Dialogo sul spartimento del cibo

Se ci interessa mettere fine al perenne crimine dell'inedia nel mezzo dell'abbondanza, non possiamo limitare le nostre azioni al livello del nostro proprio paese o communità. Invece, dobbiamo pensare al spartimento del cibo in termini globali e sopratutto in relazione alle politiche per mettere fine alla fame, dice Mohammed Mesbahi.


Oggigiorno il principio di condividere viene sempre più considerato come soluzione per i molteplici problemi sociali,economici e politici dell'umanità. Ormai molte persone ed organizzazioni stanno parlando dell'importanza di spartire come un passo avanti per la società come modo di ridurre il consumo, conservare le risorse, evitare gli sprechi oppure affrontare la povertà. Uno dei recenti sviluppi più importanti è una riflessione sulla spartizione del cibo. Questo potrebbe riguardare spartire il cibo tramite un'associazione benefica, recuperare l'eccedenza delle derrate alimentari dalle aziende agricole e dai supermercati, la distribuzione gratuita di cibo a eventi e riunioni, o persino condividendo un pasto tra amici o estranei. Ci sono molti altri contesti in cui questa emergente conversazione sta avendo luogo, anche se l'intenzione di questo articolo non è di analizzare le tendenze e le caratteristiche dei vari nuovi movimenti per la condivisione del cibo. Piuttosto è di vedere se possiamo indagare dentro di noi, il significato più profondo della spartizione del cibo nei confronti della crisi umanitaria più urgente dei nostri tempi - che è sicuramente la perenne esistenza della fame nel mondo.

Iniziamo col chiederci dell'origine di questa crescente richiesta di spartire il cibo nelle società moderne. Chiunque può osservare come alcuni animali ed alcuni insetti spartiscono il cibo e tutti sappiamo che da anni gli antropologi stanno studiando il tema della condivisione reciproca del cibo. Non prendiamo subito in considerazione le opinioni e le teorie di scienziati o accademici ma cerchiamo di esplorare questo argomento con la nostra propria comprensione. Che cosa ha condotto a una situazione in cui la gente parla del bisogno di spartire il cibo in un mondo dove c'è tanta abbondanza? Quando abbiamo un pasto in famiglia, pensiamo di dirci: "Adesso spartisco il mio cibo con te?" Certo che no. Nessuno dice questo in una famiglia perche il cibo è lì per tutti quanti. Un padre non penserà di dovere spartire il cibo con i figli e i suoi figli non gli chiederanno di spartirlo con loro. Vivere e mangiare insieme fa parte della nostra normale quotidianità. È un processo naturale, automatico. Allora come siamo giunti a una condizione in cui diciamo: "spartiamo il nostro cibo con un'altro", sapendo bene che la terra produce cibo in abbondanza per l'umanità? Implicitamente c'è qualcosa che non va nei nostri rapporti l'uno con l'altro all'interno della società.

Da un lato ci sono tutti i problemi che affliggono l'umanità, tutte le cose terribili che accadono ogni giorno - la diffusione della violenza e della sofferenza, gli estremi di povertà e lusso, tutte le divisioni causate dal nostro ordine sociale. E poi, nel mezzo di questo tumulto, prende radici ad un tratto l'idea di spartire il nostro cibo. Però se non ci fosse questa separazione nel mondo, nessuna privazione o fame, forse non faremmo caso all'idea di spartire il cibo. Così come una famiglia condivide il cibo fra tutti senza pensarci, la ‘famiglia delle nazioni' dovrebbe condividere l'abbondanza del cibo mondiale come una cosa scontata, e nessuno avrebbe bisogno di menzionare la necessità di spartire. Sarebbe inoltre naturale, di buonsenso e parte del nostro vivere quotidiano. Quindi la domanda non è tanto perché dobbiamo spartire il nostro cibo con altri, ma perché abbiamo organizzato il mondo il modo tale dove non è possibile la libera circolazione di cibo tra tutti quanti? La spartizione è un concetto che abbiamo acquisito solo per noi stessi oppure per permettere ad altri di avere accesso al cibo che si trova in tanta abbondanza? C'è un'ingiustizia crudele al cuore di questa domanda. In primo luogo il nostro mondo nega l'accesso al cibo a coloro che non hanno i soldi per pagarselo, dunque se sei povero non hai il diritto di nutrire te stesso o la tua famiglia. In secondo luogo, e questo è più spaventoso, c'è un tale eccesso di cibo prodotto nel mondo che le multinazionali sprecano o distruggono piuttosto di permettere che circoli liberamente e gratuitamente.

