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Annunciando l’Articolo 25: Una strategia della gente comune per la trasformazione del mondo

Mohammed Sofiane Mesbahi
09 April 2019

Dopo così tanti anni di inazione politica, solo la buona volontà collettiva della gente comune può portare alla fine della povertà in un mondo d’abbondanza attraverso continue proteste di massa in tutti i paesi. Prendiamo dunque la strada meno difficile e rivendichiamo insieme i diritti umani da tempo pattuiti dell’Articolo 25 (cibo sufficiente, alloggio, assistenza sanitaria e sicurezza sociale per tutti) sapendo che questo è il modo più sicuro per spronare i governi a ridistribuire risorse e ristrutturare l’economia globale, scrive Mohammed Sofiane Mesbahi. 

Parte l: Il fallimento del governo
Parte ll: Le motivazione in breve
Parte lll: Le questioni dell'ambiente
Parte lV: Coinvolgere il cuore
Parte V: Istruzione per la nuova terra
Ultime annotazioni 


Parte l: Il fallimento del governo

"Ogni individuo ha diritto ad un tenore di vita sufficiente a garantire la salute e il benessere proprio e della sua famiglia, con particolare riguardo all’alimentazione, al vestiario, all’abitazione, e alle cure mediche e ai servizi sociali necessari; e ha diritto alla sicurezza in caso di disoccupazione, malattia, invalidità, vedovanza, vecchiaia o in altro caso di perdita di mezzi di sussistenza per circostanze indipendenti dalla sua volontà. " - UDHR, Articolo 25.1

Una delle più grandi speranze per l’umanità oggi risiede nell’attuazione dell’Articolo 25 della Dichiarazione Universale dei Diritti Umani per ogni uomo, donna e bambino in tutto il mondo, siccome queste modeste misure sono la chiave per risolvere così tanti dei nostri problemi difficili da gestire. Come più volte affermato in questa serie di studi,[i] è essenziale che l’Articolo 25 diventi una legge fondamentale e il principio guida in ogni paese, il che è lontano dalla realtà attuale sia nelle nazioni più ricche che in quelle povere. I giovani in particolare sono incoraggiati ad adottare l’Articolo 25 come il loro motto di protesta, il loro scopo e la loro visione, perché i suoi requisiti di base hanno inaspettate conseguenze per la direzione futura delle relazioni internazionali e dello sviluppo globale. È arrivata l’ora per vaste e continue manifestazioni globali che sostengano i diritti dell’Articolo 25 da tempo pattuiti (cibo sufficiente, alloggio, assistenza sanitaria e sicurezza sociale per tutti) fino a quando i governi rivedono le loro priorità distorte e attuano finalmente il principio della condivisione negli affari mondiali. 

Nelle nostre società molto complesse e intellettualizzate è facile che un comando così semplice sia accolto da una litania di interrogatori ed obiezioni. Per questo motivo è necessario esaminare da molti angoli la possibilità dell’Articolo 25 di illuminare il cammino verso un mondo più equo, sostenibile e pacifico basato su relazioni umane giuste. Se la soluzione per i  problemi dell’umanità è veramente così semplice e tuttavia, i problemi sono ancora così radicati e complicati, allora chiaramente dobbiamo rivedere questi problemi con un diverso tipo di energia e in un’ottica diversa. La mente umana è stata pesantemente condizionata e fuorviata attraverso i metodi istruttivi sbagliati del passato, quindi per percepire la verità nella sua semplicità dobbiamo liberarci e distaccarci interiormente o, per lo meno, liberarci dagli “ismi” e dalle ideologie deleterie che continuano a sopprimere il nostro buonsenso e l’innata intelligenza spirituale.[ii]

Con un atteggiamento di rinnovata attenzione, cerchiamo di indagare le implicazioni della completa realizzazione dei diritti universali presentati nell’Articolo 25 come una delle più importanti priorità dei governi del mondo. Quali saranno gli effetti se mettiamo fine alla povertà e assicuriamo un adeguato tenore di vita a tutta l’umanità, non solo socialmente, economicamente e politicamente, ma anche in termini della sua crescita e evoluzione? In che modo dare la priorità all’Articolo 25 porterà alla soluzione di tutte le crisi interconnesse del mondo, incluse la degradazione ambientale e i conflitti globali? E quindi perché le persone comuni dovrebbero riunirsi a milioni per sostenere questi diritti fondamentali, giorno dopo giorno attraverso proteste pacifiche fino a quando i governi agiranno con fermezza e su scala proporzionata al bisogno umano? Dovremmo cambiare la nostra tattica sostenendo l’Articolo 25 come strategia universale per la trasformazione del mondo, perché sappiamo che tutte le risposte per salvare il nostro pianeta emergeranno da questa serie di richieste molto elementari?

Prima di potere esaminare questi punti essenziali dobbiamo innanzitutto riconoscere perché i nostri governi non sono riusciti a garantire la piena realizzazione dei diritti umani in campo sociale ed economico, lasciando letteralmente miliardi di persone senza sufficienti risorse per le necessità di base. Non c’è dubbio che i governi potrebbero garantire a tutti un adeguato tenore di vita, vista la grande quantità di ricchezza e risorse disponibili nel mondo. È anche vero che i diritti umani raccolti nell’Articolo 25 sono già stati realizzati in misura considerevole in molti paesi ricchi nel corso del ventesimo secolo, come per esempio nei vari Welfare State dei paesi scandinavi e altri paesi con reddito elevato. Tuttavia tali diritti non sono quasi mai esistiti per la maggioranza della popolazione in paesi più poveri, mentre le precedenti garanzie di protezione sociale vengono rinnegate o lentamente smantellate in molte delle nazioni più sviluppate.  

Esiste un’ampia letteratura che esamina le complesse ragioni per queste situazioni, sebbene la causa immediata potrebbe essere spiegata brevemente: la maggior parte dei paesi ha un presidente o un primo ministro il cui incarico non è quello di dare la priorità ai bisogni fondamentali di tutte le persone, ma piuttosto di firmare più contratti per le grandi corporazioni e di dare la massima precedenza alla crescita economica. Possiamo considerare questi leader come “politici-ragionieri”, impegnati soprattutto a generare profitti per il proprio paese e creare opportunità commerciali attraverso il commercio e la finanza globali, mantenendo il potere a tutti i costi invece di cooperare con altri gruppi per rendere “i diritti equi ed inalienabili di tutti i membri della famiglia umana” una realtà condivisa.


Esaminando i problemi mondiali nel modo più ampio e chiaro possibile, osserviamo che uno degli ostacoli più grandi alla realizzazione dell’Articolo 25 per tutti sono le priorità fuorviate dei nostri governi e le pratiche dannose del commercio aziendale basate spietatamente sui profitti. La società civile ha prodotto innumerevoli resoconti e libri che catalogano l’indifferenza delle corporazioni multinazionali rispetto ai diritti umani dei cittadini estremamente poveri o svantaggiati. Queste entità globali dedite al denaro hanno sviluppato “competenze specialistiche” in quello che si potrebbe chiamare “furto e distruzione entro i limiti della legge”. Ciò, a volte, comporta l’appropriazione della terra e di altre risorse vitali che appartengono al popolo di una nazione, per esempio, o lo sfruttamento dei lavoratori e la privazione di un salario di sussistenza, o semplicemente delle tasse dovuto alle casse pubbliche.

E in un mondo tale in cui le grandi corporazioni sono più potenti di molti governi, i nostri rappresentanti politici non hanno tempo per l’Articolo 25 quando migliaia dei loro contratti commerciali sono potenzialmente in gioco. Sicuramente, il vero consigliere dei leader del mondo oggi non è l’Articolo 25 con le sue linee guida trasparenti, ma piuttosto le forze della commercializzazione che dettano sempre di più ogni politica governativa in qualsiasi paese si voglia prendere in considerazione. [iii] Anche se un governo o un politico cerca di servire il bene comune di tutte le persone e dell’intera nazione, non passerà molto tempo prima che i potenti gruppi di lobby aziendali e gli interessi finanziari li spingano nella direzione opposta. Cercando di cambiare il mondo un politico benintenzionato, senza dubbio, finirà per essere trasformato a sua volta attraverso il potere stesso di un sistema malefico basato sui vecchi dettami di profitto, privilegio e interesse personale.

Le priorità distorte del nostro governo sono più visibili a livello internazionale, in cui le politiche estere sono fondamentalmente spinte dalla ricerca aggressiva di scopi egemonici e di predominio economico, e non di certo dalle prerogative dell’Articolo 25. Il commercio internazionale è sempre basato sul bisogno delle nazioni più forti di dominare quelle più deboli. E questo bisogno è, a sua volta, governato dalle strategie geopolitiche di quei paesi ricchi che determinano largamente il percorso degli affari mondiali. Se potessimo  seguire il movimento di tutti i milioni di contratti commerciali lucrativi in tutto il mondo, potremmo scoprire la fonte di tutte le grandi tensioni e conflitti che continuano a definire il quadro internazionale. Una nazione vuole una fetta di torta in Africa, un’altra vuole perseguire i suoi interessi in Sud America, un’altra ancora contende i sui beni energetici che si trovano da qualche parte in Asia o nel Medio Orientale, e così via - seminando così sfiducia tra i governi concorrenti e fomentando la guerra globale. Da qui l’arroganza e la doppiezza della politica estera delle nazioni potenti che professano i loro nobili valori sanciti nelle leggi costituzionali e internazionali, e poi cominciano a sfruttare gli altri paesi invece di dare, aiutare e servire davvero per il bene di tutti.  

A partire dall’inaugurazione delle Nazioni Unite c’è un chiaro legame fra la fallita attuazione dell’Articolo 25 e la politica estera americana in particolare, siccome sono le ambizioni dominanti ed egoiste degli USA che hanno portato a così tante guerre e così tanta distruzione in tutto il mondo, come sempre sostenuti dai loro alleati servili e seguaci. Gli stratagemmi globali e le manovre segrete del Pentagono, la C.I.A. e le altre agenzie di intelligence degli Stati Uniti sono effettivamente un caso di studio della negazione indiretta dell’Articolo 25 in molte delle nazioni più impoverite o piene di conflitti. Tuttavia la politica mondiale nel suo complesso è come un campo di ricerca sconfinato nella creazione accidentale della povertà. Una creazione che è, in generale, nascosta dietro pretesti apparentemente giusti come l’interesse nazionale o la sicurezza di stato. Anche la frase “politica estera” connota la divisione e l’ingiustizia in un mondo di eccessive disuguaglianze economiche e rappresenta l’antitesi delle giuste relazioni umane - non importa quello che è subdolamente affermato nella documentazione ufficiale e nella retorica politica. Sicuramente in un mondo così disuguale, governato sfacciatamente dal principio dell’interesse personale, nessuna politica estera è basata sulla giusta relazione fra i popoli delle diverse nazioni o fra i loro governi.

Quindi siamo ingenui se crediamo ai nostri governi quando affermano di impegnarsi ad eliminare la povertà e ad assicurare i diritti umani dell’Articolo 25, perché l’unico modo in cui possono rimanere al potere è di dare la priorità agli interessi di grandi aziende e di singoli privati molto influenti, sia a livello nazionale che all’estero. In realtà è vera ipocrisia se una conferenza internazionale viene convocata da capi di stato per dichiarare pubblicamente di voler porre fine all’esistenza di tante inutili privazioni umane. Nel frattempo  questi stessi governi continuano a firmare contratti con multinazionali per permettergli d’appropriarsi della terra, d’estrarre risorse naturali e di privatizzare i servizi pubblici essenziali in altri paesi, spesso con conseguenze devastanti per le persone e le comunità più povere. Eradicare completamente la cosiddetta povertà “estrema” entro il 2030, come sancito negli ultimi impegni per gli Obiettivi di Sviluppo Sostenibili, potrebbe essere un’ambizione rispettabile e moralmente valida, ma non è la prima volta che i leader mondiali hanno fatto tali vane promesse per migliorare la situazione tra i poveri. Malgrado le migliori intenzioni dei burocrati e dei responsabili delle politiche, Sarà impossibile che tale aspirazione possa essere raggiunta nel contesto del “paradigma della commercializzazione”, per coniare un termine appropriato.  

C’è solo una strada per mettere fine alla povertà e per portare equilibrio a questa terra, indipendentemente da quanto tempo l’umanità abbia ignorato questo obbligo perenne: organizzare cooperativamente l’economia globale per condividere le risorse del mondo e poi ridistribuire la ricchezza a chi giustamente appartiene. Vista l’enorme scala della povertà estrema che persiste nella nostra crescente popolazione, non ci può essere una vera espressione di buona volontà del mondo senza una massiccia ridistribuzione delle risorse ai paesi più svantaggiati e assillati da problemi. Questa ridistribuzione deve essere basata su due principi che vale la pena reiterare: cioè, la condivisione economica (non ancora veramente vista) e l’autentica cooperazione internazionale. 

Col passare di ogni anno critico, quanti milioni di persone moriranno per evitabili cause legate alla povertà, che ci sia un’altra crisi finanziaria globale o meno? E cosa ci vorrà perché i governi più ricchi del mondo condividano il cibo in eccesso e altri beni materiali con i milioni di poveri che hanno disperato bisogno di aiuto e sostegno immediatamente? Un risultato del genere necessariamente comporterebbe il reindirizzo di notevoli quantità di risorse finanziarie ad agenzie umanitarie sottofinanziate, e persino l’uso di personale ed attrezzature militari che sono sempre a disposizione per “altri” scopi. Questo scopo potrebbe certamente essere raggiunto con una mera frazione del denaro e delle risorse che sono sempre a disposizione dei governi, delle corporazioni, degli individui ricchi e delle istituzioni private. 

Ma fino a quando il buon senso della condivisione non governa le relazioni economiche, Dio aiuti chiunque viva in una vasta baraccopoli o in un villaggio povero con nove bambini a cui non può adeguatamente provvedere. E non aspettiamoci alcun impegno o obiettivo di sviluppo del governo per impedire che una tale famiglia cada nell’indigenza totale. Quindi l’Articolo 25 è la grossa spina nel fianco dei politici in qualsiasi conferenza internazionale sull’eliminazione della povertà globale. Vedremo sicuramente le stesse conferenze ogni dieci o quindici anni fintanto che i politici continuano a seguire il paradigma della commercializzazione - speriamo che l’umanità possa sopravvivere nel frattempo. 

Inoltre ci illudiamo quanto i poveri se veramente crediamo che i nostri governi possano risolvere le cause ultime della fame e della povertà, mentre la mentalità della carità pervade la società e la cultura. Che cosa è la carità, in verità, se non il risultato dello Stato che manipola la benevolenza della popolazione, lasciando i meno privilegiati fra noi a combattere per riuscire a nutrirsi e mantenersi su questo pianeta generoso? Dalla prospettiva più olistica, possiamo osservare come l’esistenza stessa della carità non sia dignitosa in un mondo d’abbondanza materiale e finanziaria, in cui oggi a tutti potrebbero essere facilmente concessi i mezzi per garantire che la loro salute e il loro benessere siano assicurati. Probabilmente è l’indifferenza storica del governo all’insicurezza economica dei poveri che ha dato luogo all’esistenza della carità nel corso di molti secoli e, in questo senso, la carità per se è nata dall’ingiustizia sociale e non dai veri principi di condivisione, solidarietà o amore. Potremmo domandarci se la pratica della carità sarebbe mai esistita se i diritti umani delineati nell’Articolo 25 fossero già stati stabiliti in ogni paese del mondo molte migliaia di anni fa. 

Nonostante tutti i progressi dell’umanità nella scienza e nella tecnologia, l’unico sistema internazionale messo in pratica per incarnare i giusti rapporti umani sono le donazioni volontarie per “l’assistenza allo sviluppo” all’estero. Questo sistema però è sempre stato degradato in misura significativa a causa degli interessi personali e per motivi di profitto come riconosciuto da tanto tempo dalle organizzazioni della società civile. Allo stesso modo, possiamo anche osservare come l’idea stessa di dare un “aiuto umanitario” sia un affronto alla nostra comunanza in quanto famiglia di nazioni, poiché le eccedenze di cibo e altre risorse non dovevano essere accumulate dai paesi ricchi in primo luogo, ma dovevano giustamente essere sempre condivise. Da un punto di vista planetario avrebbe senso parlare d’aiuto umanitario se persone da Marte o Venere ci aiutassero qui sulla Terra, ma l’umanità è una famiglia interdipendente a cui sono sempre state donate le risorse e la capacità di garantire che i bisogni di tutti siano incondizionatamente (e per sempre) soddisfatti. Descriveremmo le nostre azioni come aiuto umanitario se i nostri bambini stessero morendo di fame, Dio non voglia, e condividessimo con loro una piccola quantità delle provviste che ogni giorno ci godiamo casualmente? E poi addirittura acclamarci in seguito orgogliosamente buoni filantropi? O li aiuteremmo senza riserve e urgentemente come atto d’amore, preoccupandoci solo della loro vita e del loro benessere senza nessun pensiero ad essere caritatevoli? 

Analizzare questo tema con consapevolezza e compassione ci rivela come il termine stesso “aiuto umanitario” sia psicologicamente privo di significato ed assurdo, e ci dice tutto quello che abbiamo bisogno di sapere su come l’umanità sia diventata così divisa e corrotta. Quant’è arrogante e degradante usare frasi come “assistenza USA” sui cargo di eccedenze che vengono trasportati alla gente indigente all’estero quando sussistono le ingiustizie diffuse e il furto istituzionalizzato che preservano le differenza estreme nel tenore di vita fra le nazioni ricche e quelle povere. Abbiamo notato prima come le nazioni ricche ammassano innanzitutto eccedenze di prodotti attraverso pratiche economiche ingiuste sfruttando abitualmente il lavoro e le risorse naturali dei paesi meno sviluppati. Poi questi paesi ridistribuiscono una piccola parte di questi guadagni illeciti per aiutare ad alleviare la povertà di cui sono parzialmente colpevoli chiamando questa ridistribuzione aiuto umanitario.[iv] Possiamo percepire adesso come la concezione comune d’aiuto vada contro il vero significato di buona volontà e di umiltà, specialmente quando i governi hanno da tempo pattuito che i mezzi di sussistenza  dovrebbero essere resi accessibili a beneficio di tutti (come detto chiaramente nell’Articolo 25)? Come la parola carità, la frase “aiuto umanitario” non sarebbe mai esistita se la nostra società fosse basata sul buon senso e le giuste relazioni umane dall’inizio, siccome non esiste “aiuto umanitario” dal punto di vista della consapevolezza psicologica dell’amore. 

Può darsi che abbiamo accettato questa terminologia riguardo agli aiuti senza contemplarne il significato perché siamo abituati a lasciare tali problemi ai politici, aspettandoci che facciano tutto per noi. Ma se possiamo percepire la doppiezza dei nostri governi che giurano di preoccuparsi per mettere fine alla povertà continuando però a sfruttare la gente e i paesi più poveri, forse è ora di svegliarci e domandargli: dov’è la parte mancante? Dov’è l’amore, la gentilezza, il buon senso di impedire alle persone di morire di fame in un mondo di abbondanza? Forse dovremmo tutti accalcarci in questi vertici e conclavi dei governi sull’eliminazione della povertà, e insieme domandare ai nostri rappresentanti politici: “Se veramente vi preoccupate di aiutare i poveri, allora perché non condividete le risorse del mondo in modo più equo fra tutte le nazioni, invece di creare obiettivi di sviluppo non vincolanti e di limitarvi a  ridistribuire quantità insufficienti di aiuti all’estero?” 

E se noi come persone comuni siamo sinceramente preoccupati di mettere fine all’ingiustizia della fame per sempre, allora forse dovremmo fare la stessa domanda a noi stessi: dov’è la parte mancante? Dov’è la preoccupazione, la compassione, la premura per difendere i diritti di base di quelli che vivono in uno stato continuo di povertà e penuria? È sufficiente insistere affinché i nostri politici mandino più aiuti ai paesi poveri per nostro conto, o l’amore che abbiamo per gli altri esseri umani ci obbliga ad andare davanti al governo a dire: “Questa situazione vergognosa non può continuare - è ora di salvare i nostri fratelli e sorelle affamati. E questa è la vostra fondamentale priorità collettiva!” Che tipo d’istruzione e di condizionamento ci hanno portato ad accettare questa situazione, e cosa ci impedisce di chiedere ai governi del mondo: DOV’È LA PARTE MANCANTE?

Una conseguenza dei nostri atteggiamenti radicati e degradanti verso la carità e gli aiuti all’estero è che quelle organizzazioni umanitarie che sono seriamente impegnate a migliorare i problemi sociali e ad aiutare i poveri sono esse stesse costrette a diventare politicizzate, e quindi ad opporsi alle politiche del governo e alle attività aziendali che perpetuano le cause della povertà. Tanta più energia viene data alla carità da gruppi e da cittadini benintenzionati, tanto più i governi possono continuare a seguire le loro priorità distorte e dannose, costruendo ad esempio più armamenti militari invece di nutrire gli affamati con urgenza.

Nulla di tutto ciò implica porre in dubbio la necessità venerabile della carità che, come questo scrittore ha più volte riconosciuto, è largamente e per fortuna una forza per il bene nel nostro ordine sociale terribilmente iniquo.[v] Cerchiamo invece di osservare olisticamente l’assurdità dei nostri governi che si impegnano a mettere fine alla povertà in futuro - attraverso la carità e non la vera condivisione o giustizia - in un mondo che ha più che abbastanza risorse disponibili per tutti, anche con i crescenti livelli di popolazione dei nostri giorni. Speriamo che le generazioni a venire ripenseranno alla storia e percepiranno l’esistenza della carità nel ventunesimo secolo per cosa è veramente, cioè l’inevitabile e inutile sottoprodotto dell’indifferenza politica e dell’auto-compiacimento pubblico.

Nelle nostre società disfunzionali con i politici confusi e moralmente manchevoli, è istruttivo riflettere sulle relazioni che esistono fra il significato di prosperità, crescita economica e l’Articolo 25. Cosa significa prosperare in un mondo in cui ci sono molte nazioni con gran parte della popolazione in una povertà insopportabile, in mezzo a una minoranza di nazioni che sono relativamente ricche e privilegiate nei loro stili di vita?

Immaginate una città in cui tutti sono così “prosperi” che lasciano marcire il cibo in eccesso in enormi magazzini e gettano gli scarti costosi in discariche, mentre una città vicina è così povera che non ha neanche abbastanza risorse per garantire a tutti il diritto a un tenore di vita adeguato per la salute e per il benessere, come stipulato nell’Articolo 25. Ha senso che il sindaco della città ricca dichiari orgogliosamente il loro alto livello di crescita e prosperità economica, ignorando l’indigenza e la miseria che si nascondono all’orizzonte? Se il sindaco non decide di condividere le risorse della città con il loro vicino, prima o poi la città vicina arriverà da loro in un modo o nell’altro - perfino i gatti e i cani della città poverissima cercheranno di sfamarsi nell’altra città con ogni mezzo necessario. Malgrado l’eccessiva semplificazione nell’applicare tale analogia alla situazione mondiale è, questa situazione, così dissimile da come diversi paesi si relazionano l’uno con un altro su base internazionale o regionale, in cui le nazioni più ricche vivono con relativa indifferenza verso le privazioni sentite dalla maggioranza povera all’estero?

Quindi dovremmo essere psicologicamente consapevoli di questi ingannevoli, bruti e volgari termini “prosperità” e “crescita economica”, che sono così spesso ripetuti da politici e economisti sullo schermo televisivo. In questo sfortunato mondo in cui i livelli di crescita della popolazione e di povertà stanno rapidamente aumentando, in cui l’ambiente viene continuamente devastato e depredato, in cui il cambiamento climatico sta già causando il caos e la rovina per milioni di famiglie povere, come può la prosperità non essere altro che precaria e portare solo al disordine a meno che essa non sia condivisa in modo equo in tutto il mondo? Come possono questi termini non essere altro che bruti, volgari e perfino stupidi nella realtà odierna di estrema disuguaglianza globale, e come possono avere senso morale in un mondo che permette a milioni di persone di morire di povertà evitabile, e nega a molti milioni di altri di avere abbastanza cibo nutriente da mangiare, o acqua pulita o una sistemazione adeguata, o anche la forma più basilare di assistenza sanitaria per mantenerli vivi e sani?

