Un dialogo su protesta, condivisione e giustizia

Con l’aggravarsi della crisi economica, la principale responsabilità dei governi è ridisegnare i nostri sistemi politici ed economici in modo che nessuno muoia di fame. Ma questo non accadrà mai senza un’esplosione di sostegno pubblico senza precedenti, scrive Mohammed Mesbahi. 


Tutti i commenti degli analisti, esperti del sistema finanziario in decomposizione, sono quasi inutili per capire cosa sta realmente accadendo nel mondo oggi. Innumerevoli articoli vengono scritti su come aggiustare l’economia e ripristinare la crescita del sistema, ma hanno senso solo all’interno di un sistema che non era mai sostenibile e ora sta giungendo al termine. Quello che chiamiamo il ‘’sistema’’ è diventato così complicato che sembra avere una vita propria, e nemmeno il banchiere più sofisticato capisce più cosa sta succedendo. Pochi economisti usano termini che significano qualcosa per la persona comune che sta lottando per trovare o mantenere un lavoro, sbarcare il lunario e provvedere alla propria famiglia. Lo scollegamento fra i mondi dei potenti politici nei loro incontri privati e la vita quotidiana delle persone che sono chiamate a servire è più evidente che mai. Però, allo stesso tempo, qualcosa di profondamente nuovo sta accadendo in tutto il mondo che richiede un modo molto più semplice di guardare le cose se vogliamo comprendere cosa significa.

Le proteste che stanno avvenendo in quasi ogni paese sono uno spettacolo magnifico, ma è importante riconoscere che ognuno di noi che partecipa alle proteste contro “il sistema” è anche coinvolto nel caos creato da banchieri e politici. Senza eccezione, facciamo tutti parte del sistema. Se non riconosciamo che la società è un’estensione di noi stessi, allora il risultato finale potrebbe essere caos tremendo e violenza, se la situazione economica continua a peggiorare, mentre i partiti politici di sinistra e destra non riescono a fornire una risposta ai crescenti problemi sociali e alla disuguaglianza. Il sistema è fatto di persone comuni come tu ed io, di uomini e donne con famiglie e figli, ed ecco perché è essenziale non attaccare “il sistema” perché questo sarebbe equivalente ad andare l’uno contro l’altro.

La storia moderna ci insegna che molti governi hanno cercato, con buone intenzioni, di cambiare completamente il sistema. Questo cambiamento è sempre stato imposto su base di un’ideologia politica, ma è arrivata l’ora in cui le ideologie non sono più necessarie. Non c’era niente intrinsecamente di sbagliato con i principi alla base del capitalismo, socialismo e comunismo, ma i governi hanno abusato di questi principi con un atteggiamento oppressivo, violento e arrogante verso il loro popolo in nome di una credenza. Oggi, sempre più persone diventano consapevoli della necessità di liberarsi da questi “ismi” politici che hanno causato così tanta sofferenza e conflitto in tutto il mondo. Ad un decennio dal Duemila sembrerebbe inutile chiamarsi comunista, socialista o capitalista, o credere che la libertà possa essere acquisita indossando un’uniforme - in altre parole, che possiamo distruggere un’ideologia sostituendola con un’altra.

Assistendo alle insurrezioni pacifiche e alle manifestazioni che stanno avvenendo ora, potremmo dire, letteralmente, che la gente sta diventando più consapevole. Senza alcun’aria di superiorità, potremmo dire che molte più persone hanno cominciato a pensare da sé, e non fanno più affidamento su quello che gli dicono di pensare altre persone, non “credono in una credenza”. La scuola non ci aiuta a comprendere che le ideologie sono una negazione della libertà umana, non ci insegna cosa significa essere libero interiormente, ma oggi la gente se ne sta rendendo conto intuitivamente da sé. Ecco quindi tutti i cambiamenti che stanno accadendo così drammaticamente in tutto il mondo.  

