millenni. Infatti, cos’è un filantropo se non “qualcuno”, ambizioso e competitivo che si è arricchito imparando a trarre profitto da un sistema sfruttatore e ingiusto? Come ha fatto il filantropo a fare soldi, per quanto altruiste e caricate voli le loro iniziative, se non scoprendo un talento per manipolare il sistema o ereditando la ricchezza che è il prodotto di un sistema basato sullo sfruttamento?

In quale altro modo i dirigenti di grandi aziende possono ricevere milioni di dollari in stipendio, bonus e buonuscita, mentre l’esercito di lavoratori che mantiene il business in operazione viene pagato il minimo secondo la legge, spesso in paesi lontani che non offrono alcun beneficio per i lavoratori? Poi il filantropo, per estendere la sua immagine e la sua reputazione, e mettere in pace la sua coscienza, decide di restituire dei soldi in beneficenza. Non chiede ai lavoratori cosa si dovrebbe fare con quei soldi. In effetti, fa soldi attraverso lo sfruttamento dei lavoratori e ne regala una piccola parte a loro spese.

Dovremmo chiederci: come ci possono essere così tante opportunità per fare miliardi di dollari attraverso la commercializzazione, quando centinaia di milioni di persone rischiano di morire di fame in altre parti del mondo? Vediamo sempre che la persona che sta facendo miliardi inizia a mescolarsi con i politici, e viceversa, ma non vediamo mai un politico affiancarsi alle persone che stanno morendo di fame. 

La condivisione come giustizia non carità 

Se il dizionario dovesse dare una giusta definizione morale della parola carità, affermerebbe: “un atto senza dignità scaturito dell’auto-compiacimento”. È senza dignità perché possiamo sempre fare qualcosa per aiutare ad ottenere giustizia, ma per via del nostro auto-compiacimento ci conviene di più dare le briciole ai bisognosi. E una volta che abbiamo dato abbastanza soldi in beneficienza, la classe dirigente alla fine ci ricompenserà inserendoci in una lista di onorificenze e dandoci un titolo.

Ovviamente nessuno dovrebbe raccomandare l’abolizione della carità che è una necessità veneranda in società in cui milioni di persone sopravvivono in uno stato di estrema povertà e disperazione. Il nostro cuore è essenzialmente benevolo e premuroso, motivo per cui crediamo nel donare in beneficenza quando sentiamo di emergenze umanitarie in paesi lontani. Ma perché tali emergenze umanitarie di proporzioni bibliche continuano a ripetersi più e più volte, nonostante tutto il know-how e il genio  dell’umanità? Pure essendo generosi il nostro auto-compiacimento ci fa donare senza pensare alla giustizia. Non chiediamo collettivamente che il governo ponga fine a queste evitabili emergenze una volta per tutte, qualunque sia la loro causa.  

Quando doniamo in beneficenza senza pensare alla giustizia, poi l’atto di donare non ha niente a che fare con la condivisione delle risorse del mondo. Se la condivisione e la carità fossero personificate e si incontrassero per strada, la condivisione direbbe alla carità: “Chi sei? Non credo che ci siamo incontrati prima”. L’esistenza stessa della carità in un modo di abbondanza simboleggia la divisione che esiste fra i ricchi e i poveri, quelli che hanno e quelli che non hanno. Certo, se i governi implementassero il principio della condivisione su scala globale, sarebbe la fine delle donazioni caritatevoli.

C’è abbastanza cibo nel mondo per sfamare tutti, abbastanza risorse per fornire assistenza sanitaria e abitazioni per tutti, abbastanza conoscenza e tecnologia per permettere anche ai paesi più poveri di soddisfare i loro bisogni. Non importa che percentuale delle risorse mondiali condividiamo collettivamente con la gente che vive in estrema povertà, ci sarà sempre più che abbastanza per soddisfare i bisogni primari di tutti. Come hanno fatto i paesi ricchi ad accumulare così tante risorse e industrie in primo luogo? Di quanto cibo, risorse energetiche, minerali e terra del mondo ci siamo appropriati togliendoli alle popolazioni dei paesi meno industrializzati? Queste sono le domande che ci dobbiamo porre se vogliamo renderci conto da noi stessi della semplice logica della condivisione e della giustizia. 

La strada della condivisione

Non dovremmo accettare le proposizioni di cui sopra a meno di non aver pienamente indagato per noi stessi il significato e le implicazioni della condivisione come soluzione ai problemi del mondo. Potrebbe sembrare troppo idealistico credere che la chiave per la trasformazione sociale risieda nella buona volontà collettiva delle persone comuni, e che nulla cambierà se il potere della gente non si espanderà a livello mondiale. Potremmo diventare leggermente più consapevoli della possibilità di cambiare la situazione mondiale se riflettiamo sulla natura del nostro auto-compiacimento. Tuttavia se non troviamo una completa conferma interna allora, dopo qualche minuto, potremmo presto dimenticarcene e tornare al nostro vecchio condizionamento.

Siamo così influenzati dal nostro ambiente e bombardati dai pensieri degli altri che ci vogliono un certo coraggio, determinazione e perseveranza per pensare liberamente e conoscere sé stessi. Siamo tutti parte del processo della commercializzazione, e siamo tutti alla fin fine responsabili del suo nocivo condizionamento all’interno della nostra società. Tuttavia una volta che il modo della condivisione si è profondamente radicato in noi, allora la rabbia e la passione nate da questa nuova comprensione modelleranno il nostro carattere in modo tale che non ci faremo mai più ingannare dalla commercializzazione. La via della condivisione è universale. Tu ed io, stiamo insieme. Condividiamo. È  così semplice, e lo sarà per sempre.

Le teorie intellettuali sul cambiamento sociale non significheranno nulla a meno che la gente non insorga, spingendo fuori il vecchio ordine e annunciando il nuovo. È in quel momento che inizierà il vero significato della nostra vita, e in cui risiede il vero potere. Potremmo definire i potenti quelli che dirigono enormi compagnie multinazionali, che hanno il capitale necessario per radere la foresta pluviale amazzonica, che hanno un tale controllo sulle risorse da poter dominare la vita della gente. Ma in termini spirituali questo non è affatto potere, è completamente il contrario.  

Il vero potere risiede nello spirito di unione e condivisione fra milioni di persone, che unisce, crea e guarisce su scala mondiale. A differenza dei ricchissimi che vivono solo per loro stessi, il vero potere in senso individuale non divide o distrugge, si distingue invece per l’umiltà, l’inclusività, l’innocuità e il distacco. Da una prospettiva planetaria o di gruppo, rappresenta tutto quello che ci porta alla giustizia sociale e all’equilibrio ambientale, e restituisce energia alla creazione così com’è.  

Quando tutti i paesi si uniscono e condividono le risorse del mondo, quando l’umanità raggiunge l’equilibrio nella coscienza e nella natura - questo è il potere nel vero senso della parola. Tutte le cosiddette persone potenti nella nostra società attuale sono sorrette solo dal commercio, dalle leggi, dalle ideologie e dalle credenze. Ma quando non ci inchiniamo più alla loro autorità e ci uniamo come un tutt’uno, allora vedremo veramente cos’è il potere. Per ripetere uno slogan scritto spesso sui cartelli di protesta: perché abbiamo paura quando loro sono così pochi, e noi siamo così tanti?


Mohammed Mesbahi e il fondatore di STWR.

Assistente editoriale: Adam Parsons.

Photo credit: quinn.anya, flickr creative commons