I nostri leader politici potrebbero benissimo affermare di volere la prosperità di ogni cittadino nella propria nazione, ma come può questa prosperità essere raggiunta in una nazione sola quando il mondo è infetto da un virus mortale - non quello chiamato Ebola, ma piuttosto le forze della commercializzazione? Una piaga dilagante nella società che non solo ti condiziona a diventare prospero a spese degli altri, ma ti spinge anche a pensare che tu sia migliore di quelli meno fortunati di te al punto tale che anche tu diventi parte dell’arroganza collettiva e dell’indifferenza dell’umanità. Quello che chiamiamo “il sistema” è ora così profondamente caratterizzato dalla ricerca egoista di ricchezza e di successo che crea perfino una nuova corrente di pensiero, che si può grossolanamente riassumere nell’odio per i poveri nel proprio paese e per quelli di altre nazioni che sono meno privilegiati di noi stessi.

La ricerca per la crescita economica senza fine è quindi pericolosa nelle nostre società confuse e frammentate che sono quasi completamente oscurate dalle forze della commercializzazione. In questo contesto una tale crescita può solo portare all’ulteriore divisione, al disordine, al dolore e, alla fine, alla violenza. Nascosta sotto la falsa propaganda e il condizionamento mentale dei tempi moderni, la miope ricerca della crescita economica comporta una crescente separazione fra cittadini e stato, come se dicessimo “consentiamo ai ricchi di diventare ancora più ricchi e di creare più miliardari in mezzo ai poveri”. La crescita economica in queste circostanze non è altro che la contabilità privata per grandi aziende e il suo significato è diventato tanto assurdo, psicologicamente parlando, quanto il concetto di carità in un mondo di abbondanza.

Perciò è un grave errore per i politici continuare ad usare queste frasi che connotano “la crescita della commercializzazione” e non la crescita di una economia sana, giusta o sostenibile. A cosa serve questa crescita economica, in una società che sta diventando sempre più iniqua e divisa? Perfino nel recente passato, quando molte nazioni non avevano gli stessi livelli di indebitamento di oggi, povertà e fame erano diffuse nei paesi ricchi come quelli poveri. Quindi dovremmo domandare ai nostri rappresentanti politici: a che scopo e a beneficio di chi questa crescita economica? A beneficio di un sistema che ha causato immensa sofferenza e caos e ora sta rapidamente sgretolandosi dall’interno?

Nessun politico può parlare sensatamente di crescita economica mentre lascia che le forze della commercializzazione gestiscano il suo programma politico. Anche statisti con le intenzioni più onorevoli e socialmente inclusive causeranno pericoli ed un eventuale disastro quando promuovono un’ulteriore crescita del sistema attuale, indipendentemente dal fatto che il loro obiettivo miope sia quello di “creare più posti di lavoro”. Dovremmo domandare di nuovo ai rappresentanti politici: posti di lavoro per quale scopo, e a vantaggio di chi?  Allo scopo di costituire mega-casinò, centri commerciali privati, appartamenti di lusso e più fabbriche di armamenti nel mezzo di una popolazione spiritualmente, moralmente ed economicamente distrutta, e per il beneficio di miliardari che pagano i loro lavoratori monouso lo stipendio minimo secondo la legge? 

Solamente attraverso nuovi accordi economici basati sul principio della condivisione possiamo parlare seriamente della crescita economica e della creazione di lavori dignitosi, anche se allora la nostra visione dovrà allargarsi oltre le nostre preoccupazioni soltanto nazionali per includere i bisogni del mondo nel suo complesso. E questo obbligherà immediatamente i nostri rappresentanti politici a gestire un riformato sistema di governo mondiale che possa garantire la distribuzione più equa delle risorse fra tutti i paesi, invertendo le priorità governative per soddisfare immediatamente i bisogni urgenti dei poveri, a cominciare da quelli che sono privati di cibo sufficiente e di altre risorse essenziali necessarie per la loro sopravvivenza.

Se il governo di una qualsiasi nazione veramente si preoccupa di soddisfare i bisogni di tutti i cittadini, forse allora può parlare con sagacia della crescita economica, purché usi l’Articolo 25 come la sua bibbia. Perché, in questo caso, il governo dovrà ristrutturare l’economia per garantire che ricchezza, risorse, ed opportunità economiche siano equamente condivise fra la popolazione. E la precondizione per assicurare una giusta distribuzione di risorse è togliere gli artigli della commercializzazione da ogni aspetto della società e allontanare le priorità governative dalla spesa per gli armamenti e i sussidi aziendali dannosi. Allo stesso tempo, ogni società non può più continuare a degradare l’ambiente attraverso un consumo cospicuo e dispendioso, se il principio guida dell’attività economica è quello di garantire che ognuno abbia ciò di cui ha bisogno per una vita dignitosa in perpetuo. Qualsiasi politico assennato deve convenire che questa è una supposizione evidente in quanto l’economia può essere sostenuta soltanto all’interno di una biosfera sana e auto-rinnovante senza spingerla oltre tutti i limiti di resistenza. 

Ma ache se una nazione più illuminata consacra l’Articolo 25 come legge e si impegna a una distribuzione sostenibile, equa ed equilibrata delle risorse fra la propria popolazione, la contentezza e la prosperità saranno di breve durata se la nazione cerca di rimanere separata dai problemi delle altre nazioni. Per ricordare la nostra analogia delle vicine città prospere e impoverite, non passerà molto tempo prima che la nazione che condivide giustamente le risorse interne venga assediata dai poveri provenienti da luoghi lontani. Questi poveri cercheranno di entrare nei suoi confini - con qualsiasi mezzo possibile, che ci siano o meno controlli di immigrazione punitivi e un apparato di sicurezza di stato ad ostacolarli.  

Non può esistere una società sana in un mondo come il nostro diviso ma  economicamente integrato, in cui l’avidità, l’egoismo e il furto sono le forze trainanti dell’attività finanziaria ed economica. Se immaginiamo che solo un singolo paese metta in atto l’Articolo 25 nella sua interezza, mentre ogni altro paese che ha i mezzi per farlo decide invece di seguire la via della commercializzazione sfrenata, questo non significa che ci sia qualcosa di sbagliato in ogni paese eccetto quello che collettivamente mette in comune e condivide la sua ricchezza. Significa che c’è qualcosa di sbagliato in tutta l’umanità, perché l’umanità è una nella sua natura, o una agli occhi di quello che potremmo chiamare “Vita” o “Dio”. Siamo una famiglia umana all’interno di una evoluzione spirituale e questa non è strettamente parlando, una osservazione religiosa o “New Age” ma una verità eterna di cui ci si sta gradualmente rendendo conto all’interno di numerosi campi di indagine scientifica. Ogni nazione del mondo è interconnessa, non solo in senso materiale o oggettivo attraverso il commercio globale, il turismo e la comunicazione, ma anche energicamente e soggettivamente in termini di Una Vita che condividiamo con ogni essere vivente su Pianeta Terra, dal regno minerale ai regni non fisici e a quello spirituale più elevato. 

Da questa comprensione trascendente e rivelatrice della nostra esistenza, che può essere compresa intuitivamente o riconosciuta attraverso uno studio degli insegnamenti dell’Antica Saggezza e delle cosmologie indigene, possiamo vedere come l’umanità sia come un corpo fisico che deve essere curato nel suo insieme, senza trascurare certi arti o parti mentre si tende solo agli altri. Se una parte del corpo umano funziona bene ma l’altra parte è trascurata e malata, allora la malattia influirà sicuramente sulla salute e sul benessere dell’intera persona. Allo stesso modo, nessuna nazione può rimanere separata dalle altre nazioni non importa quanto giusto e sano sia il modo di vivere, specialmente non in un mondo in cui la commercializzazione si sta intensificando con tale velocità che né la società né l’ambiente possono sopportare lo sforzo per molto più tempo.  

Questo è il paradosso della politica in questa era di crisi e transizione planetarie; nessun politico può permettersi il lusso di fare qualcosa di buono per il proprio paese in isolamento, senza che questo accada simultaneamente e con certezza in ogni altro paese. Quindi nessun paese può farcela da solo, ma tutti i paesi possono farcela insieme - attraverso i principi della cooperazione e della condivisione. Non abbiamo nessuna altra strategia per uscire dai problemi mondiali e perciò la soluzione deve essere raggiunta con urgenza che i governi siano pronti o meno, altrimenti potrebbe presto essere la fine per tutti noi. Non ci può essere un solo paese, su più di 190 paesi in questo mondo, che applica l’Articolo 25 nella misura più completa, a meno che non decidiamo di chiamare quel paese ‘l’umanità’, e di ignorare il resto. Esiste solo un’Una Umanità, unica ed indivisibile.

Di quale altro motivo c’è bisogno per condividere le risorse del mondo, e quindi realizzare i diritti fondamentali di ogni uomo e donna - se non per permettere all’anima di portare a termine il suo scopo di vita all’interno dell’individualità della sua riflessione? Questa è la realtà più profonda della nostra vita, cos’ì è sempre stato e sempre sarà, per quanto la nostra comprensione della buona volontà mondiale e delle giuste relazioni umane sia stata corrotta dalla fusione del nostro egoismo, dell’ignoranza e della confusione attraverso molte vite. Se l’umanità vuole unirsi rispecchiando la nostra vera natura spirituale, é fondamentale che attivisti, cittadini impegnati e rappresentanti politici chiedano che l’Articolo 25 sia garantito in toto in ogni paese del mondo e come principale priorità governativa per tutti i paesi. È arrivata l’ora in cui dobbiamo fare sentire la nostra voce non solo per il bene del nostro paese ma di tutte le persone del mondo. Quei cittadini fortunati i cui bisogni di base sono già soddisfatti dovrebbero simpatizzare e unirsi ai molti gruppi che non sono così fortunati annunciando in questo modo l’Articolo 25 e il principio della condivisione come la nostra causa comune.

Ogni persona in America del Nord, Europa Occidentale, Australia e altre ricche regioni mondiali dovrebbe fare una pausa per porsi questa domanda: che dire degli altri che non hanno accesso alle risorse di base che io do per scontate? Queste sono infatti le parole che i politici dovrebbero usare parlando dei milioni di persone che vivono in povertà all’estero, così come all’interno dei confini del proprio paese: che dire degli altri? Così saremo per lo meno inclini a condividere le risorse in eccesso della nostra nazione e chiedere che il governo collabori con le altre nazioni per raggiungere il duraturo obiettivo della libertà dal bisogno per tutti nel mondo. Questo succederà quando una nazione diventa una alleata dell’Articolo 25 e del principio della condivisione, finché alla fine l’idea stessa di un “immigrato illegale” non abbia più senso per chi capisca come funziona il mondo, così come ogni nozione contemporanea di “donazione caritatevole”, “aiuto umanitario”, “politica estera” o “interessi nazionali”. 
 


Parte ll: Le motivazioni in breve

Seguendo la precedente linea di ragionamento, si possono facilmente individuare i molti fattori complessi che impediscono la completa e permanente attuazione dell’Articolo 25 in tutte le nazioni: dalle priorità fuorviate del nostro governo alla pura indifferenza delle multinazionali, alla rapacità e la disumanità degli obiettivi della politica estera, e agli atteggiamenti radicati della carità al posto della giustizia. Si potrebbe anche cominciare a comprendere i risultati inimmaginati di garantire i bisogni di base per ogni uomo, donna e bambino senza fare distinzioni. È necessario riflettere su questo punto per capire intellettualmente i molti motivi per cui l’annuncio dell’Articolo 25 è una strategia praticabile per porre in salvo e riabilitare il mondo.

Come già sottolineato, il denaro e le risorse necessari sono stati a lungo disponibili per garantire a tutti i diritti umani socio-economici. In un tempo relativamente breve se ogni governo - lavorando attraverso le Nazioni Unite e le sue agenzie competenti - riunisse le forze con gli altri paesi per porre fine urgentemente all’oltraggio morale delle evitabili fatalità legate alla povertà. Ma perfino le politiche dei paesi più ricchi riflettono solo minimamente i bisogni dei cittadini relativamente poveri all’interno dei loro confini, e molto meno servono gli interessi dei poveri più esclusi e trascurati nelle altre nazioni, portando all’evitabile quotidiano “rintocco funebre”.

È incredibile come i leader mondiali possano riunirsi e creare alleanze per andare in guerra nel giro di poche settimane, e invece non possono mai trovare abbastanza alleati per venire in aiuto degli affamati e dei poveri del mondo. La sola adeguata risposta internazionale che abbiamo visto per alleviare questa situazione intollerabile venne espressa nel Rapporto della Commissione Brandt nel 1980, che propose un programma di urgente condivisione economica per porre fine alla fame e alla povertà assoluta una volta per tutte - ma ora giace seppellito e dimenticato negli archivi della storia. [vi]

Dopo così tanti anni di inazione politica solo la buona volontà collettiva della gente comune può infondere moralità e sanità negli affari globali, e influenzare un riordino delle priorità governative attraverso enormi e continue proteste pubbliche in tutti i paesi. Solo la gente unita del mondo può spingere le nazioni a cooperare al progetto d’attuazione dell’Articolo 25. Forse solo allora vedremo i politici adatti venire alla ribalta e riunire gli alleati necessari e le risorse militari per salvare vite su scala enorme, invece di comprometterne ulteriormente l’esistenza o eliminarle del tutto. Forse allora vedremo l’immenso impegno pubblico che ogni attivista progressista desidera, fino a quando nessun leader politico potrà rimanere in carica senza occuparsi delle preoccupazioni benevoli di quei cittadini comuni che li hanno eletti. Grazie a una tale esplosione di compassione senza precedenti in tutto il mondo per i più sfortunati fra noi, forse non ci sarà più posto per i politici-ragionieri che sono interessati solo a mantenere il loro prestigioso lavoro, giocando a fare i potenti diplomatici in giacca e cravatta di marca.

Non dimentichiamo che qui stiamo considerando l’ingiustizia della povertà in tutto il mondo, e questo non significa un piccolo numero di persone che sta morendo di fame nei paesi in via di sviluppo ogni settimana. Stiamo parlando di almeno 40,000 persone che stanno morendo tutti i giorni per cause legate alla povertà. Molte di queste morti accadono in paesi a reddito medio ed è ben risaputo che sono largamente evitabili. [vii] Per quanto tempo ancora vogliamo vedere lo spettacolo ricorrente delle conferenze globali sulla lotta alla povertà e alla fame, mentre nulla viene fatto su scala adeguata per aiutare quelle persone tragicamente trascurate? Non è vero che tutti i milioni di dollari spesi per organizzare tali vertici di alto livello da diversi decenni potevano invece essere usati per salvare già molte vite? Nel frattempo, noi - la minoranza privilegiata che dà per scontato i diritti umani dell’Articolo 25 - continuiamo a consumare troppo e sprecare il cibo e gli altri prodotti essenziali del mondo, invece di chiedere che i nostri governi ridistribuiscano le risorse eccedenti della nostra nazione a chi ne ha maggiormente bisogno. Di quanti altri Rapporti Brandt abbiamo bisogno per scuotere la nostra coscienza rispetto a  questa atrocità in corso che apparentemente merita cosi poco della nostra attenzione?

*

Ora proviamo a metter da parte le nostre obiezioni e immaginiamo che i nostri governi siano seriamente costretti, dalla volontà delle persone, ad attuare l’Articolo 25, e poi consideriamo le drammatiche conseguenze del raggiungimento di questo obiettivo certamente a portata di mano. Ovviamente non è sostenibile per tutti vivere nella dignità con le necessità di base garantite a meno che l’economia non sia strutturata in modo tale che le risorse essenziali siano più equamente distribuite, e che i servizi pubblici essenziali siano resi accessibili a tutti. Ma questa ragionevole nozione è incompatibile con l’ideologia delle forze di mercato che hanno portato alla creazione di leggi e di istituzioni per promuovere gli interessi privati e offrire alle grandi corporazioni ulteriori possibilità di profitto.

​Quali, sarebbero allora le conseguenze per queste regole fatte per le corporazioni e le istituzioni che sostengono la società se la garanzia dell’attuazione dell’Articolo 25 diventasse la principale priorità governativa per ogni nazione? Senza dubbio, l’effetto sarebbe socialmente, economicamente e politicamente trasformativo, specialmente quando consideriamo quello che sappiamo delle forze della commercializzazione: l’Articolo 25 non ha quasi nessun valore dinanzi a queste forze. Per esempio, alle corporazioni non sarebbe più permesso di appropriarsi arbitrariamente della terra, di speculare sul cibo, e di accumulare o di distruggere i prodotti in eccedenza mentre le persone stanno morendo di fame nel mondo. E i politici non potrebbero più dare la priorità alla crescita economica e ai profitti aziendali attraverso la commercializzazione dei servizi pubblici, se fossero veramente preoccupati di soddisfare i bisogni di tutti attraverso una condivisione razionalizzata delle risorse nazionali. Dopo un certo periodo, molte leggi complesse che promuovono esclusivamente gli interessi del profitto dovrebbero essere annullate o significativamente riformate, e nuove leggi create che sono veramente morali e giuste, per permettere alla buona volontà umana di prosperare.

Infatti se la considerazione fondamentale alla base di qualsiasi politica o legge statale è quella di tutelare i diritti umani dell’Articolo 25, allora diventerà  subito evidente che gli attuali accordi commerciali globali sono intrinsecamente parziali e ingiusti. Questo può essere compreso molto semplicemente: se fossi il presidente di un paese povero che ha posto l’Articolo 25 come legge fondamentale che ispira tutte le decisioni governative, allora dovrei assicurarmi che ogni famiglia sia ben nutrita e accudita, prima di cercare di fare qualsiasi altra cosa. In questo caso, non potrei permettere ai miei contadini e lavoratori più poveri di essere sfruttati esportando i loro beni a basso prezzo, solamente per il vantaggio dei consumatori ricchi in città lontane e paesi esteri. Dovrò richiedere che le regole commerciali vengano cambiate in modo tale che i contadini possano sfamare innanzitutto se stessi e la loro comunità. E le multinazionali che dettano i termini dell commercio iniquo non possono fare nulla per fermarmi se l’Articolo 25 è la legge in ogni paese e la luce guida per la politica globale, sotto la sorveglianza delle Nazioni Unite con il sostegno dell’opinione pubblica mondiale.

Una volta che l’influenza preponderante del profitto, dell’avidità e delle forze del mercato sfrenate è tenuta sotto controllo, attraverso adeguati interventi e regolamenti statali, allora le conseguenze saranno vaste sotto ogni punto di vista. L'incessante lobbying corporativo e la spinta a fare soldi attraverso il furto legittimato saranno inevitabilmente compromessi e progressivamente indeboliti. L'attuazione dell'Articolo 25 è quindi effettivamente uno dei peggiori nemici che le aziende spietatamente motivate del profitto possano affrontare. Quando l'attività imprenditoriale inizia a prendere una strada diversa seguendo politiche economiche basate sul principio della condivisione, forse non passerà molto tempo prima che la corruzione endemica che affligge ogni governo, sia nei paesi ricchi sia in quelli poveri a diversi livelli, diminuirà gradualmente nel corso del tempo. Quale incentivo ci sarebbe, per coloro che sono avidi di potere, ad entrare nel mondo politico se la governance nazionale veramente serve il bene comune, come naturalmente dovrebbe fare invece di funzionare principalmente per conto di multinazionali e individui facoltosi?

Cercate di visualizzare l’effetto dei governi in tutto il mondo che agiscono per tutelare i diritti umani dell’Articolo 25 grazie alla pressione irresistibile di manifestazioni di strada enormi, continue e implacabili in ogni paese. Mentre i più poveri nei paesi in via di sviluppo danno gioiosamente il benvenuto al risveglio della consapevolezza pubblica rispetto alle loro traversie, il primo effetto della ridistribuzione delle risorse globali per aiutarli potrebbe essere quello di rendere il più visibile possibile la corruzione governativa. Se questa corruzione persiste e i politici oppressivi fanno cattivo uso degli aiuti che ricevono per conto delle loro popolazioni, ci sarà sicuramente un’insurrezione di cittadini comuni fino a quando il partito responsabile sarà rimosso dall’incarico e sostituito. E se una leadership dittatoriale ancora si mantiene al potere attraverso la violenza e la repressione statale, perché i rappresentanti delle Nazioni Unite non possono essere inviati per osservare le sue attività e raccogliere qualsiasi prova incriminante? Così come le Nazioni Unite inviano ispettori per osservare guerre o cercare armi nucleari, non è possibile per l’agenzia delle Nazioni Unite con maggiore autorità, aiutare a garantire che qualsiasi aiuto donato sia usato per gli scopi previsti?

Possiamo ulteriormente predire le conseguenze dell’attuazione dell’Articolo 25 per quelle istituzioni internazionali che hanno a lungo rinunciato al loro dovere per conto della gente comune e dei poveri. Innanzitutto, la Banca Mondiale e il Fondo Monetario Internazionale che sono così tanto diffamati per aver imposto le loro vergognose “norme” economiche al resto del mondo. Quando l’Articolo 25 diventa la base di un nuovo ordine economico globale, queste organizzazioni dovranno essere smantellate o completamente reinventate per svolgere un ruolo vitale nel facilitare un processo di massiccia ridistribuzione delle risorse, di ristrutturazione della governance globale e della riforma economica internazionale. Questo, nel suo insieme, costituisce il primo grande passo verso l’inaugurazione di un mondo migliore. Dopotutto, nessuna istituzione si tiene in vita da sola ma soltanto attraverso le persone che la sostengono, e qui stiamo contemplando l’inizio di un’era più illuminata della civilizzazione umana che è caratterizzata da un’equa preoccupazione per il benessere di ogni persona, non solo il bene delle persone benestanti privilegiate o delle potenti nazioni egoiste.

Nel nostro mondo diviso di oggi, l’attuazione dell’Articolo 25 chiaramente avrebbe un effetto straordinariamente trasformativo sulle relazioni internazionali e sulle politiche estere dei principali paesi industrializzati, e questo risultato può essere considerato da molti angoli diversi e in termini semplici. Per cominciare, un drastico riordine delle priorità globali verso la soddisfazione dei bisogni di base di tutti è evidentemente subordinato al raggiungimento di una rapida diminuzione delle attività militari, a fianco di drastiche riduzioni dei budget per gli armamenti. Questo non è solo essenziale  per gli Stati Uniti, che continuano a superare di gran lunga le spese di tutti gli altri paesi, ma anche per quelle nazioni meno sviluppate con alta incidenza di povertà che stanno stanziando quantità crescenti alle spese per la difesa, spesso più che per l’assistenza sanitaria, l’istruzione o la previdenza sociale.

Oltretutto, abbiamo precedentemente visto come la politica mondiale è largamente basata su principi opposti alla condivisione economica e all’autentica cooperazione internazionale. La politica estera degli Stati Uniti e degli altri paesi del G7, in particolare, sta in realtà dicendo al mondo che “la commercializzazione è il giusto modo di vivere per l’umanità” portando alla negazione crescente dell’Articolo 25 in molti paesi in via di sviluppo. L’insostenibile traiettoria degli affari mondiali quindi ci costringe a prevedere cosa significherà implementare questo sacro Articolo per le relazioni a lungo termine fra gli stati nazionali. Prima di tutto, l’America dovrà smettere di svolgere il ruolo di grande egemone imperiale e utilizzare le sue vaste risorse per aprire la strada all’eliminazione della povertà globale, invece di continuare nella sua ricerca arrogante di potere e dominio globali. La Russia dovrà imparare a vivere in pace come un vero commonwealth di stati federati indipendenti, che si concentrano su uno sviluppo comune con una maggiore autonomia regionale invece di perseguire la sua capacità militare e la coercitiva influenza internazionale. Allo stesso modo, la Cina dovrà smettere di rafforzare la sua flotta navale e la macchina da guerra come polizza assicurativa per la sua crescente supremazia economica, e rinunciare alle sue strategie di accaparramento della terra cooperando con le altre nazioni per condividere le risorse del mondo.

Potrebbe sembrare eccezionalmente idealistico anticipare una tale inversione di rotta nelle relazioni economiche e politiche fra governi in competizione, ma a chi importa contemplare uno scenario alternativo in cui il modus operandi degli affari globali continua ininterrotto nel futuro? Le politiche estere spietate e mercenarie che pretendono di avere sani principi ci stanno gradualmente conducendo verso la terza guerra mondiale nel prossimo futuro come il risultato finale dei crescenti estremi di disugualianza interni ed internazionali, oppure come il risultato di un’intensificata rivalità per risorse sempre più scarse. Sicuramente i politici e i diplomatici più razionali si rendono conto che alla famiglia delle nazioni a breve rimarrà l’ultima scelta: cooperare nel rimediare a queste condizioni pericolose, o vedere lentamente il crollo irreversibile dell’umanità.