La commercializzazione del cibo

Allora cosa c'è alla radice del problema del cibo? Potremmo dire che è la commercializzazione del cibo e del modo in cui la produzione, distribuzione e consumo del cibo vengono manipolati al solo fine del profitto. Per esempio, le multinazionali agro alimentari che controllano gran parte del cibo non hanno interesse ad assicurare che i loro prodotti vengano coltivati e distribuiti liberamente perche il loro scopo è solo quello del guadagno. Il povero contadino che fa fatica a coltivare il proprio cibo non ha alcun diritto rispetto alla grande multinazionale. Se vive in un villaggio dove per secoli è riuscito ad alimentarsi, la multinazionale può arrivare e devastare la sua comunità costruendo qualsiasi cosa voglia, con il supporto governativo. Oppure un paese straniero come la Cina può comprare la terra dove è insediato quel villaggio e pretendere che il cibo coltivato su quel terreno sia ormai di sua proprietà, come se questo fosse letteralmente vero. Allora come può un povero agricoltore spartire il suo cibo coltivato liberamente con la sua famiglia se la sua terra gli è stata sottratta dalle grandi multinazionali o dal governo con le sua politica corrotta? E che cosa vuol dire spartire il cibo per i milioni di piccoli agricoltori dei paesi poveri che sono costretti a smettere di vendere il loro prodotto eccedente al mercato locale e invece esportarlo ai paesi ricchi come il nostro (Inghilterra) a prezzi bassi? E quante catene di supermercati ci sono ormai solo in questo paese che sono felici di approfittare di quel cibo a bassi prezzi? Migliaia. E quante tonnellate di cibo buttano via ogni sera? Non lo sappiamo nemmeno perché il cibo appartiene a loro. Non hanno nessun interesse nel condividere la generosità della Natura che viene fornita gratuitamente o di permettere che il cibo, che appartiene a tutti, circoli liberamente.

Dunque, è giusto dire che il cibo non dovrebbe mai essere commercializzato ma messo a disposizione per il bene di tutta l'umanità e non soltanto al servizio del profitto delle multinazionali. Quando il cibo viene commercializzato, si potrebbe dire che c'è meno cibo per tutti in un mondo di abbondanza. Diciamo così: c'è tanto cibo disponibile sul mercato globale ma costa così caro che c'è meno accesso ai beni di prima necessità per la maggioranza e troppo accesso alla cornucopia di cibo per pochi. Dunque, quando il cibo viene commercializzato, non ha senso dire che dovremmo tutti spartire il nostro cibo tra noi. Chi spartisce il cibo con chi e a chi apparteneva questo cibo in primo luogo? Il cibo deve prima essere capito, non spartito. Dobbiamo capire il ruolo del cibo in relazione a tutta l'umanità e metterlo nel posto giusto. Dovremmo in realtà domandarci perché il nostro mondo stia producendo il cibo in tanta eccedenza pro capite e con metodi così artificiali come la coltivazione industriale. È per alimentare la gente? In questo caso, il cibo del mondo appartiene a tutti; non appartiene ai silos giganti dove marcisce a tonnellate, pronto ad essere spedito all'estero per profitto. Commercializzare così il cibo è molto pericoloso, così come è criminale commercializzare l'acqua. Per definizione, il cibo del mondo appartiene a coloro che ne hanno bisogno per il loro sostentamento giornaliero, il che non ha niente a che fare con la spartizione - è semplicemente buonsenso!  

Speriamo che la gente che sta iniziando a parlare di spartizione del cibo, prenda in considerazione anche questo tema in termini di giustizia. Bisogna ricordarsi che se vivessimo in un mondo dove c'è uguaglianza e senza povertà o privazioni, allora l'idea di spartire il cibo non avrebbe nessun senso e forse non sarebbe mai esistita. L'unica ragione per cui ha senso parlare della spartizione del cibo è perche il mondo è diviso, iniquo e in conflitto. E anche allora, l'idea avrebbe senso solo se parlassimo di spartire il cibo tra paesi per mettere fine alla fame.  La natura del problema del cibo non potrebbe essere più semplice: c'è un enorme eccesso di cibo al mondo, ci sono montagne di grano e riso che vengono coltivati e quel prodotto deve essere indirizzato dove c'è più bisogno per il sostentamento. Globalmente, dove ci sono milioni di persone che hanno fame nelle regioni più povere, significa che dobbiamo reindirizzare il cibo urgentemente, come prevenzione alla malnutrizione e alle morti per fame. Tutto ciò è sensato; prima che i genitori si nutrano o si vestano, devono prima assicurarsi che i figli abbiano tutto quello che necessitano, il che si applica anche, per analogia, alla famiglia delle nazioni. Prima di parlare di spartizione del cibo nell'ambito dei paesi ricchi, dobbiamo prima assicurarci che i bambini delle regioni più povere del mondo sono ben nutriti e curati. Non penseremmo mai di spartire il nostro cibo con amici o vicini mentre i nostri figli sono a casa da soli, con niente da mangiare. Dunque, la parola ‘emergenza‘ è molto più vicina al problema del cibo che la parola ‘spartire'; implica il bisogno della cooperazione internazionale a fine di una governanza globale reale, affinché il cibo e le risorse mondiali vengano indirizzate con qualsiasi mezzo possibile - anche con presidi militari - per assicurarsi che la fame sia completamente sradicata come assoluta priorità per tutte le nazioni. 