Osserviamo la cosiddetta Primavera araba: milioni di persone si sono liberate coraggiosamente dai dittatori che avevano imposto credenze e ideologie sul loro popolo per decenni, ma ora che la rivoluzione si è svolta tante fazioni diverse cercano di imporre l’una sull’altra ogni sorta di nuove credenze. In Egitto, l’esercito ha cercato rapidamente di ricostruire il vecchio sistema basato sul potere e sui privilegi anche quando un milione di persone è andato a manifestare di nuovo per strada. A Zuccotti Park e a St Paul’s, come in qualsiasi movimento di protesta di massa, ci sono anche molte fazioni intellettuali con credenze diverse che lottano per mettersi in luce. Non lasciamoci ingannare. La democrazia è strettamente correlata alla libertà, ma il tipo di democrazia che abbiamo oggi è una forma di organizzazione sociale imposta dall’alto per tenerci sotto controllo. Scopriremo il vero significato della democrazia solo quando ognuno di noi proverà la libertà che viene da dentro. Come ogni manifestante ben sa, non è sufficiente votare per un partito politico una volta ogni due o tre anni quando nessun politico ha una risposta ai nostri problemi sociali ed economici. 

Il grido della giustizia

Siccome stiamo dalla parte del nuovo movimento di manifestanti, dobbiamo esaminare attentamente cosa significa questo grido di giustizia. Sentiamo tante storie sulla ricchezza accumulata dalle persone più ricche durante questo periodo di austerità economica, e questo porta naturalmente alla giusta rabbia contro i banchieri e contro l’avidità sfrenata santificata nella società moderna. Ma quale è il peccato più grande: il bonus del banchiere, o il fatto che migliaia di persone stanno morendo di fame ogni giorno in un mondo di abbondanza? L’economia globale sta affondando e quindi la voce delle persone sta crescendo, ma perché non c’è nessuna manifestazione nelle piazze delle nostre città quando le persone stanno morendo di fame?  

È perché non vediamo l’interconnessione fra le nostre vite diverse. Non ci hanno mai insegnato a vedere i più poveri come fratelli e sorelle o a vedere il mondo nel suo complesso. Non insegniamo ai bambini come essere in contatto con sé stessi, con la propria natura, ma li condizioniamo invece a diventare “qualcuno” in una società anormale basata sulla rivalità e sullo stress. All’università potremmo studiare tanti libri sulla storia della civiltà umana, la filosofia, la politica, le arti e così via, ma non ci insegnano mai, nei più semplici termini, come servire gli altri. La conseguenza, in senso globale e collettivo, è che non comprendiamo di essere una sola umanità, essere tutti dipendenti l’un dall’altro e avere la responsabilità di prenderci cura di quelli meno fortunati di noi.

Le proteste che scoppiano a Wall Street e altrove potrebbero essere accadute molto, molto tempo fa. Allora perché adesso così improvvisamente? Perché milioni di persone nei paesi ricchi stanno cominciando a stringere la cinta economicamente. Anche quando non possiamo pagare il mutuo, per quanto ingiuste le circostanze, perché non pensiamo a quelli che sono più poveri di noi? Ci sono molti livelli di povertà e come sappiamo, negli Stati Uniti e altri paesi ricchi c’è un numero straordinario di persone che vivono in povertà relativa, ma che dire della povertà per cui non si può trovare abbastanza da mangiare per te o per i tuoi figli? In cui non si ha un riparo o denaro o neanche la forma più basilare di assistenza sanitaria per impedirti di morire? Conosciamo tutti la frase un “crimine contro l’umanità”, ma perché la comunità internazionale non usa questa frase per descrivere le migliaia di persone che muoiono di fame ogni giorno, il miliardo e quattrocento milioni di persone che la Banca Mondiale descrive stranamente come la povertà estrema?

Ora che il sistema economico sta crollando, ogni paese deve cominciare a ristrutturarsi, e possiamo tutti partecipare a questo processo. Ma dobbiamo comprendere che questo inizia ponendo fine alla fame. Non possiamo neppure guardare la parola ingiustizia senza prima guardare il problema della fame. È come se avessimo comprato una nuova casa, ma all’inizio dobbiamo riordinare il casino che hanno lasciato i vecchi inquilini. Quel casino è il problema della fame. Non possiamo andare fuori e fare campagna per la giustizia per noi stessi quando i nostri figli aspettano a casa, abbandonati e affamati. Il mondo è in rovina e ha bisogno di un processo drammatico di riabilitazione, ma all’inizio dobbiamo badare ai nostri ‘figli’, cioè le persone affamate del mondo. 