Possiamo inoltre dedurre da soli i molti risultati positivi dell’attuazione dell’Articolo 25 in tutto il mondo, tenendo conto di come le nazioni saranno incoraggiate a ristrutturare l’economia e il lavoro nella cooperazione con le altre nazioni per raggiungere questo fondamentale obiettivo comune. Quando i governi sono debitamente obbligati a garantire che ogni bambino e ogni adulto su oltre 7 miliardi di persone sia ben nutrito, sano e materialmente sicuro (e con un’istruzione pubblica gratuita garantita e di qualità come prescritto nell’Articolo 25), non è improbabile che molti altri problemi globali vengano risolti automaticamente lungo la strada. Questa è una previsione ragionevole, e può essere dedotta dalle misure coordinate internazionalmente che sono palesemente necessarie in questa era moderna della globalizzazione per garantire i diritti sociali e economici di tutte le persone.

Ogni nazione sarà presto costretta a fare un inventario delle risorse in eccedenza di cui dispone, compresi tecnologia, conoscenze, manodopera e capacità istituzionale, e inoltre cibo, medicine, manufatti e qualsiasi altro materiale di base o beni essenziali. Un trasferimento su grande scala di queste risorse alle regioni e ai paesi più poveri dovrebbe essere organizzato attraverso le Nazioni Unite e il suo network di agenzie di soccorso, o attraverso una nuova agenzia delle Nazioni Unite istituita con il preciso scopo di sorvegliare un programma di emergenza a breve termine che potrebbe continuare di buon passo per diversi anni. Anche la Corea del Nord potrebbe prendere parte se la volontà politica per un tale programma esistesse nei paesi limitrofi. In questo modo a tutte le persone può essere concesso l’accesso sufficiente alle risorse essenziali del mondo attraverso un processo senza pari di ridistribuzione internazionale.

Una volta raggiunto l’obiettivo prioritario della riduzione della fame e della fornitura del soccorso immediato a tutti quelli che vivono in condizioni di povertà assoluta, la riforma completa dei sistemi politici, economici e finanziari internazionali assumerà un’importanza di grande rilievo per istituire una distribuzione più equilibrata ed equa delle risorse del mondo tra tutti i paesi. A livello nazionale, molte cose sono già state provate e nuovi meccanismi vengono sperimentati riguardo alle disposizioni adeguate necessarie per istituire dei sistemi efficaci di ridistribuzione e garantire l’accesso universale alla protezione sociale e ai servizi pubblici. Allo stesso modo, la storia moderna nel dopoguerra dimostra come varie politiche e regolamenti possono proibire una crescente concentrazione di ricchezza e potere nelle mani di una piccola minoranza della popolazione di un paese. Fino ad ora, tuttavia, pochi tra i principali economisti, finanzieri o politici hanno preso in considerazione la nuova organizzazione istituzionale e le pratiche economiche necessarie per istituire un sistema permanente di condivisione delle risorse su base globale. Se crediamo che un giorno i leader del mondo capiranno la necessità di riformulare l’intera natura e lo scopo dello sviluppo, prepariamoci per un vasto processo di ricerca e di dialogo prima che la proprietà comune e la gestione cooperativa delle risorse del mondo da parte della comunità internazionale diventino realtà.

All’inizio di questa magnanima impresa, i governi farebbero bene a rivisitare e rivedere la raccomandazioni nei Rapporti Brandt del 1980 e del 1983. Sebbene questi documenti potrebbero essere considerati politicamente sorpassati dopo 35 anni, contengono ancora una visione ispirata di ciò che l’attuazione dell’Articolo 25 come guida principale per gli atteggiamenti politici e l’attività economica globale potrebbe significare. [viii] Senza dubbio le proposte erano limitate dai presupposti economici ortodossi del loro tempo, e quindi rimangono insufficienti per affrontare l’entità delle crisi interconnesse di oggi. Ma se il Vertice di Cancun fosse stato preso sul serio nel 1981, adesso l’Articolo 25 si sarebbe radicato come un insieme efficace di leggi (all’interno di ogni nazione) che governa la società e il comportamento delle istituzioni politiche, economiche e sociali.  [ix]

Se dovesse avvenire una tale trasformazione degli scopi governativi in tutto il mondo, dovremmo democraticamente riformare l’ONU e ridargli il potere come la più alta autorità internazionale per adempiere al suo mandato originario. Senza dubbio, il compito epocale di unificare la governance economica globale sotto un sistema ristrutturato delle Nazioni Unite rimane una notevole necessità del nascente ventunesimo secolo. Ogni paese ha bisogno di attuare la legge dell’Articolo 25 a modo suo e secondo i metodi più appropriati, ma sarà l’Assemblea delle Nazioni Unite a sorvegliare e a far rispettare i principi di quella legge come codice inviolabile del comportamento di tutti i paesi a livello globale.

In questo modo, le Nazioni Unite potrebbero veramente essere all’altezza del loro nome come eminente istituzione globale che chiede intrinsecamente agli stati membri di preservare la pace, proteggere i vulnerabili e promuovere relazioni internazionali cooperative. Se le loro varie agenzie fossero rafforzate per svolgere un ruolo nel sostenere i diritti di base dell’Articolo 25 per tutti, allora tutti gli altri articoli nella Dichiarazione Universale dei Diritti Umani potrebbero infine iniziare a mettersi a posto. Perciò, in senso figurativo, potremmo percepire l’Articolo 25 come la legge suprema della dignità umana e, con la sua attuazione, rinascerà l’orgoglio del concetto di diritti umani. Allora la gente comune potrà percepire, nel cuore e nella mente, la bellezza e la promessa della visione fondatrice delle Nazioni Unite con una nuova comprensione del loro indispensabile potenziale futuro.

Tuttavia, questo non avrà nulla a che fare con il Consiglio di Sicurezza e le sue funzioni e i suoi poteri, il che è un residuo dei vecchi modi competitivi e nazionalistici del passato simboleggiati dall’illusione nella frase “sono ancora potente e sempre lo sarò”. Quando si tratta dell’interesse personale dei principali paesi industrializzati, solo allora i presidenti ed i primi ministri si rimettono alle Nazioni Unite e cercano di manipolare il sistema per i loro fini. Ma quando si tratta dell’interesse del pubblico nel suo insieme in ogni paese, allora è come se gli obblighi imposti dalle Nazioni Unite sugli stati membri non esistessero più. Il Consiglio di Sicurezza non ha niente a che fare con la ricerca della vera pace o sicurezza internazionale. Funziona piuttosto come un club privato i cui membri sono rappresentati da prominenti politici-ragionieri, che votano pro o contro le risoluzioni a seconda di quanto sia grande la loro potenziale fetta della torta mondiale. Ed è questa costante competizione per la porzione più grossa delle risorse globali che caratterizza le macchinazioni a livello di sicurezza nazionale di questo Consiglio antiquato, in contrapposizione agli obiettivi e ai principi originari delle Nazioni Unite affermati nel primo capitolo del suo statuto. Il Consiglio di Sicurezza non sarebbe mai dovuto essere istituito stato per cominciare, e sarebbe dovuto essere sciolto stato tempo fa per permettere all’Assemblea Generale di prendere il suo posto come vero forum globale realmente democratico (con l’abolizione di ogni diritto di veto). Nel frattempo, la guerra nel mondo reale continuerà ad essere sostenuta sulle basi apparentemente legittime della politica della forza, dell’egoismo nazionale, e lo sfruttamento delle popolazioni deboli nel perseguimento di obiettivi puramente commerciali o materialistici.

Possiamo facilmente continuare questo discorso immaginando come una fenomenale richiesta pubblica per l’attuazione dell’Articolo 25 porterà alla fine ad una ristrutturazione economica globale, all’autentica cooperazione internazionale, ad una significativa diminuzione della tensione e dei conflitti che caratterizzano le relazioni intergovernative, e, infine, allo scioglimento del Consiglio di Sicurezza in linea con il vero destino delle Nazioni Unite. Che bisogno ci sarà per un Consiglio di Sicurezza, in ogni caso, se le nazioni cooperano nella condivisione delle risorse del mondo eliminando così le radici economiche del terrorismo e dei conflitti? Sia chiaro però che questo non implica che l’attuazione dell’Articolo 25 da sé porterà a un sistema alternativo all’ipercapitalismo globalizzato, e improvvisamente risolverà tutti i problemi mondiali in un colpo solo. Senza dubbio, anche se dovessimo rapidamente soddisfare i bisogni minimi sanciti nell’Articolo 25 per tutte le persone, questo non sarebbe ancora sufficiente per porre una sfida efficace alle strutture di potere prevalenti ed ai regimi politici antidemocratici, o anche rimediare alle differenze estreme di ricchezza e reddito tra paesi ricchi e paesi poveri.

Quindi chiedersi se assicurare i diritti umani dell’Articolo 25 sia l’unico antidoto per i problemi mondiali vuol dire perseguire una linea di ragionamento sbagliata. Chiaramente una grande quantità di ulteriori cambiamenti economici e politici deve avvenire prima di poter intravedere il completo adempimento delle molte nobili aspirazioni delle Nazioni Unite. C’è un dibattito interminabile sui mezzi necessari per raggiungere questi fini, ma lo scopo della nostra indagine è cercare di raggiungere una comprensione comune della strategia del popolo per dare inizio alle necessarie trasformazioni future. E come abbiamo già stabilito, non ci può essere nessuna speranza di alterare le priorità governative a favore dei due terzi più poveri della popolazione globale senza un immenso e incessante impegno civico da parte del terzo più privilegiato dell’umanità. Senza questo protagonista cruciale e assente sul palcoscenico globale - ossia, l’influenza onnicomprensiva dell’opinione pubblica istruita per conto dei bisogni insoddisfatti della maggioranza povera - sarà impossibile che qualsiasi progetto strutturale per costituire un mondo migliore possa realizzarsi. 

In questo senso, l’unica alternativa al sistema socioeconomico presente può essere trovata nella voce unita delle persone di buona volontà in tutto il mondo. È il diffuso auto-compiacimento dell’uomo e della donna comuni che ci fa pensare “non c’è nessuna alternativa”. Se accettiamo che il principio della condivisione deve essere alla base di qualsiasi alternativa sistemica globale per un futuro sostenibile, allora l’Articolo 25 riflette quel principio e richiede che sia attuato negli affari mondiali. In verità non c’è veramente nessuna alternativa fino a quando una consapevolezza dell’urgenza di porre fine alla privazione umana estrema venga sentita in ogni famiglia, e coltivata nei cuori e nelle menti della gente comune come se fosse la loro preoccupazione più grave.

Questo è il dilemma per i pensatori progressivi che propongono una nuova visione della società e delle politiche necessarie per raggiungerla, perché non avverrà mai a meno che la gente del mondo tutta insieme non abbracci quella visione e lavori per la sua realizzazione. Come vedremo in maggiore dettaglio in seguito, solo questo spiega perché l’Articolo 25  contenga in sé l’alternativa che stiamo cercando, e perché le sue semplici prescrizioni possano condurci a quella alternativa direttamente, naturalmente e apparentemente miracolosamente. A tempo debito, potremmo scoprire che l’attuazione dell’Articolo 25 è la diretta porta d’accesso a molteplici soluzioni economiche e la via più sicura alla libertà e alla giustizia, anche se il suo potenziale sconosciuto si animerà e si rivelerà solamente quando l’umanità dirà la parola magica. E la parola magica è espressa in ogni paese attraverso manifestazioni che si concentrano con forza su questo fine, e continuano  senza interruzione. 
 


Parte lll: Le questioni dell’ambiente 

Una delle obiezioni principali che potrebbe sorgere nella mente di molte persone riguarda la questione della sostenibilità ambientale, e se accogliere l’Articolo 25 come la causa principale della gente significhi ignorare l’urgenza delle questioni ambientali. Questa è un’altra questione importante su cui riflettere adesso che l’umanità palesemente affronta due emergenze globali senza precedenti: inquinamento atmosferico e degrado ambientale, nonché fame e livelli crescenti di povertà, disuguaglianza ed esclusione sociale. Quindi come può l’attuazione dell’Articolo 25 trovare una soluzione a tutte le sistematiche crisi interconnesse?

In primo luogo, possiamo ottenere logicamente una risposta attraverso un semplice ragionamento deduttivo, anche se una tale conclusione è lontana dal modo di pensare convenzionale. Ecco la premessa da considerare: che non possiamo mai affrontare il cambiamento climatico o la crisi ambientale senza anche rimediare all’ingiustizia della povertà in mezzo all’abbondanza, e questo è il momento in cui inizia la soluzione ai nostri molteplici problemi ecologici. Ancora una volta questo dovrebbe essere preso in considerazione da molte prospettive diverse: psicologica, morale e spirituale.

Abbiamo appena discusso di come un’enorme maremoto di sostegno popolare per l’attuazione dell’Articolo 25 debba immediatamente tradursi in cambiamenti drastici nelle priorità della spesa governativa, come la ridistribuzione delle sovvenzioni dai bilanci degli armamenti alla fornitura del servizio pubblico e della previdenza sociale in ogni paese, accanto ad aiuti senza restrizioni per i paesi in via di sviluppo. L’annuncio dell’Articolo 25 implica  intrinsecamente la ridistribuzione delle risorse su una scala diversa da qualsiasi cosa mai vista prima. Attraverso la raccolta collettiva della ricchezza e delle risorse nazionali e della loro ridistribuzione secondo i bisogni, sia a livello nazionale che globale, è possibile che molti altri problemi critici saranno risolti in un periodo molto più breve.

Per esempio, se l’Articolo 25 fosse stato attuato in tutte le regioni del mondo molti decenni fa, allora forse certi gruppi estremisti e terroristi, come Al-Qaeda e ISIL, non sarebbero mai esistiti. Se a ogni famiglia nei paesi poveri fossero già state date le basi materiali per creare fiducia e sicurezza nella società, forse non ci sarebbe nessuna ricettività fra i giovani per le violente ideologie religiose, e nessun motivo di lottare contro il governo e rovesciare l’amministrazione (che non sarebbe più completamente corrotta). E se un programma d’emergenza fosse già stato istituito per mettere fine alla fame e alla privazione estrema attraverso un massiccio trasferimento di risorse, vaste riforme agrarie e una maggiore ristrutturazione dell’architettura economica globale, allora forse i governi avrebbero realizzato in pratica i benefici della cooperazione internazionale senza interessi di parte. E quindi forse si sarebbero da tempo impegnati a risolvere le altre incombenti minacce al nostro futuro che solo una vera cooperazione può eliminare portando ad un eventuale abbandono della spinta alla guerra e a sforzi congiunti e senza precedenti per limitare le emissioni di carbonio e per risanare l’ambiente. 

Infatti se avessimo condiviso le risorse mondiali e debellato la povertà globale, specialmente la fame, forse i problemi ambientali di oggi sarebbero molto meno gravi, ed i modelli di sviluppo globale avrebbero seguito una strada molto diversa e più sostenibile. In molti modi, il triste destino dell’ambiente è stato suggellato dopo il Vertice di Cancun nel 1981 quando i leader politici riuniti insieme non sono riusciti a mettersi d’accordo sulle proposte di Brandt, e gli storici del futuro potrebbero ravvisare in quel momento il punto di svolta per tutto quello è venuto dopo. Se solo Madre Terra potesse parlare, avrebbe potuto dire a quei capi di stato riuniti insieme: “Dunque vi rifiutate di cooperare, e non volete condividere le mie abbondanti ricchezze che vi do liberalmente e in custodia?  Allora non incolpatemi per le conseguenze delle vostre proprie azioni!”

Reagan e Thatcher e la loro cricca avranno pure deriso i procedimenti del Vertice, ma adesso che sono andati via siamo tutti testimoni dei risultati della loro decisione d’ignorare la chiamata all’azione di Brandt, scegliendo invece di scatenare le forze della commercializzazione e seguire la loro via deleteria di separazione, di avidità e di competizione egoista. Negli anni successivi i governi che si sono susseguiti hanno sempre di più permesso alle forze di mercato di diventare un’influenza dilagante negli affari sociali, economici e politici. Lasciando tutti insieme la loro responsabilità di governare per il bene comune, abbandonando invece i loro poteri decisionali ai capricci del mercato globale. E hanno in pratica volto le spalle alle Nazioni Unite e alla loro visione fondatrice, perseguendo invece i loro giochi di potere attraverso un Consiglio di Sicurezza che si fa beffa del diritto internazionale. Il risultato inevitabile di questi fattori combinati è l’accelerazione della rovina ambientale, al punto che oggi abbiamo due emergenze che minacciano le prospettive future della nostra specie - disugualianza estrema e cambiamento climatico - invece, al momento del Vertice di Cancun, potevamo concentrarci principalmente sulla prima.

Anche al punto di vista più egoista avrebbe avuto senso dare la priorità all’eliminazione della povertà per prevenire l’intensificazione dei problemi ambientali, ma questo presuppone che i leader politici avessero una visione a lungo termine di un mondo sostenibile e pacifico. Inoltre è ben noto che la povertà è un fattore fondamentale dietro la rapida crescita demografica degli ultimi 60 o 70 anni. Se questa tendenza persiste per tutto il prossimo secolo come previsto, ovviamente ci saranno gravi ripercussioni sull’ambiente, non ultimo in termini del crescente consumo di risorse nei paesi in via di sviluppo e  della conseguente crescita delle emissioni di CO2. Anche se è vero che le popolazioni delle nazioni ricche consumano la maggioranza delle risorse globali e hanno quindi l’impatto più grande sull’ambiente, non si può negare il fatto che la continua esplosione demografica potrebbe portare a una pressione insostenibile sul sistema ecologico e sulle risorse della terra. Ma l’evidenza dimostra che i livelli di popolazione diminuiscono e si stabilizzano quando le famiglie godono di un tenore di vita adeguato, il che può solo veramente essere compreso attraverso l’empatia con la psicologia dei poveri stessi. Ci sono motivi profondamente tristi per cui coloro che vivono in povertà spesso hanno molti bambini, soprattutto la speranza che alcuni - se non muoiono presto per malnutrizione o malattie evitabili - potranno occuparsi dei loro genitori nella vecchiaia. Questi radicati atteggiamenti culturali nei paesi in via di sviluppo possono essere cambiati solo quando ogni cittadino ha completa fiducia e fede che il suo governo garantirà, in ogni momento, il soddisfacimento dei bisogni umani fondamentali come riassunto nell’Articolo 25.

Guardando il drammatico aumento dei livelli di popolazione che sono gia avvenuti nel corso del ventesimo secolo, uno potrebbe immaginare che i governi si sarebbero impegnati con tutto il cuore a migliorare le condizioni che perpetuano queste situazioni, e avrebbero dato la massima considerazione alla lotta contro la povertà, le malattie e la denutrizione, insieme a tutta l'assistenza e il sostegno internazionale necessari ai programmi per la popolazione. Abbiamo raggiunto ora il momento in cui la crescita interconnessa della povertà e della popolazione è diventata pericolosa, non solo per via della pressione sull’ambiente globale, ma anche a causa della bomba ad orologeria contenuta all’interno di questa equazione in termini di conflitti sociali, economici e politici potenzialmente devastanti. Ma, lungi dall’impegnarsi in un sano percorso di azioni correttive a lungo termine, i governi hanno continuato a perseguire il sentiero privo di visione della commercializzazione che perversamente gode della rapida crescita della popolazione mondiale, ignorando i rischi al futuro dell’umanità fintanto che i governi continuano ad incrementare la ricchezza delle grandi corporazioni.

Ed è qui il mistero dietro l’enigma della popolazione che potrebbe farci dubitare i veri motivi per cui il mondo è così sovraffollato, come si vede ora nelle grandi città di ogni nazione sviluppata così come nel mondo in via di sviluppo. Possiamo ancora dire che la povertà è la causa fondamentale, o sono le forze della commercializzazione che stanno sospingendo queste tendenze negli ultimi decenni attraverso la proliferazione dell’insicurezza sociale, della disugualianza e della migrazione incontrollabile - tutto in nome della creazione di sempre maggiori profitti aziendali e crescita economica?

Questa linea di ragionamento potrebbe aiutarci a comprendere come la crescita della popolazione umana potrebbe essere stata tenuta a un tasso sostenibile se avessimo condiviso le risorse del mondo dalla creazione delle Nazioni Unite, con conseguenze di vasta portata per la condizione dell’ambiente. Da un lato, non ci sarebbe più la visione da incubo di 11 miliardi di persone o più che abiterebbero su un pianeta sovraccaricato e degradato entro la fine del ventunesimo secolo. Questa previsione non è affatto inevitabile e la situazione potrebbe ancora essere evitata innanzitutto attraverso l’attuazione dell’Articolo 25 in tutto il mondo, specialmente nelle regioni molto povere come urgente priorità internazionale. D’altro canto, abbiamo già discusso come l’attuazione dell’Articolo 25 porrebbe una sfida diretta alle forze della commercializzazione per tutti i motivi delineati precedentemente, il che significa che la spinta al profitto non continuerebbe più ad essere un tale fattore distruttivo nella società o l’ambiente, perché infatti le ragioni del profitto sembrano odiare la terra e l’umanità stessa. Attraverso il processo globale della condivisione delle risorse, la ridistribuzione della ricchezza e della cooperazione internazionale verso lo scopo imperativo dell’implementazione dell’Articolo 25, possiamo ragionevolmente supporre che le corporazioni multinazionali saranno presto costrette a funzionare in modo più umanitario, socialmente benevolo e ambientalmente consapevole.

Chi può negare che questo è a beneficio di tutti noi, inclusi i dirigenti aziendali che sono obbligati, come parte del loro dovere fiduciario agli azionisti, a distruggere inavvertitamente l’ambiente con mezzi diretti o indiretti? È possibile che, se non riusciamo a implementare l’Articolo 25 molto rapidamente, forse non ci sia un altro modo per impedire a queste grandi entità aziendali di accelerare le loro attività furiosamente distruttive? L’unico modo che hanno a disposizione per continuare a produrre i margini di profitto eccessivi è quello di devastare ulteriormente il mondo naturale, anche se cominciano a rendersi conto del terribile impatto sulla biosfera del pianeta. Finché queste forze cieche della commercializzazione continuano ad essere  l’influenza principale negli affari mondiali, non c’è dubbio che l’ambiente deteriorerà fino a diventare inabitabile, mentre anche le modeste proposte per la condivisione della ricchezza mondiale - come la protezione sociale universale - diventeranno sempre più idealistiche, irraggiungibili e, alla fine, utopiche.

Eppure molte persone di buona volontà non riescono ancora a riconoscere che non ci può essere nessuna soluzione all’emergenza ambientale nel mondo di oggi senza occuparsi anche delle emergenze della fame e della povertà endemiche. Cerchiamo di capire allora perché non fa senso lottare per i diritti di Madre Terra, se nel frattempo trascuriamo i diritti fondamentali di una grande parte dell’umanità impoverita. La semplice logica  può essere dedotta da quello che abbiamo già discusso prima, perché ci sono due tipi di ambienti, quello naturale e quello umano, che dipendono l’uno dall’altro. Le foreste, la terra, gli oceani, l’atmosfera e così via sono quello che in generale intendiamo come la somma totale dell’ambiente naturale, ma dovremmo considerare anche la salute della totalità dell’ambiente umano come una causa di tutto ciò che sta andando storto in questo mondo.

Visti in questa luce, i milioni di persone che stanno vivendo nella povertà estrema, dopo essere stati vergognosamente tollerati per così tanti anni, sono diventati il peggiore disastro ambientale umano possibile, che ha determinato l’esito dei nostri più vasti problemi ecologici. Perciò l’ambientalista ha fatto un fondamentale errore di giudizio, perché se potessimo tornare indietro al 1950 e ristabilire la salute dell’ambiente umano implementando innanzitutto l’Articolo 25, la salute del nostro pianeta sarebbe molto meno instabile al giorno d’oggi. La ricchezza e le risorse sarebbero state distribuite in modo più equo per soddisfare i bisogni di tutti; gli interessi motivati puramente dal profitto sarebbero stati necessariamente relegati al loro giusto posto; i livelli di popolazione nei paesi del Sud Globale potrebbero essersi finalmente stabilizzati e in diminuzione; e una ristrutturata economia internazionale potrebbe aver portato a stili di vita più semplici, sostenibili ed egualitari nelle nazioni altamente industrializzate. 