L'arte della condivisione economica

Proviamo ad essere più chiari su quello che vogliamo dire quando parliamo di spartizione in relazione al cibo. L'arte di spartire in termini economici è di indirizzare le risorse mondiali dove c'è più bisogno per mettere fine alle disuguaglianze e alle privazioni in tutte le loro forme. Spartire il cibo vuole dire che non possiamo limitarci a pensare a livello locale del nostro paese o comunità. Dobbiamo pensare in termini globali e, innanzitutto, in relazione alle politiche per eliminare la fame nel mondo. Altrimenti il concetto di spartire il cibo è semplicemente un' idea nobile ma priva di sostanza. In ogni caso è successo molte volte che una comunità isolata dal resto del mondo si sia spartita il cibo. I loro esperimenti e attività di spartizione possono fare la differenza nell'ambito della loro collettività, ma avranno poco significato per altri, a meno che le loro azioni siano capite in relazione ai problemi del mondo intero. Similmente, in Grecia e in Portogallo e anche in altri paesi afflitti dalla crisi economica, molte persone stanno dando cibo a associazioni benefiche o ad altre famiglie che non hanno abbastanza soldi. Spartire il cibo dentro una comunità è senza dubbio la cosa giusta da fare, considerando che c'è un crescente problema di fame anche nei paesi benestanti. Ma quando questa consapevolezza diventerà planetaria? Non solo, "sto dando da mangiare al mio vicino", ma "sto dando da mangiare al mondo"? Adesso che l'Unione Europea sta crollando, possiamo iniziare a spartire il cibo fra di noi; tuttavia milioni di persone stanno morendo di fame in altri parti del mondo da decenni. Penseremmo a loro, e non solo ai nostri vicini se la crisi economica nei nostri paesi fosse risolta?

Non è neanche una questione di condividere il nostro cibo con quelli che hanno fame nel mondo, ma di fermare il crimine della inedia in un mondo di abbondanza e di continuo furto delle risorse ai poveri del mondo. È davvero una questione di furto e di illegalità; dovrebbe essere illegale per i governi permettere a qualsiasi persona di morire per mancanza di cibo che é prodotto in abbondanza. Spartire il cibo, in questo ambito, non vuole dire che noi, la collettività, dobbiamo condividere il nostro cibo con quelli che hanno fame in paesi remoti. Se qualcuno vicino a noi sta soffrendo di fame e noi condividessimo il nostro cibo con loro, ovviamente il risultato sarebbe buono - quella persona sarebbe salvata dalla morte inutile.  Ma c'è più che abbastanza cibo, navi, aerei, tecnologia nel mondo per assicurarsi che il cibo venga distribuito a tutti coloro che ne hanno bisogno. Allora come arriva una persona al punto in cui non ha da mangiare a sufficienza e non è in grado di provvedere alla famiglia? Questa è la linea d'inchiesta che dobbiamo seguire se vogliamo pensare indipendentemente a questo tema in termini di giustizia, non trovando la soluzione alla risposta mandando dei pacchi di cibo provenienti da case ricche a regioni remote del mondo.