Dopo l’attentato alle Torri Gemelle, un enorme esercito è stato inviato in Iraq per terra, mare e aria entro un mese. Dimentichiamoci pure momento le terribili conseguenze di quella guerra illegale, e immaginiamo per un attimo solamente se tutta quella forza lavoro e competenza fossero state usate per dare la vita, non toglierla. Immaginate se le risorse militari del mondo fossero mobilitate per sradicare la fame come prima priorità - più importante di egemonia, difesa o profitto aziendale. Di recente, la NATO ha speso centinaia di migliaia di dollari efficacemente per impedire, usando la forza aerea, a Ghedaffi di massacrare la sua stessa gente. Che siamo d'accordo o meno con la necessità di questa azione militare, c’è un’altra domanda che dovremmo porci: perché la NATO non invia tutti i suoi aerei e gli eserciti in Africa per aiutare a sfamare la gente? Molte più persone a Benghazi sarebbero potute morire senza interventi esterni, ma allo stesso tempo migliaia di persone stavano morendo di fame e povertà in altre parti del mondo, e continuano a morire ogni giorno. Perché la NATO non impedisce ad Al-Shabab di appropriarsi degli aiuti destinati al popolo somalo? Tutti noi sappiamo la risposta: siccome non c’è alcun interesse strategico o economico per l’Occidente li. Ma questa non è una causa che spinge le persone a protestare in massa per strada chiedendo ai nostri governi: “perché non aiutiamo questi milioni di affamati?”

Persino la Chiesa ha mancato al suo dovere di scuotere la coscienza del mondo sul peccato della fame, nonostante non ci sia alcuna regola cardinale che impedisca al clero di manifestare nelle piazze cittadine delle nostre città per la libertà dal bisogno. Quando i manifestanti si sono accampati davanti alla cattedrale di San Paolo a Londra, molti striscioni chiedevano “Cosa farebbe Gesù?” Potremmo chiederci come la Chiesa si comporterebbe se Cristo dovesse riapparire oggi come un “attivista divino” che si muove tra le manifestazioni di massa per la libertà e la giustizia in tutto il mondo. Sfortunatamente, quando etichettiamo le pochissime persone che tentano di fare la cosa giusta per il mondo come “attivisti”, presupponiamo che un attivista sia in qualche modo diverso dal cittadino comune. I mass media e l’industria pubblicitaria ci incoraggiano ad adottare tali etichette, che ci permettono di separare la nostra identità sociale dalla loro e di non sentirci connessi alla sofferenza e alla grande iniquità che affliggono il pianeta. Sono queste stesse divisioni nella nostra coscienza che ci permettono di dire: “c’è sempre stata la fame, e sempre ci sarà”. O di annuire con la testa agli avvertimenti degli ambientalisti per poi dire: “ma è ingenuo credere che possiamo cambiare il mondo”. In questo senso, la parola attivista davvero significa “colui che nessuno ascolta”. 

Capire la giustizia richiede anche consapevolezza, cioè vedere le cose chiaramente, pensare per se stessi, non credere in una credenza. Ora che il vecchio ordine sta crollando e nessun governo sa che fare, non possiamo puntare il dito unicamente ai nostri politici. Quel dito deve anche essere puntato verso noi stessi. Ci piace dire “è colpa del governo”, ma è realmente il governo o la nostra mancanza di azione, la nostra mancanza di preoccupazione, il nostro auto-compiacimento? Come abbiamo visto in Medio Oriente, quando due milioni di persone stanno in strada e manifestano pacificamente allora il governo non ha altra scelta che ascoltare o dimettersi.

Ridistribuzione di emergenza

Cerchiamo di capire, nei termini più semplici, cosa questo significhi per gli economisti e i politici. Ora che è evidente che i nostri sistemi economici, sociali e politici devono essere totalmente ristrutturati, la corretta responsabilità dei governi è di ridisegnare questi sistemi specificamente in modo che nessuno muoia di fame. In prima istanza, questo richiede la cooperazione internazionale per un programma di emergenza di ridistribuzione diverso da tutto ciò che abbiamo visto prima. Tale programma non può essere basato sulla carità, che non ha assolutamente niente a che fare con la giustizia. La carità è certamente venerabile nel tipo di mondo odierno in cui miliardi di persone stanno soffrendo in povertà, ma la necessità della carità è una triste personificazione dell’auto-compiacimento generale. Un programma di emergenza non può essere basato sull’attuale premessa di “fare del nostro meglio per nutrire le persone affamate”, ma dovrebbe invece partire dal concetto che“questo non dovrebbe mai più accadere”. 