Non stiamo incolpando gli ambientalisti per i problemi mondiali o denigrando il loro lavoro vitale, ma insieme stiamo provando a comprendere perché la maggiore parte della gente non percepisce facilmente il nesso causale fra la povertà e i problemi ambientali. È possibile che se la povertà esiste su questo pianeta su scala enorme, allora sicuramente i problemi ambientali seguiranno in modo quasi misterioso? Ed è possibile che la realtà prevalente delle famiglie povere sia rispecchiata nella realtà delle povere condizioni climatiche? Cos’è quello che ha portato a questa povertà in un mondo di abbondanza se non la spinta al profitto e al potere basata su avidità, indifferenza e ignoranza - gli stessi fattori che hanno portato le aziende multinazionali al saccheggio della terra in nome della crescita economica e del consumismo. Se osserviamo attentamente c’è una connessione inseparabile fra la crisi ambientale e quella povertà, che potrebbe essere illustrata schematicamente come un triangolo con le parole “cambiamento climatico”, “fame/povertà” e “crescita demografica” nei rispettivi angoli, e le parole “profitto/commercializzazione” nel mezzo. La ricerca di maggiori profitti attraverso la commercializzazione sfrenata, crea maggiore povertà e danneggia ulteriormente l’atmosfera. Tanto più i livelli della povertà crescono, tanto più la popolazione del mondo cresce in tandem - portando le forze della commercializzazione a rafforzarsi e ad intensificare queste tendenze auto-distruttive per sempre.

Quindi finché la gente del mondo non richiederà l’implementazione universale dell’Articolo 25 attraverso la condivisione delle risorse globali, la spinta per il profitto commerciale continuerà a distruggere il nostro ambiente naturale. E finché i prodotti del mondo non saranno condivisi, finché le eccedenze alimentari sono lasciate a marcire mentre milioni di persone soffrono la fame, finché la famiglia umana continua a trascurare la sofferenza dei suoi membri più poveri, allora è inevitabile che lo squilibrio sarà sentito negli ecosistemi e nell’andamento meteorologico del pianeta. Non possiamo affrontare i problemi ambientali senza affrontare anche l’ingiustizia della povertà, l’ingiustizia dello sfruttamento umano, l’ingiustizia di accumulare e di non condividere i prodotti della terra che appartengono a tutti noi. È quindi sufficiente sensibilizzare l’opinione pubblica riguardo alla crisi climatica, senza accennare anche alla parola “fame” o la mancanza di condivisione nel nostro mondo? Oppure questo rappresenta la definizione della nostra ignoranza, considerando che la salute del pianeta sta peggiorando in misura maggiore quanto più cerchiamo di affrontare i problemi ambientali prestando scarsa attenzione alla diffusa privazione umana?

Moralmente parlando è deplorevole credere di poter affrontare i problemi ambientali senza affrontare anche la povertà globale, perché non c’è nessun motivo per cui non possiamo salvare gli affamati allo stesso tempo in cui agiamo per salvare il nostro mondo. Ora vediamo molta gente organizzarsi per fermare il cambiamento climatico o fermare la distruzione ambientale, ma quante volte vediamo azioni globali coordinate che richiedono la fine immediata delle condizioni di fame e di povertà che mettono in pericolo la vita? Eppure se possiamo organizzarci globalmente per provare a fermare una guerra illegale, oppure per sensibilizzare la gente su un’imminente catastrofe ecologica che la maggior parte dei leader mondiali sembra ignorare, allora possiamo sicuramente organizzare massicce proteste internazionali unificate nella causa dell’implementazione dell’Articolo 25 - e motivate da un atteggiamento che dice “e gli altri?”

Forse dovremmo fermarci un attimo e domandarci perché i problemi climatici siano diventati così importanti nelle nostre famiglie, mentre il fatto che circa 17 milioni di persone stanno morendo ogni anno per cause legate alla povertà non ci preoccupi minimamente. È più importante per noi respirare aria pulita domani che per una persona disperatamente povera mangiare pane oggi, nonostante la fame fosse una realtà quotidiana per milioni di persone anche prima che nascesse Greenpeace? Ci restano forse 10 o 15 anni per prevenire il cambiamento climatico catastrofico, ma quanti anni o perfino giorni rimangono al bambino indigente che sta lentamente morendo di fame? Queste domande sono sollevate in uno spirito di protesta da questo scrittore, che non ha mai compreso le risposte e mai lo farà. L’indegnità della povertà esiste da molto più tempo dell’attuale problema dell’inquinamento ambientale, ma per qualche strana ragione solo il clima ha trovato un’espressione nelle manifestazioni pubbliche in tutto il mondo. Come se all’ambiente fosse stato dato un posto di prima classe nell’attivismo globale, mentre i poveri non hanno neanche una classe in cui sedersi. E gli stessi cittadini più poveri parlano solo raramente delle loro drammatica situazione, così condizionati sono - come sempre - ad accettare il loro destino o a morire silenziosamente in povertà miserabile. 

Tutto questo ci porta ad una conclusione inquietante se supponiamo che le nazioni ricche potrebbero riuscire a ripristinare l’equilibrio del loro ambiente locale, nonostante la continuazione del disastroso andamento meteorologico in Africa, Asia o altre regioni con una alta incidenza di povertà. Penseremmo allora agli altri ed inciteremmo i nostri governi ad aiutarli, o continueremmo con il nostro stile di vita insulare, indifferente e auto-compiaciuto che è attualmente la norma? Il fatto è che i problemi ambientali riguardano principalmente noi, il nostro futuro e le vite dei nostri bambini, pochissima  considerazione viene data al tipo di futuro che i bambini estremamente poveri avranno in paesi lontani. Stiamo educando i nostri bambini a pensare al bene dell’ambiente, a riciclare plastica e lattine in una scatola verde, ma non siamo riusciti ad insegnargli a pensare ai milioni di altri bambini che vivono in grave povertà oltreoceano senza neanche il privilegio di mangiare un pasto nutriente ogni giorno. Quando per ogni bottiglia riciclata da un bambino in una nazione ricca probabilmente due bambini stanno morendo in quel momento dalle cause legate alla povertà in qualche altra parte del mondo. 

Naturalmente aumentare la consapevolezza dei problemi ambientali è, senza dubbio, cruciale e lodevole, perché il pianeta è in uno stato di rovina e siamo agli albori di una risposta adeguata da parte dell’umanità. Ma forse dovremmo ancora fermarci per un momento e domandarci: mi interessa di più il cambiamento climatico rispetto alla realtà della fame globale, semplicemente perché sono influenzato da altri seguaci di una causa alla moda? Infatti quante volte ho riciclato rifiuti domestici la scorsa settimana, e quante volte ho rivolto un pensiero alle letteralmente centinaia di migliaia di persone che sono morte inutilmente a causa della povertà nello stesso periodo di tempo? Se tu avessi parlato a una qualsiasi delle persone fatalmente impoverite dello stato dell’ambiente prima che morissero, puoi essere sicuro che avrebbero risposto: “non posso pensare alle foreste o alle emissioni di CO2, voglio solo cibo, acqua pulita, assistenza sanitaria, mezzi di sussistenza sostenibili e un alloggio adeguato!” 

Lo ripeto, non fraintendiamo è certamente giusto sensibilizzare gli altri sulle emergenze ambientali, ma dobbiamo anche domandarci che tipo di educazione è questa in un mondo diviso, angoscioso e moralmente biasimevole. Che tipo di vita migliore possiamo aspettarci quando l’ingiusta economia globale sta causando traversie e disperazione per innumerevoli famiglie, quando la commercializzazione sta prendendo il controllo dei programmi di ogni principale partito politico, quando le tensioni internazionali stanno portando a un’epidemia di ansia e depressione, e quando migliaia di persone stanno morendo di povertà ogni giorno dimenticati? Perché vogliamo che l’ambiente ritorni alla salute, se il mondo continua lungo questa stessa malvagia rotta? Non abbiamo neanche statistiche attendibili su quante persone soffrono la fame o soffrono in silenzio in assoluta povertà, anche se abbiamo accesso a un flusso infinito di dati sui cambiamenti dell’andamento meteorologico e sui flussi di gas serra che potrebbero riguardare le nazioni ricche. Forse questa non è una sorpresa quando consideriamo che qualsiasi discussione pubblica sull’ambiente è considerata civile e moralmente importante, mentre non si parla quasi mai della tragedia di coloro che continuano a morire di povertà negli angoli più bui del mondo. 

Eppure anche ora, in mezzo a così tanto caos meteorologico e tumulti finanziari, è ancora possibile per le nazioni unire i loro sforzi per nutrire gli affamati, guarire i malati, prendersi cura dei diseredati e allo stesso tempo prevenire che il cambiamento climatico vada fuori controllo e risanare l’ambiente. È sempre stato possibile farlo, da quando esistono i problemi. L’unico modo in cui i governi possono raggiungere questo obiettivo senza pari oggi, comunque, è attraverso i politici adatti che vengono eletti con le persone del mondo unite dietro di loro - ed è qui che risiede la radice del problema, il risultato della nostra apatia e del nostro auto-compiacimento profondamente radicati. 

Osservando i problemi mondiali dalla prospettiva più olistica e spirituale possibile, si potrebbe dire che la crisi climatica è il risultato dell’uso fuorviato dell’intelligenza a causa dell’adorazione collettiva di profitto, ricchezza e potere, il che ha portato conseguentemente all’indifferenza generalizzata verso i beni ambientali comuni. Ma tutti noi svolgiamo una parte in questa realtà avversa, il che ci costringe a riconoscere come siamo stati intrappolati nel degrado ambientale dovuto alla nostra complicità nelle cause del tema che caratterizza il nostro tempo. La trappola è credere che “resta poco tempo per salvare il pianeta”, mentre nel frattempo contribuiamo ai processi che stanno intensificando la distruzione del mondo naturale. A causa dell’istruzione inadeguata e della conseguente mancanza di auto-conoscenza, non conosciamo noi stessi o lo scopo della nostra vita, perciò siamo facilmente influenzati dal desiderio di diventare ‘’felici’’ in un modo ottuso e egoista attraverso la nostra identificazione con il materialismo. E le forze della commercializzazione sono estremamente abili a sfruttare la nostra ignoranza e il nostro conformismo per fare soldi in qualsiasi maniera, come esemplificato nel modo più volgare dalla frenesia del consumo eccessivo a Natale o dallo shopping irragionevole del Black Friday. Il nostro bisogno psicologico di sicurezza e felicità ci rende tutti suscettibili al condizionamento sociale che ci costringe a diventare ‘’qualcuno’’ che è migliore degli altri, o altrimenti ci indottrina ad aspirare a vivere nel lusso con grandi case, abitudini di consumo eccessivo e vacanze dispendiose. 

Riusciamo a vedere come questo si traduce in un quadro globale caratterizzato da milioni di contratti commerciali e attività a scopo di lucro in tutto il mondo, in congiunzione con le politiche estere basate sulla concorrenza aggressiva per le risorse globali limitate, il che complessivamente ha un impatto continuo e devastante sull’ambiente? Gli individui sono istruiti per aspirare a diventare una persona di successo,  portando a atteggiamenti egoisti e ad una certa indifferenza verso gli altri che è espressa a livello nazionale e internazionale. E l’accumulazione di questo egoismo è l’orgoglio e la gioia delle corporazioni multinazionali, e conduce le masse a comportamenti di consumo eccessivo e al degrado dell’ambiente naturale. 

In ultima analisi, non sono né i governi né le corporazioni i fattori trainanti del taglio delle foreste pluviali, dell’estrazione a cielo aperto di minerali preziosi, dello scavo senza sosta per i combustibili fossili e così via. Più esattamente, è la gente in ogni nazione che è stata condizionata a desiderare lo stile di vita ad alto consumo che porta a questa distruzione necessaria, indipendentemente dai suoi effetti sulla popolazione delle altre nazioni in cui avviene la distruzione. Come abbiamo notato altrove, l’idea materialistica ed egoista del Sogno Americano ora è stata esportata in quasi ogni paese del mondo, e rappresenta una forma di condizionamento sociale che non è solo sinonimo della commercializzazione ma anche della rovina ambientale.[x] Osservando questo caos nella sua totalità di cui siamo tutti, in parte più o meno grande, responsabili, la questione della colpevolezza dell’uomo nelle cause del riscaldamento globale è una diversione a cui potremmo rispondere: in ogni caso che importa? 

Riflettere su come partecipiamo al prolungamento della crisi ambientale odierna potrebbe anche condurci a comprendere che una causa più profonda del problema risiede nel modo in cui viviamo insieme è interagiamo nella società. Nasciamo in un mondo in cui alla gente manca la gioia, è pesantemente condizionata, non è creativa, e psicologicamente separata l’uno dall’altro nelle loro relazioni - tutto questo causa un grave squilibrio nell’ambiente e nell’atmosfera. Perciò la motivazione prevalente a diventare ricco e di successo nel mezzo della povertà e della miseria è anche una causa dei disturbi che sono sentiti all’interno degli elementi della natura. Questa è un’intuizione esoterica ma essenziale da percepire se vogliamo comprendere perché non possiamo mai guarire gli ecosistemi del pianeta a meno di non risolvere anche i nostri problemi sociali in tutte le loro dimensioni. In altri termini, non è solo quello che l’uomo fa che influenza l’ambiente, ma anche quello che pensa e sente, siccome c’è un rapporto intricato fra il pensiero degli uomini e il mondo naturale.

Se entri nella stanza di un depresso o di un tossicodipendente e ti colpisce emotivamente o quasi impercettibilmente in modo negativo, allora è sicuramente possibile che tutte le emozioni e tutti i pensieri negativi della gente nel suo insieme abbiano un effetto deleterio sulla natura e sulle condizioni ambientali globali. E qual è il tenore predominante dei pensieri che l’uomo sta producendo in questo momento? Che altro se non l’idolatria di profitto, potere e ricchezza, misti a un’indifferenza endemica al benessere degli altri. L’avidità per sé rappresenta lo squilibrio. E se estrapoliamo aggregandoli tutta l’avarizia, l’egoismo e l’indifferenza espressi all’interno degli individui, allora possiamo dedurre l’effetto che potrebbe avere sulla vita intorno a noi, inclusi gli andamenti meteorologici, i livelli del mare, e il comportamento di piante e animali.

Quindi non sono solo le attività materiali delle corporazioni multinazionali che causano le distruzioni ecologiche, ma anche gli stessi pensieri e le stesse intenzioni del lobbying corporativo o degli affari deleteri conclusi da molti milioni di dirigenti d’azienda. Allo stesso modo, un governo potente che vende armamenti alle altre nazioni non è solo responsabile di perpetuare la guerra e la morte in regioni lontane, ma anche di diffondere paura e depressione nella coscienza della gente in tutto il mondo, il che si riflette alla fine nei disturbi all’interno dell’atmosfera e degli ecosistemi del pianeta. Persino le mura dell’apartheid intorno alla West Bank e a Gaza hanno un effetto straordinariamente negativo sugli elementi della natura, e estendono in ogni direzione la depressione psicologica, l’angoscia e l’odio che infuria nel nostro mondo diviso. Se esiste un piano evoluzionario divino per l’umanità, allora un tale muro rappresenta il suo polo opposto e dovrebbe essere considerato uno dei più brutti monumenti costruiti alla fine del ventesimo secolo. L’uomo è la Vita e ogni atomo all’interno dell’universo è inestricabilmente connesso, il che è un postulato di base che ha implicazioni profonde per i meccanismi sociali e le relazioni umane appena comprendiamo e accettiamo completamente la sua validità. 

Fino ad allora, siamo tutti in qualche modo responsabili della continuazione di entrambe le nostre crisi sociali e ambientali, e siamo solo veramente uniti in termini di ignoranza o indifferenza verso i legami fra questi problemi interconnessi. Propio come l’entità corporativa transnazionale è indifferente alla distruzione che perpetua sulla natura, anche noi siamo collettivamente indifferenti ai milioni di persone a rischio di morte a causa della fame e di altre cause legate alla povertà. Se la grande corporazione odia di fatto la natura in nome del profitto, noi odiamo di fatto i nostri poverissimi fratelli e sorelle in nome della ricerca della nostra felicità e comodità personali. Perciò siamo tutti uguali in termini di egoismo, cecità, ignoranza e indifferenza. Eppure, per così tanto tempo abbiamo ignorato il problema della fame e della povertà causate dall’uomo che ora la povertà sta tornando a perseguitarci attraverso tumulti sociali e disastri ambientali - perché tutto quello che accade su questa terra è spiritualmente interconnesso.

Vi siete accorti di come il clima sia improvvisamente deteriorato negli ultimi decenni da quando la commercializzazione è entrata nelle nostre vene, e l’umanità ha cominciato a consumare le risorse più accanitamente che mai? Vi siete accorti di quanto rapidamente le strade stiano diventando più affollate, come i senza tetto e i poveri stiano aumentando di giorno in giorno, di come stiano diventando sempre più confusi e sfiniti da tutta la sofferenza, il dolore, e la depravazione morale del nostro mondo? E avete osservato come questo sistema disfunzionale che sosteniamo reciprocamente ora ha sviluppato un meccanismo astuto che si riproduce, costringendoci a rimanere intrappolati nei suoi processi deleteri anche se non vogliamo farne parte? Allora sappiate la verità : il cambiamento climatico è una conseguenza del disordine che si può vedere apertamente nella società disfunzionale di oggi, nato da tutto il dolore, l’ingiustizia, l’avidità, l’ineguaglianza, e soprattutto l’indifferenza endemica su questa terra. Invertite tutto ciò e avrete un ambiente sano, per tutto il tempo che vivrete e oltre. Essere indifferenti alla fame e alla povertà vuol dire negare a voi stessi quei momenti di libertà donati da dio in cui alzate lo sguardo verso un cielo azzurro profondo in completo silenzio interiore, con il clima ancora nobilitato con le sue quattro stagioni, e il mare, nel suo amore, non dice mai no ai fiumi del mondo che vogliono entrare nel suo grembo.  

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Rendersi conto che le cause principali della crisi ambientale sono radicate nella nostra coscienza e nelle nostre relazioni reciproche, ci potrebbe portare a concludere semplicemente che tutti i problemi umani siano il risultato della mancanza di visione ed amore. Non sono solo i governi che non riescono ad ascoltare il loro proprio popolo, ma siamo noi che non riusciamo ad ascoltare la voce del nostro proprio cuore. E questo è l’inquinamento più grave che minaccia il futuro del mondo, più delle emissioni di diossido di carbonio nell’atmosfera, perché è un inquinamento agli attribuiti dei nostri cuori che acceca anche il buonsenso e la ragione. Sappiamo che le élite ricche hanno sempre visto i poveri come un tipo di inquinamento sociale che dovrebbe essere affrontato sradicandoli, invece di sradicare le cause della loro privazione. Ma anche noi ignoriamo gli attribuiti dei nostri cuori finché continuano ad accettare uno stato di cose in cui milioni di persone muoiono in povertà, inutilmente e per cause create dall’uomo in un mondo di abbondanza. 

Riusciamo veramente a comprendere la psicologia di qualcuno che vive da molti anni in povertà estrema? Essere così poveri da fare tanti figli senza i mezzi per mantenerli adeguatamente, sapendo che molti di loro potrebbero morire prima di aver la possibilità di vivere, significa che si è già stati delusi dalla propria comunità, dimenticati dalla propria società, e effettivamente abbondati dell’umanità stessa. C’è un acuto senso di perdita nella mente di una tale persona, e una terribile sensazione di solitudine che solo i disperatamente poveri possono provare - una sensazione d’essere totalmente indesiderati, interiormente inutili e traditi da dio. Questo è l’effetto malefico dell’indifferenza degli uomini alla sofferenza dei meno fortunati fra noi, perché quando si è svantaggiati senza speranza, quando si vive in miseria e in indigenza totale, ci si sente come un essere umano senza anima. La tua vita non ha nessuno scopo. Non ti piaci né ti odi. E la sola sensazione che si può provare è quella del tuo cuore che urla forte per l’aiuto che non verrà mai. 

Tale è la realtà psicologica che permane per milioni di persone ogni giorno nei villaggi più poveri e nei bassifondi di molte regioni sottosviluppate in tutto il mondo. Possiamo essere gentili e caritatevoli, possiamo anche essere pieni di benevolenza e intenzioni virtuose, ma se non abbiamo mai vissuto questo tipo di povertà allora non abbiamo nessun’idea di quello che significa non aver cibo per le prossime due settimane, senza speranza di aiuto governativo o sostegno pubblico. L’effetto del nostro auto-compiacimento collettivo e dell’indifferenza è molto più grave di quello che potremmo immaginare, e non ci siamo ancora resi conto delle sue vere implicazioni all’interno dei nostri atteggiamenti culturali e delle usanze convenzionali. Tradire queste persone, la cui fame ed indigenza sono evitabili, è effettivamente negare l’inviolabilità dello scopo divino della loro anima, e privarli del loro divino diritto di evolversi spiritualmente - il che è il crimine più grave fra tutti quelli che commettiamo, come questo scrittore ha ripetutamente affermato in precedenza. 

Per favore meditate su ciò che è stato appena detto e poi riflettete ancora sui contenuti dell’Articolo 25 per intuire da voi stessi ciò che dovrebbe essere fatto ora nelle vostre discussioni, proteste, comunicazioni e così via. Ogni persona, non importa da dove provenga, può svolgere un ruolo in questa vasta impresa di civiltà per correggere urgentemente l’antichissimo torto della fame e della povertà, sia attraverso mezzi economici, politici, sociali, artistici che scientifici. Quello a cui dovremmo dare priorità nei nostri pensieri e nel nostro attivismo non sono solo i problemi ecologici e come questi potrebbero influenzarci a casa, ma anche la nostra consapevolezza dell’interconnessione fra le crisi globali dell’ambiente e della povertà che ci porterà a comprendere che la condivisone delle risorse mondiali è la soluzione ai problemi umani a ogni livello. 

Andare in strada e manifestare richiedendo che i governi affrontino il cambiamento climatico è molto diverso dal richiedere che i poveri del mondo siano nutriti e protetti, in quanto questa seconda opzione rappresenta l’inizio di una trasformazione nella nostra consapevolezza cosciente che è basata sulla nostra compassione per quelli meno fortunati di noi stessi. Significa in altri termini, chiedersi “e gli altri?” sinceramente ed empaticamente, e dimenticarsi temporaneamente della propria vita e delle preoccupazioni egoiste. Significa percepire la relazione olistica di tutti i problemi mondiali, e questa comprensione ci spingerà a participare idealmente ad ogni manifestazione per la giustizia sociale o climatica ogni qual volta se ne tenga una. Alla fine, significa che l’umanità è Una e la giustizia per sé non può essere divisa. In questo modo ci rendiamo conto che la fame è l’ingiustizia stessa perché influenza il mondo nel suo complesso, anche in termini di caos meteorologico e di un pianeta che sta gravemente soffrendo. 

Comprendere l’interconnessione dei problemi mondiali significa anche riconoscere la nostra responsabilità di parlare e di agire come ambasciatori per l’umanità, presupponendo di essere già dotati di buona volontà, buonsenso e una crescente consapevolezza delle giuste relazioni umane. Solo il nostro cuore può veramente spiegare l’importanza di questi termini inadeguati, perché l’intelligenza umana applicata scorrettamente ha offuscato il semplice significato di tali parole per millenni. Non è sufficiente istruire i nostri bambini riguardo l’importanza di riciclare materiali domestici per proteggere l’ambiente, per esempio, se non li istruiamo anche riguardo l’importanza di “riciclare” la vita umana attraverso la condivisione economica globale e la cooperazione internazionale. Altrimenti stiamo limitando la loro consapevolezza cosciente a quel contenitore per il riciclaggio, che ha poco a che fare con il salvataggio del nostro pianeta a meno che non gli insegniamo anche come sono nati i nostri problemi ambientali, come se quel contenitore fosse un Vaso di Pandora che si collega ad ogni altro problema globale. Questo significa anche che i genitori devono istruirsi su quello che la commercializzazione sta facendo all’ambiente e quello che il loro governo sta facendo al mondo, in modo che possano dare un esempio portando i loro bambini a diventare ambasciatori per l’umanità come loro stessi. 

Pertanto al centro dei nostri programmi di istruzione scolastica di oggi dovrebbe esserci la comprensione della necessità di garantire i bisogni di base ad ogni persona in ogni paese, il che non si riferisce solo ai diritti universali di cibo, assistenza sanitaria, alloggio e previdenza sociale. Non limitiamo la nostra comprensione alle poche frasi che definiscono l’Articolo 25 ma usiamo la nostra intuizione per leggere tra le righe, perché annunciare l’Articolo 25 in proteste senza fine implica anche una nuova consapevolezza della nostra responsabilità morale e della visione per un Mondo Unico. Quello che sta succedendo attraverso le manifestazioni globali per l’ambiente infatti è simbolico della crescente consapevolezza che l’umanità è Una, e rappresenta l’inizio della coscienza globale e il rifiuto nascente del nostro passato che ci ha diviso per tanto tempo. In questo senso, il cambiamento climatico è un grande insegnante che sta provando a unire la gente del mondo per una causa planetaria comune, quindi potremmo finalmente arrivare a comprendere il significato della nostra unità e interrelazione spirituale. Ma il fatto che non ci siano manifestazioni pubbliche in tutto il mondo per porre fine alla fame e alla povertà mortale significa anche che ci stiamo ancora muovendo nella direzione sbagliata, e non abbiamo ancora compreso en masse come la condivisione delle risorse mondiali sia l’unica via per invertire la distruzione ambientale, per adottare un modo di vita semplice, e per istituire un’economia sostenibile basata sul bene comune di tutti. 
 

Abbiamo già esplorato alcune ragioni fondamentali per cui l’implementazione dell’Articolo 25 è della massima importanza per i prossimi anni cruciali, e perché la responsabilità per la trasformazione mondiale risiede nella voce unita di cittadini comuni impegnati. Vista la gravità delle crisi di disuguaglianza, ambiente e sicurezza che affrontiamo oggi, sarebbe ingenuo o sciocco credere che i governi si sveglieranno improvvisamente dal loro sonno e cominceranno a condurre il mondo verso un corso più stabile. Miliardi di dollari continuano ad essere versati in guerre insensate e stratagemmi geopolitici distruttivi nonostante i debiti nazionali impagabili e le crescenti disuguaglianze tra ricchi e poveri, mentre le politiche della maggiore parte dei capi di stati stanno ulteriormente commercializzando tutto quello che rimane dei beni pubblici comuni.

Anche a seguito della crisi finanziaria globale che ha richiesto salvataggi pubblici di istituiti bancari privati che avevano messo in ginocchio l’economia mondiale, la lezione di solidarietà internazionale verso l’obiettivo comune del rinnovamento sociale e planetario non è stata appresa. Ogni nazione ha tradito il resto e mostrato una mancanza di vera preoccupazione per la sofferenza del pianeta, invece di finalmente aiutarsi l’un l’altro e di lavorare insieme in uno spirito di cooperazione genuina e di condivisione economica. Potremmo trarre un’analogia da ciò che il governo israeliano sta facendo alla  popolazione palestinese, e paragonare l’oppressione dei loro vicini con il soggiogamento inflitto sul mondo intero dai paesi potenti attraverso le loro politiche estere brutali, insieme con le corporazioni multinazionali e la loro tirannia guidata dal profitto. Che cosa aprirà i loro occhi alla sofferenza che stanno infliggendo su popoli vulnerabili e paesi in via di sviluppo, e quando impareranno la semplice lezione di trattare i loro poveri fratelli con decenza, gentilezza e affetto? 

Ahimè, siamo illusi se crediamo che gli interessi di parte smetteranno  improvvisamente il loro lobbying e cesseranno di rubare le risorse mondiali a proprio vantaggio, così come siamo creduloni se crediamo che il governo  israeliano porrà fine alla sua aggressione che continua con il pretesto di quella frase falsa, “il processo di pace”. Ci sono solo due speranze per porre fine a questa duratura e aggravante situazione di stallo negli affari mondiali; o una preghiera speranzosa e passiva per l’intervento divino, o un risveglio congiunto della gente comune che, unita a milioni, dichiara: MAI PIÙ!”

Malgrado la prima possibilità, ci sono certe precondizioni da soddisfare affinché la voce unita della gente cresca con sufficiente forza e statura così da influenzare le decisioni dei governi e cambiare la rotta disastrosa che il mondo sta percorrendo. Innanzitutto, è necessario ripetere che ci deve essere la presenza costante di milioni di persone in strada in tutto il mondo che sottoscrivono in modo risonante i diritti umani dell’Articolo 25, e la loro presenza deve continuare incessantemente per tutto il giorno e la notte ad infinitum. Infatti se qualcosa non andasse bene fisicamente, non andresti in ospedale solo per un giorno, ma per un periodo di tempo molto lungo fino a quando il processo di guarigione ha completato il suo corso naturale. Allo stesso modo, il corpo dell’umanità è in una tale grave condizione che l’unica cura è che innumerevoli persone di buona volontà si radunino in strada e protestino pacificamente per l’inversione nelle priorità governative come se il futuro del mondo dipendesse da questo e, in un senso letterale, così è. Quando arriva il momento e i cittadini comuni abbracciano la stessa causa in ogni paese e in ogni continente, allora possiamo forse immaginare seriamente milioni di persone in ogni capitale riunite con lo stesso scopo, giorno dopo giorno, settimana dopo settimana in numeri sempre crescenti.

Dobbiamo ammirare in questo senso i vari manifestanti di Occupy che potrebbero ancora trovarsi accampati nelle piazze centrali delle varie città se la polizia non li avesse sfrattati con la forza, il che era possibile solo perché questi convinti attivisti non erano che una piccola percentuale della popolazione nazionale. Perciò era relativamente facile per l’autorità stroncare le loro speranze e aspirazioni, trasformandoli in un gruppo isolato di persone frustrate che hanno coraggiosamente cercato di fare il lavoro di tutti i loro concittadini. Ma cosa farà il governo se una maggioranza significativa della popolazione si unisce a queste proteste incessanti che sono basate sull’attuazione dell’Articolo 25, riunendosi ripetutamente e in tali moltitudini che la polizia sarà incapace di reprimerli o di contenerli?

Non c’e dubbio che i politici dell’establishment, i dipartimenti di polizia e le élite facoltose stanno attentamente osservando i nuovi movimenti di protesta ogni volta che manifestano, e continuano a riassicurarsi pensando: “Sicuramente alla fine torneranno a casa come hanno fatto l’ultima volta, e tutto ritornerà come prima”. Quindi dobbiamo raggiungere la fase in cui la gente comune di ogni ceto sociale si unisce a questa ripresa di protesta non violenta, comprese le famiglie che non hanno mai protestato prima così come gli scolari e i lavoratori del settore pubblico e, a quel punto, anche la polizia potrebbe rivolgersi verso il governo e dire: “Non siamo con voi, siamo con la gente!” 

Dovremmo aver chiaro ormai ciò che abbiamo bisogno di richiedere dai nostri rispettivi governi, che è molto più che aumentare il salario minimo nel proprio paese o dare un maggiore aiuto ai paesi in via di sviluppo. La lotta continua per un misero salario “minimo” rispecchia una storia lunga e buia di sfruttamento umano, furto corporativo e indifferenza pubblica, e non ha nessuna relazione reale con l’Articolo 25 che deve alla fine essere tradotto in un insieme di leggi molto più completo che garantisca a tutti il diritto a un giusto e dignitoso tenore di vita. Come possiamo operare nella nostra società oggi fra tutta la ricchezza che è ingiustamente distribuita, e allo stesso tempo limitarci a chiedere un tenore di vita minimo per la maggioranza povera in difficoltà?

Se siamo capaci di leggere tra le righe come suggerito, allora l’Articolo 25 significa veramente la fine dei vecchi modi basati sull’egoismo, sull’avidità e sul furto, e l’inizio del buon senso e di un nuovo modo di vita basato sulla buona volontà, sulla condivisione, sulla giustizia e quindi sulle giuste relazioni umane. Significa che nessun leader eletto può rimanere in carica senza seguire la volontà pubblica di porre fine a tutte le forme di povertà sia nazionale che globale, non sulla base di un’ideologia ma su principi di dignità di base e moralità. Come abbiamo brevemente elaborato fino a questo momento, la solida garanzia da parte di tutti i governi che i diritti dell’Articolo 25 vengono rispettati rappresenterà un antidoto alla crescente stretta mortale della commercializzazione, al saccheggio sfrenato e alla distruzione delle multinazionali, e alla follia delle politiche estere che si basano sull’aggressività e sulla politica di potere. Se solo potessimo personificare queste forze materialistiche della commercializzazione, allora potremmo immaginarli a grattarsi la testa fra milioni di persone che richiedono l’Articolo 25 in tutto il mondo, prima di bisbigliare a bassa voce: “siamo veramente nei guai questa volta”. 

Perciò annunciare l’Articolo 25 come la causa principale della gente è la strada meno difficile da seguire, e potrebbe portare a molti risultati positivi e a  un nuovo accordo sociale che non possiamo prevedere al momento. I semplici requisiti per ogni essere umano dell’Articolo 25 contengono tutte le richieste degli attivisti progressisti attraverso i secoli, anche in termini di giustizia ambientale come abbiamo discusso nel capitolo precedente. Non c’è più il tempo di compilare una lunga lista di richieste radicali che i governi dovrebbero accettare, il che non è un modo inclusivo di trasformare il mondo quando tali richieste porteranno a rivoluzione dopo rivoluzione se perseguite con forza nel contesto instabile di società polarizzate. Molti attivisti giovani oggi stanno complicando le cose con i loro programmi per la trasformazione politica e economica, quasi come se stessero imitando ciò che chiamiamo ‘il sistema’ e cercassero di dialogare con i suoi processi labirintici, invece di diminuire il suo potere radunandosi con milioni di altre persone in proteste permanenti in tutto il mondo. Non dimentichiamoci che il sistema è malefico nella sua complessità che divide, come è sempre stato anche prima della nostra nascita, quindi cercare di negoziare con i rappresentanti del sistema allo loro condizioni è inutile e interminabile. Proprio come il politico benintenzionato che cerca di riformare il governo dall’interno è suscettibile di essere a sua volta riformato dall’interno, così l’attivista isolato che cerca di cambiare il sistema potrebbe infine trovare che il sistema ha cambiato lui.

Prendiamo dunque la strada più facile e annunciamo insieme l’Articolo 25, sapendo che questa è la via più sicura per spingere i governi a ridistribuire le risorse e ristrutturare l’economia globale. Una tale richiesta può essere espressa creativamente, sicuri nella consapevolezza che racchiude all’interno di sé tutte le risposte che stiamo cercando di trovare. Allora potremmo renderci conto che molte attuali richieste degli attivisti globali sono gia incorporate nella Dichiarazione Universale dei Diritti Umani, anche nei paesi ricchi in cui la richiesta per la condivisione sta prendendo forma. Osservate a tal proposito i diversi movimenti per gli alloggi sociali a costi ragionevoli, per il controllo pubblico delle utenze e dei trasporti, per la fornitura di assistenza sanitaria e di istruzione superiore, o per una società più equa e ridistribuiva attraverso una fiscalità giusta. Non c’è dubbio che il principio della condivisione deve essere istituzionalizzato in ogni nazione lungo queste linee preliminari, ed è naturale che i cittadini impegnati siano coinvolti pienamente nel perseguimento alla soluzione di questi problemi nella propria società. Ma dobbiamo anche essere consapevoli che i nostri problemi sono essenzialmente gli stessi delle altre nazioni, perché è questa consapevolezza che ci unificherà e ci renderà un’implacabile (ma pacifica) forza internazionale.

Questa nuova consapevolezza globale è infatti l’essenza di una strategia della gente nella proclamazione dell’Articolo 25, perché non si dovrebbe manifestare per esso in un paese solo ma sempre in molti paesi diversi allo stesso tempo. Come discusso precedentemente in relazione alla questione della crescita economica e della prosperità sociale, abbiamo finalmente raggiunto il punto in cui il lavoro di gruppo planetario è necessario per risolvere i problemi dell’umanità, che sono palesemente internazionali in portata e non possono più essere affrontati su base strettamente nazionale o unilaterale. Ecco perché la responsabilità dei cittadini impegnati è innanzitutto quella di leggere tra le righe per capire il significato dell’Articolo 25 e poi, una volta acquisita quella consapevolezza, di mobilitarsi in tutto il proprio paese con l’esplicita intenzione di richiedere alle altre nazioni di fare lo stesso. 

Rimanere consapevoli del fatto che il nostro obiettivo generale è che l’Articolo 25 venga istituito come legge vigente in ogni paese, significa che vogliamo conferire alle Nazioni Unite il potere di garantire che tutti i governi del mondo facciano rispettare queste leggi, in qualsiasi modo tali statuti vengano sanciti. Abbiamo notato come la situazione attuale sia palesemente inversa nella maggior parte dei paesi, in cui i governi continuano a perseguire queste politiche dannose che distruggono le garanzie di protezione sociale e compromettono il soddisfacimento dei bisogni di base di molte persone. Ma se l’Articolo 25 fosse stabilito come legge immutabile e fondamentale per ogni paese, allora la polizia dovrebbe forse arrestare i politici invece di contenere le proteste pacifiche della gente comune. La maggior parte di loro lotta per difendere i diritti umani di base che dovrebbero sempre essere stati protetti dalle Nazioni Unite. 

Da questa comprensione potremmo renderci conto che la strategia corretta per la trasformazione mondiale non è quella di sollecitare unicamente i nostri governi nazionali che, come sappiamo, non riescono spesso a salvaguardare il benessere comune di tutti i loro cittadini. Allo stesso tempo dobbiamo richiedere alle Nazioni Unite di rappresentare veramente il popolo del mondo. Questa è una chiamata che deve essere espressa su scala intercontinentale se deve essere permanentemente efficace. Dopo tutto, quando un governo è oppresso da un altro paese ha l’opportunità di presentare la sua causa alla Corte Internazionale di Giustizia, ma dov’è l’opportunità di rimostrare per le famiglie e gli individui poveri del mondo? Non vi sorprenderà sapere che non c’è nessun posto in cui possono andare a ricorrere per l’ingiustizia della loro povertà, anche quando i governi stanno salvando le istituzioni bancarie facoltose a seguito di un crollo internazionale dell’economia globale. 

Quindi abbiamo bisogno di un ONU che rappresenti i sentimenti e i desideri della gente del mondo, e che dia la priorità più alta di tutte ai bisogni dei poveri inascoltati e morenti. Anche se noi stessi abbiamo garantito l’accesso ai nostri bisogni di base, con chi ci lamenteremo quando i governi stanno attaccando le istituzioni pubbliche e i servizi sociali che apprezziamo di più, con scarso rispetto per i diritti umani a lungo stabiliti e i diritti per la vita e la libertà? Per esempio, potremmo dissentire con gli accordi commerciali per il libero scambio e le privatizzazioni che stanno ulteriormente commercializzando ogni aspetto della nostra vita, ma come creeremo un mondo migliore quando i governi stanno lavorando per conto delle corporazioni invece di dare priorità alle nostre preoccupazioni sociali più fondamentali? 

Questo è un altro motivo per cui abbiamo bisogno di lavorare con un articolo che appartiene alla Dichiarazione Universale dei Diritti Umani, in quanto questi standard di conseguimento, comunemente concordati per tutte le nazioni, non saranno mai realizzati a meno che la popolazione mondiale non li difenda continuamente attraverso enormi mobilitazioni. Questo processo potrebbe alla fine spingere un leader ad ascoltare i suoi elettori e ad agire fedelmente di conseguenza. Tuttavia non è probabile che questo leader sia uno dei leader della maggior parte delle attuali amministrazioni governative, quindi dovremmo considerare le Nazioni Unite come il vero ‘presidente’ di tutta l’umanità e la nostra speranza più grande di salvare i poveri del mondo. Quando c’è un conflitto in un particolare regione del mondo e non si trova nessuna immediata soluzione, allora i caschi blu delle Nazioni Unite intervengono come forza di pace per monitorare gli eventi e cercare una soluzione, per quanto impotente potrebbe essere la loro presenza come supposta rappresentazione della palese volontà della comunità internazionale. Ora immaginate che le Nazioni Unite inizino a rappresentare la palese volontà di tutti i cittadini del mondo e in tal modo siano autorizzate, attraverso una manifestazione globale di sostegno pubblico, ad agire su mandato della gente per attuare l’Articolo 25. Sicuramente non passerà molto tempo prima che le Nazioni Unite mandino i loro emissari a Washington, Bruxelles, Mosca e in ogni altra sede governativa per dire: “abbiamo aspettato abbastanza a lungo - è arrivato il momento di nutrire e di proteggere gli affamati e i poveri del mondo!” 

I giovani potrebbero subito rendersi conto che seguire questa linea di azione avrebbe un gradissimo impatto in tutto il mondo, portando a risultati straordinari in un’atmosfera sociale mai vista o vissuta prima. Quello che vogliamo soprattutto è dare una nuova prospettiva di vita alle Nazioni Unite, e se milioni di persone protestano ininterrottamente ogni giorno e notte, mese dopo mese e anche anno dopo anno, per la causa formidabile dell’attuazione dell’Articolo 25, allora potremmo alla fine assistere al considerevole rafforzamento dell’Assemblea Generale delle Nazioni Unite e al progressivo indebolimento del Consiglio di Sicurezza. Come argomentato precedentemente, un sistema riformato e pienamente democratico delle Nazioni Unite ha un ruolo importante da svolgere nella supervisione della gestione di un’economia globale ristrutturata. Tuttavia, questa funzione - come spiegato nell’Articolo 55 della Carta - non può essere adempiuta finché l’ONU non viene liberato dai vincoli del veto del Consiglio di Sicurezza, liberato dall’influenza delle istituzioni di Bretton Woods dominate dalle corporazioni, e liberato dalle sue limitazioni di finanziamento attraverso fonti di entrate più grandi e più affidabili. Le Nazioni Unite non appartengono agli interessi politici o corporativi in America, Cina, Francia, Russia o Regno Unito - appartengono a tutti noi, il che è lo scopo previsto della loro esistenza nella promozione dell’ “avanzamento economico e sociale di tutte le persone”.

Tenendo presente tutto ciò, i giovani degli USA dovrebbero domandarsi perché protestavano fuori da Wall Street proclamando i diritti dei “99%”, invece di radunarsi intorno al quartier generale delle Nazioni Unite e di annunciare l’Articolo 25. Dichiarare “Siamo il 99%” non condurrà in conclusione da nessuna parte, ma se richiediamo l’Articolo 25, allora i poveri alla fine ci sentiranno e si uniranno a noi - e questa è la soluzione! Immaginate se parliamo di Occupy Wall Street ai poverissimi in regioni come l’Africa subsahariana, la Cina rurale o l’India, come pensate che risponderanno alle vostre preoccupazioni nazionali? Spiegate a loro come funziona l’economia globale, e probabilmente non sapranno cosa significa. Spiegategli il significato di credit default swaps o quantitative easing, e forse non capiranno una parola. Ci sono molte persone nei bassifondi più poveri e nei villaggi che non hanno neanche mai sentito la parola “capitalismo’. Ma se gli leggeste il contenuto dell’Articolo 25 allora sicuramente i loro occhi si illuminerebbero e capirebbero subito, perché poi state parlando della loro vita quanto della vostra. 

Questi problemi della disuguaglianza e dell’ingiustizia sono sempre appartenuti ai poveri, prima che se ne impadronissero e li complicassero eccessivamente gli intellettuali. I complessi problemi del mondo sono anche i problemi dei poveri, perciò parliamo per loro o li invitiamo a parlare per se stessi? I cittadini più poveri sono abituati a vivere con la bocca chiusa, per quanto difficili e immeritate siano le loro circostanze, perfino al punto di morire silenziosamente nello squallore e nella miseria come abbiamo notato prima. Ma quando sentono la richiesta per il cambiamento espressa da milioni di persone che stanno condannando l’insensatezza della loro povertà, allora vedranno l’alternativa nella loro mente come se già la conoscessero, perché l’Articolo 25 doveva essere attuato molto tempo fa per quanto li riguarda. 

Per comprendere questo per noi stessi dobbiamo guardare la realtà della povertà interiormente e psicologicamente, non intellettualmente o attraverso gli occhi dell’auto-compiacimento, il che significa che dobbiamo “essere con” i poveri sia spiritualmente che emotivamente per vedere come l’Articolo 25 offra un’alternativa al suo interno. Quando milioni di persone comuni di buona volontà richiedono la fine della povertà in continue manifestazioni globali, allora quest’alternativa prenderà vita e parlerà per la prima volta. Le successive riforme politiche ed economiche seguiranno a un ritmo così rapido che molte tendenze globali negative inizieranno a invertire la rotta, compresa quella dei ricchi che si arricchiscono grazie alla loro concentrazione crescente di ricchezza e potere. Questo permetterà all’umanità di avere almeno un po’ di tempo per respirare, per così dire, quando le nazioni inizieranno a cooperare nella ridistribuzione delle risorse di base alle regioni più povere del mondo.

L’umanità ha a lungo richiesto in modi differenti che l’Articolo 25 sia attuato globalmente, attraverso le attività di ONG come Red Cross o Oxfam. Ma questi sforzi frammentari e caritatevoli non saranno mai sufficienti a meno che le masse del mondo non li sostengano con fermezza, costringendo i governi a utilizzare pienamente le loro ampie risorse e a svolgere in modo decisivo il ruolo a loro assegnato. Quindi lasciate che i poveri si uniscano a noi! Lasciate che le altre nazioni si uniscano! Lasciate che il buon senso prevalga! Non siamo stufi di protestare invano e di participare a manifestazioni in cui solo poche migliaia di persone sono impegnate per una giusta causa? Allora annunciamo insieme l’Articolo 25 e vediamo cosa succederà, perché se state persistentemente in strada per porre fine alla fame e alla povertà che minaccia la vita, allora milioni di altre persone si uniranno abbastanza presto a voi, indipendentemente dalla loro nazionalità o da dove vivono nel mondo. Forse perfino i turisti in visita nelle città capitali butteranno via la loro guida e staranno accanto a voi, specialmente se il momento è finalmente arrivato. La povertà è povertà ovunque esista nel mondo, e l’ingiustizia è ingiustizia qualunque sia il tuo stato sociale o paese di nascita. 

Acclamare “il 99%” solo nelle nazioni ricche quindi, è l’espressione  sbagliata e la strategia sbagliata, perché potrebbe sottintendere che l’ingiustizia è stata occidentalizzata e non appartiene al resto dell’umanità. La maggioranza della gente più povera non ha mai sentito parlare di quelle proteste di Occupy che si sono diffuse rapidamente in molti paesi nel 2011 e 2012, e anche se avessero simpatizzato con quelle varie cause nazionali non spettava a loro di essere coinvolti. Ma protestare per la fine della povertà per sé è una richiesta globale in cui tutti hanno un ruolo, quindi facciamo appello ai poveri proclamando l’Articolo 25 così da costruire in tal modo un esercito colossale. Non parliamo solo del bisogno di giustizia sociale nel nostro paese, ma comunichiamo internazionalmente circa l’urgenza di assicurare che i bisogni di base di tutti vengano soddisfatti immediatamente, il che, come sappiamo, può definitivamente essere realizzato perché ci sono più che abbastanza risorse per tutti. 

Possiamo creativamente illustrare questo semplice fatto nelle nostre varie campagne di sensibilizzazione, per esempio, attraverso lo studio di statistiche ragionevoli che rivelano la quantità di cibo in eccedenza o sprecato in ogni paese. Alternativamente, possiamo dimostrare quanto facilmente i governi e la società civile possono fornire gli elementi essenziali della vita a ogni persona senza condizioni, attraverso nuovi accordi economici globali che accumulano e ridistribuiscono le risorse in eccesso senza essere ostacolate dall’imperativo del profitto. Attraverso idee innovative e innumerevoli azioni dirette, invitiamo il nostro governo a rispettare e ascoltare “noi, il popolo delle Nazioni Unite”, fino a quando una delle proposte centrali contenuta nel Rapporto Brandt ritorni al tavolo dei negoziati: un programma di emergenza per abolire la fame e la malnutrizione attraverso l’eliminazione della povertà assoluta come la priorità globale più importante di tutte le altre.

*

Sappiamo anche che è impossibile trasformare il mondo combattendo continuamente contro “il capitalismo” o “il sistema”, e questo non solo perché è improbabile che molti poveri privi di istruzione comprendano una tale causa complessa e bellicosa. Il termine “capitalismo” di per sé è fuorviante e deleterio, e infatti non c’è una tale entità chiamata “il sistema” a cui possiamo attivamente opporci - c’è solamente la gente nel mondo che si nasconde dietro le idee o abusa i principi per le loro subdole intenzioni. Il capitalismo è soltanto un’idea, un principio, che è cooptato da parecchi secoli dalle élite facoltose e politiche che manipolano le leggi e le politiche per servire i propri interessi, spesso in nome di una “democrazia” o una “libertà” che non capiscono e che non ha nulla a che fare con loro. 

Quindi non lasciamoci ingannare quando gli altri indicano il capitalismo e incolpano il sistema per i problemi del mondo, perché il principio del capitalismo per sé non è in alcun modo sinonimo di ingiustizia, disuguaglianza o ricchezza eccessiva. Quello che chiamiamo il sistema non esiste a parte le intenzioni umane che l’hanno creato e sostenuto, i cui pilastri sono caratterizzati da ambizione, avidità, egoismo e perfino crudeltà. Perciò il sistema nella sua totalità è in gran parte ingiusto, egoista, indifferente e spesso crudele. Quando guardiamo il tumulto finanziario e l’ingiustizia nel mondo, non è il capitalismo che vediamo ma le conseguenze delle motivazioni di certi individui che sono ignoranti dello scopo spirituale della vita e a cui mancano il buon senso e anche l’amor proprio. Vediamo troppa gente che persegue denaro, potere e prestigio, e troppa poca gente che si preoccupa veramente di servire l’umanità e di salvaguardare il benessere degli altri.