C’è abbondanza di cibo e risorse per nutrire, vestire, ospitare e prendersi cura di tutti nel mondo: Un diritto umano sancito dall’Articolo 25 della Dichiarazione Universale da tanto tempo. Questo Articolo, che è l’espressione della giustizia nel suo senso più stretto, deve diventare la legge di ogni paese. Proprio come ci sono leggi da obbedire quando un paese si unisce alla Comunità Europea, gli articoli delle Nazioni Unite devono obbligare gli stati membri a garantire collettivamente che nessuna persona muoia mai di fame in nessun paese. L’Articolo 25 deve diventare legge, sostenuto dalla forza dell’opinione pubblica in tutto il mondo. La voce del popolo dovrebbe essere ascoltata e rappresentata nelle Nazioni Unite - quello è lo scopo delle Nazioni Unite. L’ONU dovrebbe rappresentare il cuore e la mente di tutte le persone. Ci vorrà inevitabilmente tanto tempo per fare questo, e ogni nazione dovrebbe continuare a crescere nello spirito della propria tradizione. Ma come primissimo passo, i politici saggi e la gente dovrebbero esprimere la loro richiesta per un programma di redistribuzione di emergenza da avviare sotto l’egida delle Nazioni Unite, che dovrebbe diventare il lavoro più importante che le Nazioni Unite abbiano mai intrapreso. 

Negoziare e pianificare i dettagli logistici di tale programma sarà una formidabile sfida per i governi, ma non si può negare l’ampio mandato di questo programma. Molto spesso le emergenze umanitarie ci presentano la stessa vecchia storia, come nel recente terremoto in Turchia o le inondazioni in Tailandia: risorse insufficienti, supporto insufficiente, aiuti insufficienti per soddisfare i bisogni. Perfino nel paese più ricco con le più grandi forze armate, la gente di New Orleans è stata abbandonata a se stessa dopo l’uragano Katrina, chiedendo al mondo “Dov’è il Presidente Bush?” Quando vogliamo proteggere i nostri interessi o andare in guerra, tutto accade molto velocemente - abbiamo tutto l’equipaggiamento, tutte le armi, tutta la forza lavoro, tutti i soldi di cui necessitiamo. Ma quando si tratta della sofferenza della povera gente, tutto ad un tratto, i soldi non sono disponibili. Questa è la tendenza che deve essere invertita. Ecco perché la prevenzione dell’indigenza umana, qualunque sia la sua causa - povertà, conflitto o disastro naturale - deve essere garantita da un’autorità internazionale. Immaginiamola come un servizio globale di emergenza, finanziato dai contributi di ogni paese. Non dovremmo nemmeno considerarla un’operazione “umanitaria”, che ha connotazioni troppo simili alla carità: tali programmi dovrebbero essere strutturati per diventare parte integrante delle nostre riformate istituzioni politiche ed economiche e sanciti da leggi internazionali. 

Niente di tutto questo accadrà senza un’esplosione senza precedenti di sostegno pubblico. Una soluzione ai problemi del mondo non può essere trovata da nessun partito politico o ideologia, e può solamente accadere attraverso la voce libera, unita e unanime del popolo del mondo. Le ideologie e i sistemi di credenza non hanno altro ruolo nei cambiamenti che ci attendono. Una rivoluzione sana infatti inizia con l’atto di volersi liberare da tutti gli “ismi” e le ideologie che costantemente tormentano il libero arbitrio umano e ci impediscono di manifestare l’amore fra persone di ogni razza e cultura. Essere liberi da credenze e ideologie darà naturalmente alle nostre menti lo spazio per conoscere noi stessi, che a sua volta ci darà la capacità, l’energia e l’amore per identificarci con gli altri. 

Il principio della condivisione

Ma è inutile andare “contro” ogni credenza o ideologia, per esempio contro il capitalismo; è ora di mettere il capitalismo nel suo giusto posto e ridistribuire le risorse del mondo dove sono più necessarie. Il capitalismo ci sembra uno sviluppo naturale - è naturale dire “questo è tuo, e questo è mio”, ma è arrivata l’ora di dire “condividiamo quello che abbiamo”. Condividere significa “stare con”, perché non possiamo condividere con un’altra persona senza riconoscere in silenzio che stiamo insieme, che siamo qui per aiutarci l’un l’altro, quindi il principio della condivisione ha la capacità di unire e di non dividere.