Questo non significa che questo scrittore stia difendendo il capitalismo; al contrario, possiamo dire lo stesso dei principi del socialismo o del comunismo. Cosa c’è di intrinsecamente sbagliato nel capitalismo come principio? Niente. Cosa c’è di intrinsecamente sbagliato nel comunismo come principio? Niente, per quanto sia stata corrotta e distorta questa idea essenzialmente spirituale da regimi autoritari o leader assetati di potere. Né i principi del capitalismo né quelli del socialismo sono stati ancora dimostrati in una maniera che rispecchi veramente la loro forma di organizzazione sociale, e questo non succederà mai fin quando il principio della condivisione non venga attuato negli affari mondiali come base delle giuste relazioni umane. Perciò è inutile che la persona comune si identifichi con questi termini e titoli fraintesi, siccome non sono i principi che vanno incolpati per i problemi mondiali ma solo gli esseri umani. Solo gli esseri umani possono cambiare, non il capitalismo o il sistema, perché il sistema è semplicemente un prodotto dei pensieri e delle azioni degli esseri umani. Il sistema per sé non esiste - esistono solo le persone. Eppure, siccome la società che abbiamo creato è così divisa ed ingiusta, incolpiamo stranamente “il sistema” per la nostra scontentezza e la nostra infelicità, il che è una conclusione errata e potenzialmente pericolosa da raggiungere. 

Abbiamo bisogno di guardare i principi alla base del socialismo e del capitalismo in una luce diversa e con una comprensione più spirituale, non secondo i vecchi modi dell’umanità basati sulla politica partigiana e sul conflitto senza fine. Un movimento politico che è “contro” l’establishment e che vuole sostituirlo con un altro “ismo” non riuscirà mai a promuovere il bene comune, e non includerà mai le persone molto povere a cui non interessa essere socialista, comunista, libertario o qualcos’altro; vogliono soltanto sfamare la loro famiglia e godere di uno stile di vita sicuro e pacifico. Opponendoci al capitalismo o al sistema corrotto, ritorniamo a questi vecchi processi deleteri che hanno portato al conflitto di classe e all’esclusione sociale più e più volte per centinaia di anni. 

È quasi come se gli attivisti stessero cercando di personificare il capitalismo nella loro mente e di ucciderlo con un coltello, quando in realtà non si può uccidere mai una teoria o un principio. Possiamo comprendere solamente la verità di quello che succede, il che è veramente una guerra causata dalle forze della commercializzazione che non ha nulla a che fare con il “capitalismo”. Allora quando provate a combattere il capitalismo, combattete contro un’idea invece di lanciare una sfida alle élite o di impegnarvi efficacemente contro quelli che sostengono lo status quo. E così facendo, rischiate di creare divisioni proprio come loro. Nella migliore delle ipotesi, le autorità daranno uno sguardo a quei manifestanti che si definiscono “anti-capitalisti” e li spazzeranno via senza pensarci due volte, perché tale attivismo è sempre stato costituito da una piccola e spesso militante fazione della popolazione. Nel peggiore dei casi, tuttavia, ogni movimento popolare “contro” l’ordine sociale esistente potrebbe alla fine portare a rivolte, caos e un’insurrezione violenta con esiti sociali e politici ancora più terribili.

Asserire “abbiamo bisogno di una rivoluzione” nella nostra moderna società polarizzata, quindi, è una proposta futile e spericolata, perché la parola rivoluzione genera la parola nemico, che genera la parola contro; e l’atteggiamento interno di essere ‘contro’ genera la cecità mentale e l’egoismo a sua volta. La contropartita psicologica di pensare “Io sono contro di te” è la testardaggine, l’arroganza e la violenza (espresse sia interiormente sia esteriormente), e indurisce invariabilmente il cuore delle persone e porta alla frammentazione e al conflitto, sia a livello individuale che sociale. La parola rivoluzione è obsoleta per l’era imminente in ogni rispetto, ed è arrivata l’ora di un nuovo ordinamento basato sulla cooperazione, sulla buona volontà, sulla condivisione e sull’unità - e anche una quantità abbondante di buon senso! 

Fare questo ci aiuterà forse a percepire la futilità di richiedere una alternativa al capitalismo come principio sociale. Dovremmo invece richiedere  un’alternativa ai nostri attuali sistemi d’istruzione che sono una delle cause dei problemi mondiali. Dalla nascita, tutti i bambini hanno bisogno di essere istruiti riguardo alle giuste relazioni umane, coltivando la consapevolezza che l’umanità è una famiglia interdipendente in cui i bisogni di tutti sono fondamentalmente gli stessi ovunque viviamo nel mondo o qualsiasi lingua parliamo, per quanto apparentemente diverse sembrino le nostre forme esteriori di organizzazione sociale. La giusta istruzione richiede anche una comprensione comune che i principi della condivisione e della cooperazione devono essere alla base delle nostre strutture e pratiche economiche, poiché questa conoscenza rappresenta il primo passo verso la risoluzione di divisioni sociali trincerate e verso la dissoluzione di modi opposti di pensiero ideologico. 

Una nuova era potrebbe iniziare immediatamente se abbastanza persone si istruissero ancora ed eliminassero dalla loro coscienza il condizionamento onnipresente degli “ismi” politici, come spesso definiti dai termini malconcepiti “sinistra” e “destra”. Il bisogno di una tale istruzione è un tema vasto che richiede tanta riflessione e più considerazione, perché abbiamo imprigionato la nostra mente per innumerevoli secoli attraverso il condizionamento sbagliato e l’identificazione con “ismi” in tutte le loro diverse forme, portando alle ripercussioni più dannose per la creatività e la libertà umane. Sono gli uomini e le donne comuni che da secoli sempre patiscono le conseguenze più dannose di questa violazione evidente del libero arbitrio umano, causata principalmente delle maggiori ideologie religiose e politiche che competono ancora oggi per la supremazia negli affari mondiali. 

Possiamo iniziare a comprendere l’enormità del problema solo se riflettiamo sul nostro prevalente atteggiamento psicologico “contro” il capitalismo o il socialismo o qualsiasi altro nemico ideologico che percepiamo come tele. Tuttavia, sarebbe proficuo iniziare da qui per cominciare a comprendere la nuova consapevolezza che deve facilitare le relazioni umane negli anni a venire. Dovremmo innanzitutto rinunciare a qualsiasi identificazione nella nostra mente con i termini “sinistra”, “destra”, “capitalismo”, “socialismo”, “anarchismo”, “liberalismo” e tutto il resto, e la parola “contro” dovrebbe essere irrevocabilmente sostituita nel nostro vocabolario e nel nostro pensiero dalle parole “non con”. Pensare “Io sono contro di te” invariabilmente porta all’ostilità o alla violenza, ma pensare “Io non sono con te” implica la possibilità di dialogo e di risoluzione senza conflitto indebito. Più significativamente, con un atteggiamento mentale di inclusività e di unità si ci rende conto che non c’è nessuna vera divisione psicologica fra te ed io, il che potrebbe aiutarci a riconoscere quanto siamo spiritualmente connessi come esseri umani anche se differiamo nei nostri atteggiamenti sociali e nella formazione delle nostre idee. L’umanità è per sempre “una” nella sua essenza e non ci può essere nessuna separazione fra noi nel senso spirituale più alto, per quanto divisi possiamo apparire sul piano fisico. Quindi se sembra che ci sia un conflitto inconciliabile fra ideologie politiche opposte, la soluzione duratura non risiede nella vittoria di un “ismo” su un altro, ma la si deve trovare in quello che può unire tutti noi attraverso l’accettazione universale della nostra comune umanità- e questo, in definitiva, richiede una nuova istruzione sulla vera natura del Sé interiore.

Non c’è niente di sentimentale o ingenuo circa questi suggerimenti siccome un tale atteggiamento verso le relazioni umane ha la possibilità di trasformare la società una volta che la maggior parte della popolazione sia istruita a pensare e diventare consapevole di sé stessa in modo più spirituale e inclusivo impegnando il cuore. Diventerà presto chiaro che il capitalismo oggi è prevalentemente sostenuto dalle élite facoltose che dicono “c’è solo un io”, invece di “c’è solo Una Umanità”. Avvicinarsi psicologicamente alla nostra attuale comprensione del capitalismo è infatti osservare come le sue varie forme di organizzazione sociale sono caratterizzate da avidità e mancanza d’amore, e poco altro. Quando la gente diventa consapevole di ciò e cambia quindi le sue intenzioni di conseguenza, allora il capitalismo cambierà la sua forma in esattamente la stessa misura. Attraverso il processo istituzionalizzato della condivisione delle risorse sia nazionalmente che internazionalmente, è inevitabile che il capitalismo assumerà gradualmente una forma meno dominante e pura di espressione. Fino a quando infine quello che chiamiamo il capitalismo sarà basato sulla condivisione di innovazioni invece delle forze di mercato senza freni, nel contesto di un’economia gestita socialmente che da priorità alla fornitura universale di beni e servizi essenziali.

Forse l’unico modo di iniziare questi cambiamenti nella nostra coscienza e in tutta la società è acclamare l’Articolo 25 in manifestazioni senza fine e in pacifici raduni di massa, che potrebbero infine aprire la porta alla trasformazione sia del capitalismo che del socialismo in una forma adatta a un’età della condivisione, della giustizia e della cooperazione globale. Tuttavia, vale la pena riflettere ulteriormente per se stessi sul fatto che l’Articolo 25 non ha nulla a che fare con i principi né del socialismo né del capitalismo per se, perché è associato unicamente al principio delle giuste relazioni umane nel senso di permettere a tutti su questa terra di evolversi spiritualmente con dignità e in libertà.

Indipendentemente dalle nostre inclinazioni o dalle nostre predilezioni, almeno rendiamoci conto che ribellarsi contro il capitalismo è un’assurdità che si riduce a un’idea che combatte un’idea. Diventiamo invece pragmatici facendo la richiesta che può trascendere le nostre differenze politiche nel modo più inclusivo. Abbiamo bisogno di una richiesta unificante, non di migliaia di cause disparate e isolate. Inoltre, la lotta contro il capitalismo aliena il pubblico non politicizzato e inibisce la diffusa partecipazione di massa, mentre acclamare l’Articolo 25 può unire l’’umanità nel suo insieme e invitare tutti ad attuare il loro potenziale inutilizzato  come leader. Potremmo rimanere colpiti vedendo cosa succede quando milioni di persone si riuniscono senza sprecare energia “contro” qualcosa, e questo darà una tale ispirazione e tale gioia agli spettatori che milioni di altre persone si uniranno presto a loro. Alla fine potrebbe rivelarsi semplice, infatti semplicissima, la soluzione ai problemi del mondo, nonostante tutta la complessità delle loro manifestazioni e tutte le biblioteche di libri che si continuano a scrivere su di loro.

La soluzione non richiede grande produzione intellettuale o teorie accademiche complicate, ma semplicemente che il cuore delle persone comuni sia impegnato in manifestazioni spontanee, incessanti, pacifiche e incredibilmente vaste incentrate sui diritti umani dell’Articolo 25. Gli attivisti più dediti dovrebbero rifuggire completamente quella minacciosa parola “rivoluzione”, e invece pensare in termini di creazione di un esercito del cuore che è la via sicura per unificare, come mai prima d’ora, le persone di tutto il mondo. È arrivata l’ora di parlare attraverso il cuore, non attraverso le ideologie ed i vecchi ismi. Non possiamo trasformare il mondo attraverso le parole “disobbedienza”, “contro”, o “anti”, ma possiamo trasformare il mondo oltre la nostra immaginazione comunicando da cuore a cuore per creare un nuovo ordine. Quando un segmento sostanziale di ogni società si unisce a questa impresa collettiva e richiede persistentemente l’Articolo 25, l’energia di queste pacifiche manifestazioni porterà alla rivelazione di una nuova terra per cui l’umanità si sta ora preparando, anche se per lo più inconsciamente. Attraverso il suono di questi raduni di protesta in tutto il mondo con il cuore coinvolto, e con l’impegno di milioni di persone che manifestano continuamente tutti i giorni, la risposta alla questione di “come” trasformare il mondo sarà naturalmente rivelata e niente impedirà a queste trasformazioni di avere luogo. 

Potremmo precisare che il più grande avversario del nostro sistema marcio e corrotto è il cuore umano, poiché il cuore è così semplice nei suoi attributi eppure diventa sorprendentemente potente quando si unisce agli altri cuori in una causa comune. Nello stesso modo in cui il nostro cuore si impegna a badare ai nostri bambini o a proteggere la nostra famiglia, abbiamo bisogno d’infondere le manifestazioni popolari con la stessa consapevolezza e l’incrollabile preoccupazione per l’orrenda povertà che vivono milioni di famiglie e individui indigenti, molti dei quali rischiano di morire di fame o di malattie evitabili proprio in questo momento. La maggior parte degli attivisti e degli intellettuali progressisti non è riuscita a riconoscere il potere della buona volontà di massa come prerequisito per la trasformazione globale. Tuttavia, senza risvegliare il cuore delle persone comuni non c’è nessuna speranza di coinvolgere il pubblico in qualsiasi impresa per rendere il mondo un posto migliore, particolarmente in questa fase critica dell’evoluzione umana che viene compromessa da tutte le parti dalla guerra degli ismi e della commercializzazione.

Se dobbiamo parlare della rivoluzione, allora lasciamo che sia una rivoluzione del cuore, che è molto diversa dal vecchio condizionamento degli ismi che è ancora evidente nel discorso politico sulla Primavera Araba e le sue relative insurrezioni. La strategia per il rinnovamento del mondo che stiamo considerando non è la stessa delle insurrezioni pubbliche avvenute in Egitto e in altri paesi mediorientali dal 2011, che erano principalmente preoccupate di porre fine al regno di regimi politici autoritari e corrotti. Una tale posizione contro i governanti repressivi è la causa del popolo di quella particolare nazione; potrei simpatizzare ma è improbabile che venga coinvolto a meno che non accada nel mio paese. Ma sostenere la fine della povertà ovunque esista è la causa di ogni nazione e della gente di tutto il mondo, e richiederà una rivoluzione globale del cuore per riuscirci.

Questa proposta sottolinea anche una dilemma centrale che gli attivisti dovrebbero contemplare e provare a comprendere: lottare per il cambiamento e la giustizia è innegabilmente necessario e ammirevole, ma lottare con la mente condizionata dagli ismi e dalle ideologie è un’impresa pericolosa che potrebbe portare a una situazione ancora peggiore. Nel meccanismo di quel condizionamento risiede la ripetizione continua degli errori passati dell’umanità, ecco perché dobbiamo richiedere la giustizia e un nuovo modo di vita attraverso gli attributi del cuore senza l’atteggiamento di essere “contro”.

Tuttavia, queste semplici linee guida per una nuova forma dell’attivismo globale non dovrebbero essere viste come una filosofia vaga e utopica, ma come una strategia ostinata per come lottare e vincere in realtà cioè coinvolgendo il cuore di milioni di persone in ogni paese attraverso manifestazioni pacifiche di massa preoccupate per l’immediata fine della sofferenza umana indotta dalla povertà. Mai prima d’ora abbiamo visto un tale spettacolo profondamente commovente e gioioso in piena fioritura su questo pianeta. Molti attivisti dichiarano ora la possibilità di creare un mondo migliore, ma la trasformazione sociale sulla scala richiesta non potrà mai essere attuata senza coinvolgere gli attributi del cuore e della mente contemporaneamente, e senza che l’intelligenza umana inizi finalmente a muoversi nella giusta direzione - non più verso il profitto, l’ideologia o i propri interessi, ma verso il bene comune di tutti con l’attenzione primaria rivolta ai meno privilegiati fra noi.  

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Ciò di cui abbiamo bisogno oggi non è la rivoluzione ma il buon senso, la semplicità e la saggezza da dimostrare nei nostri pensieri e azioni quotidiani. Acclamare l’Articolo 25 è il modo diretto di portare queste qualità nelle nostre attività di protesta, al punto da ridurre la tensione fra i ricchi e i poveri e portare entrambi a sedersi al tavolo per parlare, in termini sia figurativi che letterali. Alcune persone oggi stanno anche richiedendo una “rivoluzione spirituale” che, in teoria, sembra seguire la corretta linea di pensiero. In realtà è inutile e non plausibile richiedere un’illuminazione improvvisa della nostra coscienza collettiva quando le relazioni umane sono basate su desideri, confusione, ignoranza, e identificazione con gli ismi e le ideologie. 

Che tipo di rivoluzione spirituale possiamo avere in una società divisa e materialistica come la nostra, se non una “rivoluzione spirituale commercializzata” come è già successo con l’introduzione degli insegnamenti dello yoga in occidente? È una perdita di tempo cercare di promuovere una rivoluzione spirituale senza effettuare prima una rivoluzione psicologica in tutta la società, in modo da iniziare a sapere chi siamo veramente attraverso la comunione con gli altri in manifestazioni popolari con il coinvolgimento del nostro cuore. Quando ogni persona sulla terra ha quello di cui ha bisogno per vivere con rispetto di se, fiducia e libertà solo allora forse potremo chiedere una rivoluzione spirituale planetaria, altrimenti se potessimo personificarla questa rivoluzione potrebbe dirci : “Mi piacerebbe molto venire fra tutti voi, ma non sono capace di farlo finché prima non mettete in ordine la vostra casa”.

​Ci sono molte persone che lottano per la propria rivoluzione spirituale in un mondo che è rovinato da disuguaglianze in aumento, guerre devastanti e sconvolgimenti climatici. In tali circostanze la nostra cosiddetta illuminazione può essere raggiunta solo da un individuo perversamente inconsapevole della più profonda crisi spirituale del nostro tempo. Potremmo cercare rifugio in un ashram o un monastero e meditare in isolamento per molti anni, ma per che cosa meditiamo quando il mondo si sta avvicinando rapidamente a un’era di interminabili caos sociale e di catastrofi ambientali a meno di non cambiare drammaticamente direzione? Inoltre, sfamare gli affamati e servire i nostri fratelli non è anche una via per la salvezza spirituale? Per quanto riguarda questo scrittore, finché il crimine della fame nell’abbondanza persiste nel ventunesimo secolo non ci dovrebbe essere proprio nessun discorso di rivoluzione spirituale, almeno non prima di avere una rivoluzione psicologica planetaria che ci conduca all’acclamazione dell’Articolo 25 con un atteggiamento che dice “e gli altri?” 

Il fatto che la gente manifesta in tutto il mondo in questo modo è di per sé una rivoluzione psicologica che sarà realizzata attraverso la consapevolezza gioiosa che l’umanità è Una, e il suono di questi manifestanti sarà magnetizzato in modo tale da costituire infatti l’inizio stesso di una rivoluzione spirituale su questa terra. Una nuova insurrezione di costanti manifestazioni globali, nella maniera indicata sopra, darà tale dignità e forza alla gente che ci guarderemo senza barriere linguistiche, di razza e di classe come se fossimo fratelli e sorelle, e come se la fiducia fosse sempre stata presente se solo avessimo deciso di farne uso. Allora sapremo veramente cosa significa chiamarci ambasciatori dell’umanità una volta che l’Articolo 25 inizia ad essere attuato attraverso nuove leggi, politiche, e accordi economici globali. In quel momento, accadrà un fenomeno strano nella mente degli uomini e delle donne con una qualità precedentemente sconosciuta che nasce dalla consapevolezza degli altri, riscoprendo rispetto e fiducia, e naturalmente l’energia che chiamiamo amore.

Ciò che abbiamo già visto in molti campi di protesta dal 2011 è una piccola indicazione di questa coscienza emergente, anche se questi eventi precedenti diventeranno insignificanti in confronto alla nostra visione di molte nazioni che esplodono facendo unitamente la stessa richiesta. Avete osservato come la gente si comporta, quando interagisce come gruppo, durante le pacifiche manifestazioni di massa degli anni recenti in cui c’è una gioia nell’essere insieme e nel servire altre persone senza pensare a “me” stesso, anche se solo per condividere libri in una biblioteca improvvisata o distribuire cibo gratuito? Questi attivisti condividono tipicamente quasi tutto quello che hanno, e provano una joie de vivre e un senso di solidarietà che sono stimolanti, creativi e curativi nella loro espressione. Quindi lo scrittore vorrebbe chiedere al lettore: dovremmo considerare questo comportamento semplicemente come “roba hippy”, o l’inizio di una nuova era basata sulle giuste relazioni umane che avete forse già percepito per voi stessi?

Gli eventi a cui abbiamo assistito finora rappresentano un appello inconscio per realizzare un nuovo modo di vita, ed è un segno di ciò che avverrà su una scala planetaria mai vista prima. Per favore, immaginate se potete, la piena espressione di questo fenomeno che ha attivato i cuori della gente in ogni paese del mondo, come hanno provato e dimostrato molti milioni di persone per mesi interi ogni volta. Le sporadiche ondate di protesta popolare che sono accadute di recente stanno effettivamente dicendo “vogliamo un mondo migliore”, ma adesso abbiamo le istruzioni su come inaugurare questo mondo migliore che la gente dappertutto sta intuitivamente comprendendo.

Acclamando l’Articolo 25, potremmo anche aiutare a creare la consapevolezza universale che condividere le risorse del mondo è, in verità, la soluzione alla nostra crisi di civiltà, perché c’è una relazione interdipendente fra queste due concezioni che diventeranno realtà attraverso manifestazioni globali continue con il cuore impegnato e la buona volontà di massa. La relazione è sempre stata semplice ma può solo essere descritta allegoricamente al momento attuale, poiché è un lungo viaggio per gli esseri umani riconoscere chi sono dopo innumerevoli vite e poi iniziare a risvegliarsi dal profondo sonno e percepire la semplice verità del loro potenziale divino. Nell’amore di Dio o della Vita tutto è semplice, mentre solo gli esseri umani rendono tutto complesso attraverso la loro ignoranza, la loro avidità e il loro attaccamento agli ismi. 

Perciò cerchiamo di pensare simbolicamente all’Articolo 25 come a un disco volante ricognitore alla ricerca di un gruppo scomparso, cioè l’umanità, prima di ricondurla alla sua nave madre, che è il principio della condivisione. È in questo senso che l’Articolo 25 racchiude all’interno la risposta e l’alternativa, che saranno rivelate quando l’umanità si unirà richiedendolo ad alta voce nel bel mezzo di una rivoluzione psicologica universale. In quel momento è come se accadesse una reazione chimica, molte provette si stappassero e ribollissero tutte insieme, fino ad avere la rivelazione più inaspettata: che la vita è un regalo prezioso e davvero degna di essere vissuta, poiché l’umanità è Una. Allora non passerà molto tempo prima che l’Articolo 25 ci porti a casa, al principio della condivisione, e la ricostruzione del nostro mondo potrà iniziare. 
 


Parte V: Istruzione per la nuova terra

Se dichiariamo e crediamo veramente che un altro mondo sia possibile, allora cosa faremo riguardo ai nostri politici miopi, la nostra indifferenza collettiva e il nostro auto-compiacimento, e tutti gli ismi che ci stanno impedendo di trovare la nostra via per la verità e la libertà? Quando ci guarderemo senza giudicare, condannare o temere, ma con gioia e buona volontà? Quando proveremo un giorno diverso da ogni altro giorno, anche se solo per una volta nella nostra breve vita? La risposta è ancora un nuovo tipo d’istruzione basata sull’Auto-conoscenza attraverso amore e saggezza, iniziando con la rivelazione che l’umanità è Una. Questa è la verità liberatoria della vita sulla terra, indipendentemente da quanto tempo abbiamo cercato di negarlo. Perciò potremmo anche dire correttamente che non abbiamo bisogno di una rivoluzione oggi ma di giusta istruzione, perché non c’è nessuna speranza di attuare l’Articolo 25 in perpetuità a meno che non impariamo a vivere più semplicemente e equamente nell’ambito delle possibilità di un pianeta che tutti devono condividere.

Nuovi metodi d’istruzione sono necessari per sostenere le leggi che garantiranno la piena realizzazione dell’Articolo 25 in tutto il mondo, perché l’umanità è così condizionata dagli ismi e da secoli di pensiero sbagliato sulla natura umana che tali leggi altrimenti non durerebbero a lungo. Non abbiamo generalmente nessuna idea di cosa significhi la giusta istruzione nella nostra società disfunzionale, in cui una presunta “buona istruzione” è basata su una personalità tendente all’identificazione e sul fascino di raggiungere la misura riconosciuta del successo. Conseguentemente, le nostre scuole e università hanno creato molte persone “ben istruite” in posizioni di potere che sono esperti nella distruzione del pianeta e di altri esseri umani. Questo è un fatto innegabile che dovrebbe essere osservato in relazione a una società che sta rapidamente consumando la base delle risorse naturali che sostengono la vita stessa, mentre gli estremi fra povertà e ricchezza crescono a tal punto che hanno all’interno di sé i semi della terza guerra mondiale. Ogni primo ministro, presidente o amministratore delegato ha ricevuto ciò che potremmo definire una buona istruzione, eppure perpetuano invariabilmente queste tendenze disastrose.

Quando un bambino privilegiato va a scuola non è, in nessun senso, istruito in termini di giuste relazioni umane, ma è piuttosto indottrinato e condizionato da molti secoli di comprensione errata del significato e dello scopo della vita. Allo stesso tempo, oggigiorno questo bambino è  tragicamente contaminato dalle forze della commercializzazione. Un bambino giovane o un adolescente che nutre le più alte aspirazioni di rendere il mondo un luogo migliore è destinato, alla fine della propria istruzione, ad entrare in società con una mente non solo condizionata ma interamente contaminata da queste forze, anche se questo giovane adulto conserva l’ambizione imperterrita di “restituire qualcosa alla società” o perseguire una vocazione animata da spirito civico. 

Siamo tutti figli di un’istruzione che ci dice come pensare, che ci indottrina al successo, che ci rende ambiziosi e, di conseguenza, ci divide e alla fine produce distruzione e abuso del Sè. L’istruzione come la conosciamo oggi, anche in molti collegi e scuole alternativi e più spiritualmente orientati, è sempre più come una fabbrica che crea automi programmati e prodotti in massa per diventare un “qualcuno” di successo. Quindi siamo tutti soggetti a un’istruzione che ci fuorvia, che ci manipola e che non riesce ad espandere la nostra consapevolezza cosciente della vera natura del nostro essere. Ci infonde invece con un senso individualistico d’ambizione che ci conduce all’avidità, all’egoismo, e infine all’indifferenza verso la sofferenza degli altri e della terra.

L’umanità è eterna e indivisibile nella sua unica evoluzione, eppure come conseguenza della nostra identificazione sbagliata con la materialità, il nostro condizionamento e i nostri metodi d’istruzione sbagliati, siamo sprofondati al punto in cui molti milioni, forse miliardi di persone non si sentono parte della società, o credono che il mondo sia comunque il loro nemico. Allo stesso modo in cui l’attivista crede spesso che il sistema sia contro di lui, i cittadini più poveri credono spesso di non appartenere alla civiltà umana. All’altro estremo, la persona che ha conseguito una “buona istruzione” e ha raggiunto uno status sociale elevato conformandosi alle arti egoistiche della commercializzazione, è condizionata a costruire un cartellone nella sua mente inconscia su cui c’è scritto: “Io sono uno dei pochi individui meritevoli che ce l’hanno fatta”.  

Quando osserviamo in modo olistico la situazione mondiale dal punto di vista della comprensione spirituale fornitaci da Una Umanità, concluderemo che nessuna persona è adeguatamente istruita, non importa quale scuola o università di prestigio abbia frequentato. In una società disfunzionale che ha scelto come nucleo la commercializzazione è praticamente impossibile educare un bambino in modo spiritualmente retto e psicologicamente sano. Ciò che stiamo veramente producendo non è una “buona istruzione” coltivando la consapevolezza del Sè interiore, ma piuttosto una catena di montaggio di “buoni consumatori”. Non siamo solo allevati a diventare consumatori di infiniti prodotti e servizi commercializzati, ma siamo anche istruiti a consumarci attraverso l’abuso involontario della nostra vita. La persona che non pensa per sé stesso, che non è dotata dell’Auto-conoscenza, che non è stata istruita a vivere e muoversi in amorevole consapevolezza, è la persona che consumerà i beni esteriormente e si consumerà interiormente - questo significa che siamo descritti meglio non come esseri umani liberi e gioiosi, ma come “merci del proprio ego”. Invece di essere creativi con tutta l’energia e la bellezza di cui siamo dotati nel nostro ambiente, preferiamo rimanere addormentati e auto-compiaciuti attraverso la nostra mancanza di consapevolezza interiore, e perciò “consumiamo” o dissipiamo i nostri attributi umani più preziosi e soffriamo inconsapevolmente una lenta fame spirituale.

Ci stiamo consumando in ogni modo concepibile - politicamente, economicamente, socialmente, ambientalmente e emotivamente, in tutto: dal nostro abuso innocente del mondo naturale attraverso modelli di massa di consumo insostenibile, all’autodistruzione psicologica figlia della nostra avidità, autocommiserazione, depressione, solitudine e tossicodipendenza. Ci stiamo anche “autoconsumando” attraverso la nostra indifferenza a tutta la sofferenza sia interiore che esteriore. Ecco perché tutti i giorni sembrano ripetersi nella loro stanchezza e nel loro tumulto, perché stiamo tutti consumando la nostra umanità in una certa misura, che ne siamo consapevoli o meno. E in mezzo a tutto questo tumulto sociale e a tutta questa violenza autoinflitta, cerchiamo ancora costantemente la nostra buona salute e una felicità inafferrabile. Spesso, cerchiamo con tale testardaggine da essere sopraffatti dalla tristezza e dal dolore al punto che crediamo che sia necessario sacrificare la nostra vita, il che può essere visto come un ultimo triste tentativo di annientare il Sè attraverso l’atto del suicidio. 

In generale, i nostri leader politici hanno una visione confusa e distorta riguardo al significato delle giuste relazioni umane, proprio come tutti noi che siamo autoindotti a vivere in un mondo di credenze, ismi e ignoranza. Circondato da tutte le disuguaglianze e la miseria della società moderna, il leader di un partito politico è in realtà un simbolo di quanto sia divisa l’umanità a causa dell’assenza di una istruzione basata sull’Auto-conoscenza che può sostenere la consapevolezza amorevole nella vita di un bambino e portare al distacco interiore e alla saggezza nella giovane età adulta ed oltre. La giusta istruzione, in questo senso, è antitetica alla nostra attuale comprensione del termine leadersihip, che ha una connotazione degradante di superiori e inferiori - uno che capeggia e molti che devono seguire. Accentando questa visione, l’uomo è sprofondato in uno stato prevalente d’auto-compiacimento e d’indifferenza, negando la sua propria spiritualità, la creatività e l’intelligenza innata. In qualsiasi società disfunzionale e moralmente degenerata che idoleggia l’accumulazione egoistica della ricchezza materiale e del potere, la leadership politica porterà solo e sempre di più alla confusione e alla divisione sociale, a più repressione, violenza e sofferenza diffusa. 

Di quale tipo di democrazia stiamo parlando se osserviamo chiaramente nella nostra vita quotidiana come la politica sia diventata un gioco volgare che nega la stessa idea e l’esistenza dell’Una Umanità, in cui ogni candidato politico appare, come dal nulla, per donare i suoi ismi logorati alla nostra vita stanca e ai nostri bambini? Seguire gli ismi è di per sé un atto di volgarità, quindi chi può incolpare le molte persone, che non volendo essere coinvolte con quei politici assetati di posizioni di primo piano, rispondono dicendo: “Oh la politica, non voglio neanche sentire questa parola!” Le molte altre persone che seguono da vicino i partiti della sinistra o della destra di solito non riescono a pensare in termini di giuste relazioni umane e della nostra innata unità spirituale, e sono molto più interessati ad assicurarsi che il loro partito sconfigga tutti gli altri nell’ultima battaglia politica. Anche loro fanno parte del gioco volgare tanto quanto i politici, non ultimo se promettono fedeltà a un ismo nella speranza che un nuovo leader riduca le loro tasse o forse i pagamenti del mutuo, rafforzando così un modo di vita auto-compiaciuta e insulare. La Vita e l’Auto-conoscenza sono sempre state basate sulla crescita della nostra consapevolezza attraverso le relazioni umane, non impacchettando la nostra coscienza in quelle scatole che chiamiamo “la mia vita” o “i miei diritti”. Rifiutando di percepire questa realtà attraverso la nostra vita, inganniamo ripetutamente noi stessi e gli altri credendo che la società possa cambiare in meglio sostituendo un ismo politico con un altro.

In questa epoca di confusione, la lotta per i voti in una grande campagna elettorale crea ancora più stress e divisione all’interno di una nazione e, a livello psicologico, l’atto del voto rappresenta la crescente disunità e frammentazione spirituale di quella società. Non si tratta di ignorare le molte lotte storiche per il suffragio universale e una migliore rappresentazione democratica, ma di guardare queste questioni di democrazia e leadership con una facoltà di percezione più olistica e spirituale. Per chi e per cosa votiamo quando l’economia sta crollando, quando la commercializzazione abusa dell’uomo e della natura sfrenatamente, quando l’ambiente sta deteriorando cosi velocemente che potrebbe alla fine rendere il pianeta inabitabile?

Votare solo per un altro ismo della sinistra o della destra può solo portare più dolore e divisione dall’interno di questa tempesta, poiché significa che ci stiamo rifiutando di abbandonare il nostro auto-compiacimento, di espandere la nostra consapevolezza cosciente e di assumerci noi stessi la responsabilità di cambiare la situazione mondiale. Non possiamo incolpare il governo per questi problemi se abbiamo votato per loro in primo luogo, e poi non abbiamo fatto niente altro, e in questo riguardo il governo non solo riflette cosa siamo diventati, ma anche cosa ci meritiamo. Il governo e l’elettorato sono la stessa cosa, compresi i non votanti che rifiutano di essere coinvolti nella distraente chiacchiera delle sontuose campagne elettorali. Per così tanto tempo siamo stati intrappolati da un’istruzione inadeguata e quindi idee erronee sulla leadership che questa maniera ci sembra l’unica in cui la società possa funzionare. Sembra che non possiamo neanche immaginare un modo di vita diverso basato sulle giuste relazioni umane - senza le quali, in realtà, non ci può mai essere armonia o pace negli affari mondiali.

Finché ci sono leader competitivi e assetati di potere come quelli che osserviamo oggi, ci saranno sempre conflitti e divisioni sociali. E finché c’è la gente che continua a seguire questi cosiddetti leader, ci sarà sempre la negazione inconscia della nostra spiritualità, creatività e saggezza innate. Ma dove c’è amore, libertà, rispetto e fiducia per gli altri senza una mente condizionata dagli ismi, allora non c’è autorità o leadership; ci sono solo consigli. La vera leadership guida, mentre la leadership nella sua forma attuale crea sempre più seguaci, il che è la radice di tutti i nostri problemi. Perciò quando tutti hanno raggiunto l’Auto-conoscenza attraverso la giusta istruzione - sempre che l’umanità riesca a superare questa crisi di civiltà (o meglio spirituale) per giungere a questa fase necessaria della nostra evoluzione - votare per un leader sarebbe quasi un’impossibilità, i partiti politici non sarebbero più necessari. Ci sarebbe semplicemente un gruppo di gente designata che serve in posizioni governative come rappresentanti del bene comune, scelti non attraverso i voti ma attraverso il riconoscimento pubblico della loro saggezza e dell’atteggiamento inclusivo. E il primo dovere di qualsiasi rappresentante sarebbe quello di garantire che i bisogni materiali di base di tutti siamo sempre soddisfatti, assicurandosi anche che tutti ricevano un’istruzione che li prepari a crescere nella consapevolezza dell’anima e a guidare se stessi nella propria evoluzione spirituale attraverso il servizio all’umanità.

I giovani che si riuniscono in movimenti sociali popolari cominciano a sentire questo nuovo modo d’essere che definirà la prossima era. Questi giovani stanno già naturalmente emergendo senza una chiara struttura di leadership o autorità centralizzata perché stanno imparando da sé come pensare in termini di buonsenso coinvolgendo il proprio cuore, non basandosi sugli ismi. Attraverso i molti esperimenti di emancipazione popolare e di democrazia partecipativa, stanno scoprendo questa verità rivelatrice: che non abbiamo bisogno di leader per governare la società se la coscienza di tutti è indirizzata verso la cooperazione per la massima felicità per il massimo numero di persone, permettendo così a tutti di realizzare il proprio potenziale di leadership nel perseguimento della giustizia sociale e delle giuste relazioni umane. 

Tuttavia, questa nuova coscienza affronta un enorme problema dovuto alla natura del sistema che sfida basato sui vecchi modi di interesse personale, competizione e politica faziosa con il sostegno di milioni di seguaci in ogni paese, compresi una ricca minoranza privilegiata e dei potenti interessi acquisiti. Come possono allora i contestatori ottenere il sostegno di milioni di persone in tutto il mondo, senza cercare esternamente leader che indirizzino le loro idee e le loro attività? L’approccio corretto per iniziare questo impegno civico di massa non ha bisogno di ulteriori ripetizioni: ci chiede di coinvolgere il nostro cuore e di attrarre un pubblico più ampio acclamando l’Articolo 25 attraverso manifestazioni pacifiche senza sosta. Ci sbagliamo, ahimè, se crediamo che un mondo migliore si realizzerà attraverso le urne a meno di non organizzarci in enormi proteste coordinate, perché non esiste un leader politico in grado di fare il lavoro per noi anche se ci provasse. E perché mai dovremmo votare per un qualsiasi politico che non sta cercando d’istruire la nazione a pensare a quelli meno fortunati di noi, sia nel nostro paese che all’estero, specialmente se questo significa dare il potere a un partito politico per controllare la nostra vita? 

Queste osservazioni non dovrebbero essere lette come un’istruzione per smettere di sostenere i processi democratici convenzionali, ma sicuramente anche tu ti sarai chiesto se votare nelle elezioni nazionali cambierà qualcosa rispetto alla critica situazione mondiale. Potremmo fare un paragone fra il voto per un politico e il riciclaggio dei nostri rifiuti domestici, perché entrambe le attività sono necessarie ed encomiabili ma avranno poco impatto in se stesse sull’inversione delle calamitose tendenze globali. Il riciclaggio della plastica sarà sufficiente per mitigare gli effetti del riscaldamento globale, e il tuo voto sarà sufficiente per porre fine alla fame e all’impoverimento in tutto il mondo? Ovviamente no, quindi l’unico modo di iniziare a risolvere questi problemi intrattabili è andare in strada e manifestare continuamente in raduni massicci, come proposto nel capitolo precedente. 

La vera domanda che dovremmo porci non è perché il nostro governo non riesce a salvare il mondo, ma perché non riusciamo noi a costringerli a prendere misure appropriate come rappresentati eletti? Potrebbe essere vero che nessun politico può sconfiggere il controllo di un sistema immorale e corrotto da solo, sempre che ci sia un leader mondiale oggi che sia disposto a promuovere gli interessi più alti dell’umanità nel suo complesso. Ma quante volte abbiamo richiesto che l’uomo o la donna per cui votiamo debba dare priorità a porre fine alla fame e alla povertà? Dalla prospettiva dell’Articolo 25, i soli veri presidenti o primi ministri sono quelli che sono eletti dal cuore umano e non dalle urne per servire i poveri, come i lavoratori impegnati in migliaia di organizzazioni non governative che fanno del loro meglio per fornire assistenza sanitaria, alloggio, cibo e altre necessità mentre il nostro governo trascura di svolgere questo ruolo vitale. 

Inoltre, è istruttivo prendere in considerazione il significato della democrazia dal punto di vista della persona che vive con meno di un dollaro al giorno, e poi chiederti cosa otterrà il voto nella tua lotta quotidiana per la  sopravvivenza. Dirai “votare è un mio diritto e una mia prerogativa”, o risponderai “non mi interessa la democrazia, voglio solo mangiare!” Come cittadino di un paese ricco, potrei essere così invischiato nelle mie preoccupazioni egoiste per la riduzione delle tasse, l’aumento della mia pensione, il controllo dell’immigrazione e così via, che l’unica libertà che mi conferiscono gli intriganti politici in giacca e cravatta è la libertà di votare per qualsiasi ismo che scelgo - è questo quello che intendi per democrazia e libertà? Ma come persona disperatamente povera in un villaggio o baraccopoli remoti, è improbabile che mi venga chiesto di votare a meno che un ipocrito candidato di partito mi costringa o mi corrompa per farlo. Se vivo in India, per esempio, dovrei chiamare il mio paese la più grande democrazia del mondo, anche se si vanta perfino del numero più grande di gente malnutrita e spende più di 40 miliardi di dollari ogni anno per armamenti. O forse non ho mai sentito la parola democrazia nella mia comunità isolata e piena di conflitti in qualche parte dell’Africa, in cui l’unica libertà conferitami dai politici facoltosi è la libertà di morire in povertà senza aiuto governativo.

Quindi di che tipo di democrazia stiamo parlando se guardiamo questa questione da una prospettiva veramente globale e inclusiva, e con una comprensione spirituale dell’Una Umanità? I capitalisti parlano della democrazia, i socialisti stanno parlando della democrazia, anche i fascisti parlano della democrazia oggi; ma chi darà la libertà di votare alla persona che sta morendo di malnutrizione - non un voto per eleggere un altro partito, ma un voto per vivere? Questo è un voto che dovremmo dare tutti noi a quella persona, invece di concentrarci solo sulla nostra lotta per la giustizia e “i miei diritti” unicamente nel nostro paese. Il voto per vivere non sarà dato agli affamati del mondo da nessun politico, come abbiamo stabilito fino ad ora; può solo venire dalla gente comune in strada attraverso una congiunta richiesta per attuare l’Articolo 25. E un tale voto non può essere dato attraverso la nostra apatia o indifferenza; può solo essere accordato attraverso il coinvolgimento del nostro cuore, della nostra compassione e del nostro buonsenso. Ma non è vero che non riusciamo a fare questo da molti decenni anche se la realtà della povertà che minaccia la vita è continuata attraverso tutti questi anni? Allora vergogniamoci! 

Osserviamo molto attentamente la persona che dice “è colpa del governo che non agisce”, invece di pensare che dovrebbe lottare e agire per se stessa. Quando percepiamo questa tendenza psicologica dalla prospettiva della nostra unità e dell’interconnessione, l’atto stesso di incolpare i politici quando le persone stanno morendo in povertà ci divide interiormente dal resto dell’umanità, a meno che non siamo coinvolti per porre fine a questo crimine dell’impoverimento evitabile in un mondo di risorse abbondanti. Il nostro auto-compiacimento collettivo è anche tacitamente rivelato nel nostro uso del linguaggio quando descriviamo certi virus come “malattie dei poveri”, come se i poveri fossero in qualche modo diversi da noi e responsabili della creazione di queste malattie letali attraverso la propria imprudenza. Sono le epidemie di massa di malattie ampiamente curabili veramente la colpa dei poveri o dei politici, o siamo tutti da incolpare attraverso il nostro atteggiamento auto-compiaciuto verso la sofferenza evitabile di quelle persone che non conosciamo? Infatti se avessimo richiesto tutti insieme che l’Articolo 25 venisse attuato come legge in ogni paese, allora avremmo potuto affrontare molto tempo fa le cause ultime della disuguaglianza sanitaria e delle malattie nei paesi meno sviluppati. Con alloggio adeguato, assistenza sanitaria, igiene e buona alimentazione per tutti i nostri fratelli e le nostre sorelle più poveri, molte malattie fatali potrebbero essere state debellate invece di risorgere negli ultimi decenni.

Tali riflessioni potrebbero aiutarci a chiarire ulteriormente quello che vogliamo dire pensando in termini di buonsenso, quello che vogliamo dire sostenendo il principio della condivisione nel governare gli affari economici globali - il che non è un’idea semplicistica, neanche una proposizione utopica, ma è dove troviamo la vera vita. Le numerose organizzazioni umanitarie che cercano di assistere i poveri saranno sempre sopraffatte dal loro compito e eventualmente si perderanno d’animo per il loro lavoro, finché i loro sforzi non sono amplificati da manifestazioni solidali in tutto il mondo che seguono la strategia del buonsenso della proclamazione dell’Articolo 25. Ci sono miliardi di persone nel mondo che vivono in uno stato di continua lotta e di privazione, e molte di loro sono pronte a uscire di casa e a protestare per un periodo di tempo molto lungo, se solo sono invitate e gli viene data la speranza che le loro circostanze possono cambiare. 

Quindi andiamo in strada e non domandiamo più quale misura dovremmo prendere. E non votiamo per nessun politico a meno che la fine della fame e della povertà non sia in cima alla sua agenda, a fianco di un impegno a cooperare con tutti gli altri gruppi intorno al tavolo per il bene della nazione e di tutti i popoli dappertutto. Questa è la linea di condotta del buonsenso per trasformare il mondo: che strano e triste è essere giunti a questo punto in cui è necessaria una tale misura estrema per risvegliare la ragione negli affari politici. Prova ad immaginare che l’umanità sia come una grande famiglia disfunzionale, e i suoi numerosi bambini così maltrattati e non amati da essere costretti a stare sul marciapiede ed a protestare contro i loro genitori. Che accusa triste e scioccante a quella famiglia distrutta, e che modo triste di guardare ciò che sta accadendo su questo pianeta dal punto di vista più olistico e spirituale. 

Supponiamo di vivere su un pianeta molto pacifico ed evoluto in cui il flagello della fame nell’abbondanza sia impensabile, che cosa allora penseremmo delle grandi divisioni e della sofferenza evitabile che caratterizzano la vita sulla terra? Non avremmo nemmeno bisogno di far atterrare la nostra astronave su questo mondo bello e generoso, avremmo solo bisogno di guardare attraverso un binocolo gigante per osservare come le sue persone interagiscono l’una con l’altra li in basso. Se vedessimo solo una protesta violenta in strada questo significherebbe “non visitare!”, siccome simboleggerebbe la divisione che esiste fra i governi e la gente, e anche lo squilibrio spirituale prevalente sul pianeta nel suo insieme. Ma se vedessimo molti milioni di persone radunate in manifestazioni pacifiche che esprimono la condivisione, la gioia e la buona volontà, allora questo significherebbe “continuate a guardare!”, perché queste folle unite sarebbero un simbolo di un’evoluzione planetaria che sta maturando, come dimostrato dalla maggioranza della popolazione che non vuole più rimanere divisa e vuole difender i suoi fratelli più poveri. Perciò sarà solo questione di tempo prima che quel pianeta rivaluti completamente la natura e lo scopo delle sue relazioni di famiglia, e realizzi alla fine il principio della condivisione nei suoi affari politici e negli accordi economici globali. 
 

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In sintesi, potremmo discernere che ci sono due soluzioni principali per risolvere le crisi convergenti del mondo: in primo luogo, quello di condividere le risorse essenziali fra le nazioni attraverso nuove forme di scambio globale non motivate più dal profitto, dalla concorrenza e dall’interesse personale. E in secondo luogo, quello di dare inizio ad una nuova istruzione nei prossimi anni che possa portare alla consapevolezza necessaria per sostenere questo modo di vita più cooperativo, compassionevole e semplice. Nel ventunesimo secolo, l’umanità dimostra già una consapevolezza della nostra interconnessione e unità in cosi molti modi, per esempio attraverso il commercio globalizzato di beni e servizi (per quanto sbilanciato e iniquo nella sua forma attuale), o attraverso comunicazioni mondiali ed eventi sportivi che rivelano la nostra integrazione globale e la comunanza di interessi, e anche attraverso sfoghi di dolore e generosità a seguito di disastri naturali con grandi perdite di vita. Una nuova istruzione deve basarsi su questa nascente comprensione della nostra interdipendenza planetaria, al punto che ogni persona in ogni nazione si renda conto del significato e dell’importanza di condividere le risorse del mondo rispetto al raggiungimento della giustizia, della pace e delle giuste relazioni umane.

I bambini devono essere istruiti lungo queste linee come parte della loro offerta formativa per garantire che pensino sempre in termini dell’Una Umanità, cioè comprendano il contributo unico di ogni nazione al tutto e l’eguaglianza intrinseca e il potenziale creativo di ogni individuo. C’è anche un tipo di istruzione basato sull’amore e sulla saggezza che può aiutare un giovane a rendersi conto di “chi sono io in questo mondo”, proprio come la scolarizzazione è necessaria per comprendere le scienze sociali e naturali, gli studi umanistici, le arti e così via. In questo modo è possibile addestrare un bambino a mantenere sempre la mente calma e il cuore sveglio nelle relazioni umane attraverso l’Auto-consapevolezza, sebbene non sia il compito dello scrittore attuale fornire dettagli precisi su quale forma una tale istruzione dovrebbe prendere. Basta dire che nessuna fede religiosa, ideologia politica o “ismo” di qualsiasi tipo dovrebbe essere imposto sulla mente del bambino nelle sue fasi formative di apprendimento e sviluppo. Inoltre, un programma speciale o complementare dovrebbe essere introdotto in ogni scuola per insegnare a un giovane come pensare agli altri senza egoismo, e come servire il bene comune in un modo in cui il primato della competizione individualistica a scopo di lucro è consegnato al passato.