La bellezza della condivisione è che non appartiene a nessun partito politico o “ismo”, ma a tutta umanità. Non appartiene al partito socialista, comunista od a nessun altro. È l’agente liberatore da una dolorosa storia di ideologie e credenze che hanno causato tremendi conflitti. Quando ci rendiamo conto che il principio della condivisione è fondamentale per la nostra sopravvivenza, ma tragicamente trascurato a tutti i livelli della società, riconosceremo che la condivisione è la guida più sicura alla giustizia e alla pace. Allora ognuno di noi si riconoscerà come un ambasciatore dell’umanità poiché, al di sopra di tutte le nazioni, c’è il popolo unito del mondo. 

Cosa potrebbe significare questo per le persone che protestano a New York e in ogni altra città? I movimenti di protesta sanno bene che bisogna ridistribuire la ricchezza, e impedire che i soldi passino nelle mani sbagliate - in particolare l’industria degli armamenti. A prescindere da come la pensiamo, la guerra deve finire. Nessuno vuole più la guerra - o meglio, nessuno può permettersi di andare in guerra quando l’economia mondiale continua a disfarsi e crollare. I movimenti di protesta sanno bene che c’è denaro a sufficienza, ma è accumulato dalle famiglie potenti e dalle corporazioni, perfino dai governi che lo sprecano in modo ingiustificato. Così ogni nazione deve ridistribuire la sua ricchezza e le risorse fra il proprio popolo.

Ma abbiamo anche bisogno di ridistribuire le risorse globalmente, all’inizio come risposta all’emergenza per le persone prive delle necessità di base e poi attraverso nuovi accordi economici internazionali non più basati sulla concorrenza e sul guadagno materiale. Questo richiede del pensiero visionario e un nuovo tipo di economista, e potrebbero volerci molti anni per ristrutturare i nostri sistemi amministrativi internazionali. A causa della condivisione delle risorse mondiali, le leggi dovranno cambiare drasticamente; tutto avrà bisogno di essere semplificato. Ecco perché non dovremo sprecare il tempo ascoltando i consigli degli economisti ortodossi o dei politici, poiché le loro teorie sono obsolete e irrilevanti per il futuro. Quando il principio della condivisione inizia ad influenzare la politica del governo, l’attuale sistema economico svanirà naturalmente. Entrambi non possono coesistere perché uno divide nella sua complessità e l’altro unifica nella sua semplicità.  

Nessuno è immune dai cambiamenti che ci attendono: non lottiamo contro il sistema, cambiamolo insieme invece. Questo richiede un atteggiamento di fiducia nella possibilità di cambiare il sistema, che un mondo migliore è possibile. E per fare questo ci vorranno consapevolezza, unione, molta ma molta perseveranza. Come abbiamo visto, i governi odiano istintivamente qualsiasi insurrezione pacifica popolare perché il loro potere è subito messo in pericolo, quindi la loro tattica, attraverso l’uso della polizia, è di scoraggiare anche la forma più pacifica di protesta. Quindi dobbiamo continuare senza sosta, altrimenti il cambiamento è impossibile. 

Stiamo già diventando una forza potente, strutturandoci e organizzandoci con una sola voce. Ogni manifestazione in tutto il mondo dovrebbe esprimere, nel suo modo creativo, il rifiuto di continuare a vivere come prima. Ma non possiamo cambiare il mondo senza prenderci cura prima delle persone più vulnerabili, questo significa che dobbiamo richiedere ai nostri governi una fine immediata alla fame ovunque essa sia. Una vera rivoluzione sociale deve basarsi sulla moralità, motivo per cui una fine alle privazioni che minacciano la vita in ogni paese deve diventare la nostra prima priorità. La chiave è che tutti facciamo sentire la nostra voce per una maggiore condivisione economica e spingiamo continuamente i limiti delle nostre richieste fino a quando i governi implementeranno questo principio unificante negli affari mondiali. È arrivata l’ora, come è sempre stato. 


Mohammed Mesbahi è il fondatore di STWR.

Assistente editoriale: Adam Parsons. 

Photo credit: geralt, pixabay