La velocità con cui questa nuova istruzione sarà introdotta dipende crucialmente dalle concomitanti riforme economiche e politiche che devono avvenire su base mondiale, per cui le lezioni scolastiche dovrebbero comprendere inizialmente insegnamenti di base su come i principi della condivisione e della cooperazione sono le fondamenta di un sostenibile sistema economico globale. Tutti i bambini dovrebbero essere guidati a comprendere l’interrelazione soggettiva degli esseri umani l’uno con l’altro e con l’ambiente naturale, e la conseguente importanza di condividere la ricchezza, le risorse, la tecnologia e la conoscenza accumulate del mondo più equamente e liberamente fra le nazioni. Come una famiglia condivide naturalmente quello che ha fra i suoi membri, allo stesso modo la famiglia delle nazioni deve organizzare i suoi affari in un tale modo che le risorse in eccedenza siamo affidate a un “pool” di risorse globali, e ridistribuite secondo bisogno sulla base del principio della condivisione piuttosto che del profitto o  dell’avidità. Un concetto così chiaro, e non potrebbe essere più semplice,  potrebbe un giorno rappresentare l’introduzione più elementare al significato di giusta relazione fra le popolazioni e i paesi del mondo. Se possiamo credere che il principio della condivisione nella sua espressione più vera formerà la base di un sistema economico internazionale nel prossimo futuro, forse nessuno della nostra generazione più giovane - non più condizionato dalle ideologie e dagli ismi superati - nutrirà alcuna ambizione di essere un politico di primo piano quando alla fine si laureano. Anche se un bambino diventasse da grande un presidente o un primo ministro, saprebbe esattamente come garantire che la sua nazione viva in pace con tutte le altre nazioni.

Riflettendo sulle osservazioni precedenti complessivamente, potremmo dedurre di nuovo che i problemi del mondo sono così complessi eppure così semplici da risolvere attraverso l’attuazione sistematica del principio della condivisione nella società e negli affari internazionali. A sua volta ciò richiederà la ricostruzione e la semplificazione della nostra struttura economica globale che, a sua volta, richiederà anche l’inaugurazione di una nuova istruzione basata sulle giuste relazioni umane per sostenere questo ordine sociale più semplice ed illuminato. Tutto questo inizia annunciando l’Articolo 25 en masse che è il fondamento necessario per la trasformazioni politiche ed economiche che devono urgentemente essere attuate. Questo ci fa capire che l’Articolo 25 non richiede che i “diritti umani” siano realizzati ma prevede veramente l’inizio delle giuste relazioni umane su questa terra. Quando queste condizioni essenziali sono stabilite saldamente per tutte le persone per molte generazioni successive, l’Articolo 25 potrebbe non essere più nemmeno menzionato ma solo ricordato dagli storici come “l’Articolo del buonsenso”.

In termini simbolici, l’umanità sta soffrendo da una malattia potenzialmente fatale chiamata separazione e l’unico rimedio è il principio senza età della condivisione il che è, per questo motivo al di là di tutti gli altri. Una volta questo mondo condivide le sue risorse e ogni persona ha i propri bisogni di base garantiti permanentemente, i nostri modi attuali di istruzione inizieranno inevitabilmente, e forse drammaticamente, a cambiare la loro forma e la direzione generale. In mezzo a tutto il caos sociale, psicologico e politico di questi giorni, il principio della condivisione può portare a un‘ineffabile ondata di cambiamento anche solo risvegliando l’educatore silenzioso che esiste all’interno di tutti noi - cioè, l’amorevole guida interiore che può condurre un individuo a rispettarsi e a non consumare più la propria umanità attraverso modelli e comportamenti autodistruttivi, in accordo con i significati interiori ed esteriori del consumo di cui abbiamo discusso in precedenza. Allo stesso modo in cui dei vicini litigiosi possono trovare pace e cambiare interiormente condividendo fra loro, il processo della condivisione delle risorse su scala globale ha il potenziale per cambiare la coscienza collettiva dell’umanità in modo attualmente inimmaginabile. Dal livello micro al macro, la condivisione ha la capacità di ribaltare la situazione trasformando la competizione egoista in cooperazione disinteressata, la divisione sociale in unione comune, il disordine in equilibrio, e l’odio in amore.

L’umanità sarà liberalmente ispirata a iniziare una nuova era di istruzione basata sulle giuste relazioni umane quando tali cambiamenti staranno  spazzando il mondo, sia interiormente e psicologicamente che esteriormente attraverso la società. Quindi ci sono due forme di giuste relazioni che dovremmo considerare sia riguardo all’individuo che al suo ambiente sociale, perché quando c’è la giusta relazione interiormente, allora una persona è naturalmente portata alla giusta relazione con gli altri. Verificando questa realtà in concreto attraverso la contemplazione interna e l’osservazione esterna potremmo riaffermare ulteriormente l’immensa importanza dell’attuazione dell’Articolo 25, poiché questo è l’ombra del principio della condivisione che porterà alla fine equilibrio nel caos dell’auto-consumo distruttivo come precedentemente definito, in tal modo aprendo la porta alla vita più semplice, sostenibile e pacifica in relazione l’uno con l’altro e con il mondo naturale.

Quando si medita il significato delle giuste relazioni umane è anche utile concepire il principio della condivisione come un grande medico sociale o uno psicoterapeuta planetario, che ha il potere di guarire in quasi ogni modo possibile - nutrendo gli affamati e curando i malati, guarire le famiglie distrutte, ripristinando la salute mentale, ricostruendo le comunità, allevando individui a riconquistare la fiducia e la creatività, e così via senza fine. Quindi se vuoi guarirti come individuo o come gruppo, sostieni che il principio della condivisione venga attuato negli affari mondiali e servi l’umanità acclamando l’Articolo 25 con tutte le tue forze, allontanandoti così dalla malattia chiamata separazione e svolgendo la tua parte nella creazione di una nuova terra basata sulle giuste relazioni umane.
 

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Il lettore potrebbe ancora chiedersi come milioni di persone possono essere convinte a radunarsi in strada nella maniera suggerita, e lo scrittore può solo rispondere che la responsabilità di rispondere a questa domanda spetta ai lettori stessi. Non è possibile fornire ulteriori istruzioni su “come” arrivare a queste proteste pacifiche di massa, tranne che raccomandare di esaminare personalmente da tutti gli aspetti il significato e il potenziale di annunciare l’Articolo 25 come una strategia praticabile per la trasformazione mondiale. Una scintilla è tutto quello che potrebbe essere necessario quando il momento giusto è arrivato, proprio come l’idea di proclamare il potere del “99%” ha preso il via da un individuo a un momento opportuno. E il momento arriverà subito - ahimè, è gia qui . per risuscitare l’Articolo 25 nelle Nazioni Unite manifestando in tutto il mondo su questa precisa base.

Tuttavia, una risposta a questa domanda sul “come?” può anche essere data molto semplicemente; abbiamo solo bisogno di risvegliare il cuore delle persone comuni e questo è tutto, perché all’interno di ciascuno cuore umano ci sono l’amore e la saggezza di tutta l’umanità. Se una persona ricca guarda di nuovo il mondo e osserva interiormente: “Dio mio, c’è così tanto denaro e ricchezza dappertutto, eppure ci sono così tante persone che stanno morendo in povertà!, allora questa osservazione banale per sé rappresenta l’inizia della saggezza come realizzata attraverso il coinvolgimento del cuore. E se questa persona si impegna a condividere la sua ricchezza allo scopo di alleviare la sofferenza umana, allora questo atto stesso rappresenta una piccola manifestazione di amore e saggezza in questo mondo. Il cuore con i suoi attributi è sempre semplice eppure molto, molto saggio perché è capace di condurci a riconoscere chi siamo veramente come esseri umani nonostante tutto il nostro auto-compiacimento, l’indifferenza e il condizionamento mentale.

Quello che è necessario per risvegliare il cuore di milioni di persone verso i bisogni degli altri è fiducia, ispirazione e gioia, che sono tutte le qualità che saranno create quando abbastanza nazioni si uniscono con la stessa preoccupazione disinteressata per porre fine alla fame e alla povertà che minaccia la vita. Allora, sapremo che molti degli attivisti che lottano per la giustizia oggi - come quelli che lavorano nei vari network di agenzie di aiuto, organizzazioni della società civile e gruppi pollici progressivi - stanno richiedendo inconsciamente la condivisione attraverso l’attuazione dell’Articolo 25. Quindi se una scintilla è necessaria per risvegliare gli attributi del cuore umano (cioè l’amore e la saggezza nel modo in cui sono espressi attraverso compassione, empatia, generosità, condivisione e così via), allora è che la scintilla dell’intelligenza liberata dal condizionamento che dice: “Mettiamo fine alla fame e alla povertà una volta per tutte perché adesso il momento è finalmente arrivato, e possiamo veramente farlo se abbastanza persone si impegnano!” 

Il fatto è che la maggior parte dei cittadini comuni è pesantemente condizionata e inconsapevole della critica situazione mondiale, anche se rendersi conto della misura schiacciante della privazione umana e poi non fare nulla per essa è purtroppo parte del nostro condizionamento. Perciò cos’altro si può dire in risposta alla domanda “come inizierà questo?”, tranne che dire “usando intuizione e buonsenso, e più buonsenso!” Gran parte dell’umanità è ora pronta ad ascoltare la chiamata, quindi riconosciamo che stiamo tutti lottando per la stessa causa e uniamoci attraverso il coinvolgimento del nostro cuore, e lasciamo che l’Articolo 25 ci porti ancora alla gioia di vivere, la gioia di essere creativi, la gioia di comprendere infine che l’umanità è Una.

Ci sembra di aver raggiunto una fase in cui siamo così confusi che questa domanda sul “come” è scomparsa nella miriade di risposte contrastanti date dalle fazioni politiche e da innumerevoli teorie speculative. Qualsiasi attivista che dichiari “un altro mondo è possibile” è incapace di orientarsi in tutto questo pensiero che ci separa per produrre una strategia completa e praticabile per la trasformazione planetaria. Perciò potrebbe essere vero che un altro mondo è possibile, ma non senza buonsenso (liberato dagli ismi e dalle ideologie) e il coinvolgimento del nostro cuore come quello di innumerevoli. Eppure ci rifiutiamo di ascoltare il nostro cuore da così tanto tempo che la situazione mondiale si sta avvicinando a un punto catastrofico da cui solo l’intervento divino sembra poterci davvero salvare, visto anche  come l’umanità si è infilata in un vicolo cieco attraverso la propria arroganza e sconsideratezza fino a quando diventa quasi impossibile riparare anche il clima. 

Gli anziani religiosi nelle innumerevoli chiese, sinagoghe, moschee e templi del mondo avrebbero potuto sempre promuovere questo messaggio urgente per coinvolgere il nostro cuore e salvare i poveri morenti, invece di trascorrere tutto il loro tempo a radunare un gregge o a cercare rifugio in un sacro ismo. Per esempio, potremmo domandarci perché è così difficile per la Chiesa parlare ininterrottamente dell’ingiustizia della fame in un mondo d’abbondanza, insegnando così alla loro congregazione a guarire il mondo invece di adorare esclusivamente Maria e Gesù, e in tal modo prestando attenzione alla rilevanza contemporanea del semplice insegnamento di Cristo. [xi] Uno potrebbe sostenere che la Chiesa avrebbe dovuto sempre istruire l’umanità su come coinvolgere il cuore e servire gli altri, un ruolo a cui ha ampiamente rinunciato in mezzo a tutto i dogmi, gli scismi e gli scandali ipocriti della sua storia ignominiosa. Adesso come sempre, non c’è nessuna differenza fra il politico e il prete quando tutti e due sono motivati dall’idea del potere o del privilegio personale, nella misura in cui uno desidera che il suo nome rimanga nella storia mentre l’altro desidera diventare un “prescelto” agli occhi di Dio. Con tutta la nostra conoscenza della scala allarmante della privazione umana che purtroppo esiste ancora oggi, è giusto dire che nessun politico o prete ha alcuna idea del vero sevizio pubblico o della compassione nel nome di Gesù a meno che ogni momento della loro giornata venga trascorso nel tentativo di attuare il principio della condivisione nella loro comunità, nel loro paese e, ciò che più conta, in tutti i paesi.

Se immaginiamo che il Cristo ritorni nel mondo moderno come predetto e rivelandoSi sul nostro schermo televisivo, è interessante speculare quale potrebbe esser il Suo consiglio divino per i governi e l’umanità in generale. Parlerebbe in complessi termini accademici della distruzione del capitalismo e la creazione di un alternativo socialista, o richiederebbe al nostro cuore di pensare agli altri e di salvare immediatamente i milioni di affamati? Ci consiglierebbe di condividere solamente con i nostri vicini e nella nostra comunità o di condividere le risorse del mondo sulla base della giustizia, della compassione e delle giuste relazioni umane? Forse il consiglio sarebbe molto ordinario e semplice nonostante la sua approfondita conoscenza dei problemi dell’umanità, comprendendo saggiamente che l’attuazione dell’Articolo 25 è l’antidoto per un mondo diviso alla mercé degli “ismi” conflittuali e delle forze della commercializzazione.

Ma quante persone seguirebbero il Suo consiglio? Quante sarebbero essere indignate dal Suo umile comandamento a condividere e salvare il nostro mondo? E quante rimarrebbero indifferenti alle Sue parole strazianti, anche se fossero abbracciati dall’amore del Cristo in un’esperienza universale delle Pentecoste? Di tutte queste tre reazioni è l’ultima che dovrebbe riguardarci di più, perché per lo meno la persona che non è d’accordo pensa per sé stessa e potrebbe essere mentalmente aperta al cambiamento. Una risposta auto-compiaciuta è molto più allarmante, comunque, perché rappresenta l’indifferenza radicata che ha permeato la società e ritardato l’evoluzione umana per migliaia di anni. Potremmo immaginare che gli Dei si  sono abituati ormai alla disumanità degli esseri umani verso gli altri, ma non si sono mai abituati al nostro auto-compiacimento e alla nostra indifferenza che permettono alla storia di ripetersi. Dalla loro prospettiva divina, forse questo è il vero motivo per cui i conflitti sanguinosi e le ingiustizie evidenti vengono tramandate da ogni generazione e continuano perpetuamente.

Sfortunatamente, queste speculazioni ci conducono ad una conclusione infausta quando i pochi principali precedenti che abbiamo in cui la società intera si unisce per il bene superiore è attraverso una grande guerra o un crollo economico totale. Se è vero che per trasformare il mondo dobbiamo prima coinvolgere il cuore di innumerevoli persone per la stessa causa, allora la storia suggerisce che ci sono in realtà due Salvatori del Mondo che potrebbero essere capaci di iniziare questo compito colossale. Mentre ci sono molte persone inclini alla spiritualità che potrebbero riporre la loro speranza in un ritorno di Cristo, del quinto Buddha, dell’Imam Mahdi o di Krishna, gli altri potrebbero logicamente concludere che è necessario un crollo finale dell’economia globale, a un tale punto che non è più possibile continuare nei nostri vecchi modi egoisti e competitivi del passato. Infatti quando la gente viene costretta a sopravvivere aiutandosi e condividendo quello che ha, è facile comprendere che un modo di vita diverso è possibile senza rimanere psicologicamente separati e divisi nelle nostre relazioni sociali. Anche se condividiamo solo una scatola di sardine con qualcuno altro bisognoso, c’è sempre un movimento di gioia che possiamo provare in questo atto semplice di dare e ricevere. E come bonus, quelle persone che condividono fra loro stessi per necessità e per mancanza di scelta potrebbero inaspettatamente percepire il profumo della pace nella loro comunità, per quanto inevitabilmente questo risultato sia di breve durata o limitato. Il principio della condivisione è sempre associato alla gioia e alla pace, in qualsiasi contesto venga applicato, dal livello comunitario a quello internazionale.

Quindi forse abbiamo bisogno di un esteso collasso economico di proporzioni globali per scuoterci dal nostro condizionamento, per superare la nostra indifferenza verso la sofferenza di quelli meno fortunati di noi stessi, e per risvegliare il nostro cuore all’angoscia di milioni di persone che sono costantemente private di accesso alle risorse essenziali. Forse dobbiamo collettivamente prendere una caduta prima di poter rialzarci insieme e cominciare a seguire la giusta strada, perché siamo sempre spronati all’azione attraverso i drammi e le catastrofi quando non ascoltiamo gli appelli del buonsenso alla nostra ragione e la compassione. In altri termini, forse non è solo l’amore di cui l’umanità ha bisogno ma di una crisi formidabile dovuta all’apatia e alla noncuranza che abbiamo dimostrato in tutti questi anni, in cui siamo stati condizionati a cercare la nostra felicità e sicurezza personali a tutti i costi anche quando il mondo sta lentamente cadendo a pezzi intorno a noi.

Eppure siamo ancora così condizionati dai vecchi modi di pensare che potremmo ancora tornare a perseguire il nostro modo di vita materialistico e insulare, sempre che l’economia possa ritornare al suo stato precedente di crescita e stabilita apparente. Anche oggi, molte manifestazioni di protesta e movimenti sociali non si preoccupano di trasformatore il mondo per il bene di tutti, ma stanno piuttosto lottando affinché il loro governo nazionale li riporti a come vivevano prima - non interessandosi per niente delle ingiustizie sistematiche che mantengono le disuguaglianze evidenti fra ricchi e poveri. Queste risposte auto-compiaciute rivelano ancora una volta come il cittadino comune è tanto colpevole per i problemi sociali quanto il politico, dato che il governo riflette almeno in qualche modo la stessa mentalità che pervade un’ampia porzione della coscienza pubblica. Non dimentichiamoci che i politici sono semplicemente esseri umani le cui l’ideologia che promuovono. È la gente che sostiene questo pensiero polarizzato attraverso un’aderenza tribale a ismi politici contrapposti.

Questo fatto da sé è si trova il più grande pericolo dei nostri tempi, perché un significativo crollo dell’economia globale potrebbe alla fine portare alla violenza e alla rivoluzione se fazioni diverse in società cercano di deporre quelli che rimangono al potere. Non dimentichiamoci anche che un’insurrezione violenta della gente è estremamente pericolosa dovuta al vasto macchinario statale preparato per questo anticipato evento nei paesi del Nord e del Sud del mondo, con il sostegno totale dei politici di spicco e degli interessi finanziari che controllano il mondo. Perciò se abbastanza persone protestassero violentemente contro il governo in seguito ad un altro crollo del sistema economico internazionale, allora potremmo aspettarci agitazioni sociali o anche più scoppi di guerre civili come abbiamo dolorosamente osservato in Medio Oriente dal 2011, in cui vari “ismi” o fazioni che si sono opposto ad una leadership autoritaria alla fine hanno iniziato a combattere l’una contro l’altra.

L’unico modo pacifico di deviare l’esplosiva situazione mondiale è così semplice che si deve ripetere una volta ancora: coinvolgendo gli attributi del cuore nelle massicce proteste globali senza pensare all’ideologia o all’interesse personale, perché il cuore umano, una volta attivato, è infinitamente saggio e incapace di essere “contro”. I giovani pionieri stanno già armonizzandosi a questa nuova energia che sta inondando il mondo, e sanno che il momento è arrivato per allontanarsi dalla vecchia coscienza che dice “questo è mio e non tuo”, “tu sei nero e io sono bianco”, “non è negli  interessi del nostro paese”, o “devi vivere ogni giorno come ogni altro giorno”. Questa coscienza che sta rapidamente emergendo e unificandosi ci dà tante speranze per il futuro, sebbene i punti di vista accanitamente progressivi di molti attivisti giovani pongono un ulteriore pericolo per la società se non sono riconosciuti e ascoltati molto attentamente da coloro che rappresentano il nostro lungo e inglorioso passato.

Il giorno della resa dei conti è vicino, allora come decidiamo di inaugurare questo nuovo e migliore mondo? Useremo il socialismo? Useremo l’anarchia? Useremo la religione? O ci uniamo pacificamente in numero innumerevole fino  a quando il nostro governo non si impegnerà a condividere le risorse del mondo? Una singola manifestazione non funzionerà mai. Cento manifestazioni in giorni separati otterranno probabilmente relativamente poco. Ma milioni e milioni di proteste che avvengono simultaneamente in tutto il mondo sulla base costante dell’attuazione dell’Articolo 25, e che continuano quotidianamente senza cessare? Potrebbe essere sufficiente.  
 


Ultime annotazioni 

[i] Vedi nota 2.

[ii] cf. Mohammed Sofiane Mesbahi, “Un discorso sugli ismi”, op cit. 

[iii] cf. Mohammed Sofiane Mesbahi, “Commercializzazione: l’antitesi della condivisione”, Share The World’s Resources, Aprile 2014.  <www.sharing.org/information-centre/articles/commercialisation-antithesis...

[iv] Mohammed Sofiane Mesbahi, ‘Rise up America, rise up!’, Share The World's Resources, October 2014. <www.sharing.org/information-centre/articles/rise-america-rise>

[v] Per esempio, vedi: Mohammed Sofiane Mesbahi, “Unire il popolo del mondo”, Share The World's Resources, May 2014. <www.sharing.org/information-centre/articles/uniting-people-world>

[vi] Willy Brandt, Nord-Sud: Un programma per la sopravvivenza (Il Rapporto Brandt), Mondadori, 1980; Willy Brandt, Willy Brandt, Common Crisis, North - South: Co-Operation for World Recovery, The Brandt Commission 1983. London: Pan 1983.

[vii] Share The World’s Resources, Financing the global sharing economy, October 2012. <www.sharing.org/information-centre/reports/financing-global-sharing-econ...

[viii] Willy Brandt, op cit.

[ix] Nota dell’editore: A seguito delle proposte della Commissione Brandt, i leader di 8 nazioni industrializzate e 14 nazioni in via di sviluppo si sono riuniti a Cancun, Messico, nell’ottobre 1981 per un vertice incentrato a superare lo stallo di anni di negoziati prolungati sui problemi della povertà mondiale. La speranza era che i capi di stato rappresentativi si riunissero in un ambiente informale per 2 giorni, creando in tal modo lo slancio e la buona volontà che avrebbero permesso ai negoziati globali di progredire. Alla fine, tuttavia, nessuna proposta si è concretizzata e le richieste dei paesi del Sud per la ridistribuzione globale delle risorse sono rimaste insoddisfatte. In particolare il presidente degli Stati Uniti, Ronald Reagan, ha respinto gli obiettivi del vertice per colmare il divario di ricchezza fra le poche nazioni industrializzate e la maggioranza dei paesi più poveri. Anche se non tutte le raccomandazioni della Commissione Brandt sono attuali (particolarmente l’enfasi sull’aumento della liberalizzazione degli scambi e delle politiche globali Keynesiane in un’epoca in cui ci stiamo avvicinando rapidamente ai limiti ambientali), c’è ancora molto che i politici al potere e gli attivisti della società civile possono trarre dal suo “programma di priorità” e dalla sua visione per un mondo più equo. Sopratutto, ciò include un quinquennale programma di emergenza che richiederebbe massicci trasferimenti di risorse ai paesi meno sviluppati e riforme agrarie di vasta portata. La commissione ha anche richiesto un nuovo sistema monetario globale, un nuovo approccio al finanziamento dello sviluppo, un processo coordinato di disarmo, e una transizione globale dalla dipendenza dalle fonti energetiche non rinnovabili. Fino ad oggi, i governi non hanno ancora realizzato la visione di Brandt di un processo multilaterale per “discutere l’intera gamma di questioni Nord-Sud tra tutte le nazioni, con il sostegno e la collaborazione delle agenzie internazionali interessante” (Common Crisis, 1983).

[x] Mohammed Sofiane Mesbahi, ‘Rise up America, rise up!’, op cit.

[xi] cf. Mohammed Sofiane Mesbahi, “Natale, il sistema ed io”, Share The World’s Resources, Dicembre 2013. www.sharing.org/information-centre/articles/christmas-system-and-i


Mohammed Sofiane Mesbahi è il fondatore di STWR.

Assistente editoriale: Adam Parsons. 

Traduzione in italiano da Angelo Cappetta & Hodaka Murata