Parlando più generalmente, sembra che la discussione emergente sulla spartizione del cibo vada in due distinte direzioni: inventare un nuovo concetto sull'idea di spartire il cibo limitata alla nostra propria società o comunità, oppure concentrare la nostra attenzione nel capire che il cibo appartiene a tutti e allargare questa nostra consapevolezza a livello planetario per sostenere una visione di un'unica umanità. La prima direzione è essenzialmente conservativa ed egocentrica se pensiamo solo in termini di quello che fa bene a noi e al nostro paese. Ma se pensiamo alla necessità di spartire il cibo globalmente e se ci rieduchiamo a pensare in termini di quello che fa bene al mondo per intero, allora l'idea di spartire per mettere fine alla fame incarna il vero significato della rivoluzione.  Sarà una vera e propria rivoluzione nella nostra consapevolezza collettiva il giorno in cui intuiremo la rivelazione della spartizione sulla base di giustizia, compassione, buonsenso e sopratutto sulla base della nostra maturità e responsabilità. Se ci è chiaro che cosa vuole dire spartire in termini globali e se le nostre azioni sono basate su una rivoluzione condotta dal buonsenso del cuore, forse allora possiamo parlare del significato di spartire in relazione al cibo.

Se pensiamo a spartire il cibo solo sulla base della carità, non raggiungeremo mai la comprensione economica necessaria per assicurare la liberazione dal bisogno per tutti gli abitanti del mondo. Quando saremo davvero interessati a far si che tutte le persone al mondo siano nutrite, abbiano riparo e abbiano le cure necessarie, la carità diventerà un modo di pensare superato e relegato al passato. E se non pensiamo a spartire il cibo in relazione alla giustizia e al mettere fine alla fame, togliamo al principio di spartizione la sua nobiltà e integrità. Il principio della spartizione ha anche la sua dignità, dunque non degradiamo questo principio nobile con sentimentalismi o nozioni di carità. Certo è giusto e essenziale spartire il cibo sulla base di carità entro una società divisa che non riesce a garantire a tutti l'accesso alle cose essenziali della vita, ma questo è diverso dallo spartire le risorse mondiali. La spartizione economica in termini globali è un requisito all'arte di vivere. Vuole dire mettere le cose nel posto giusto, dirigere e ridirigere i beni del mondo al fine di colmare i bisogni comuni ti tutti. E rispetto al cibo, questo vuole dire che dobbiamo ristrutturare l'economia per indirizzare il grano, legumi, frutta ed altri cibi del mondo dove appartengono: prima di tutto nei piatti vuoti degli indigenti ed affamati.  Se consideriamo la vasta scala della crisi, non si tratta tanto di spartire il cibo ma a livello globale di ridistribuirlo. Come faremmo a ridistribuire il cibo prodotto e trasportato attraverso il mondo soltanto sulla base del profitto commerciale? Ecco la radice del problema - la resistenza di coloro che sono solo interessati a vendere cibo per guadagni materiali.  Ed ecco perché la ridistribuzione globale del cibo per mettere fine alla fame sarà il primo segnale su questa terra di relazioni umane eque e di giustizia.

La giustizia del cibo

Vediamo anche se possiamo essere più chiari sul significato della giustizia nei confronti del cibo. Quando una persona nella nostra società commette un crimine uccidendo altre persone, va mandata in prigione. Però persino a questa persona vengono date le comodità di base e cibo a sufficienza e il governo non gli permette di patire la fame. Questa viene chiamata giustizia. Invece, abbiamo milioni di persone nel mondo che vivono giorno per giorno in uno stato di povertà che minaccia la loro vita e il governo non fa quasi niente per loro. Di quale crimine sociale sono colpevoli queste persone? Che tipo di giustizia c'è per loro? Chiaramente, non vi può essere giustizia in un mondo pieno di iniquità e indigenza a meno che il governo compia il suo dovere aiutando queste persone. E questo cosa vuol dire per i milioni di persone che senza colpa sono ridotte alla miseria e alla fame? Come minimo, vuol dire che anche se sei povero, anche se non possiedi beni, anche se non hai abbastanza soldi per volare in aereo per il mondo, almeno avrai abbastanza cibo per non rischiare di morire di fame o malnutrimento. Vuole dire che l'Articolo 25 della Dichiarazione Universale dei Diritti Umani deve diventare il principio fondatore di ogni nazione, ma la realtà dei fatti è quasi l'opposto. Persino in India, il paese con il maggior numero di persone malnutrite al mondo, il governo ogni anno spende 40 miliardi di dollari sul proprio bilancio militare nonostante non sia in guerra. Chi sta proteggendo il governo mentre migliaia dei bambini indiani muoiono ogni giorno a causa di malattie legate alla malnutrizione? C'è più che abbastanza cibo in quel paese per nutrire tutta la sua gente. Che cosa impedisce al governo di passare una legge che dice: "reindirizziamo il cibo ai milioni che hanno fame!"?

Non riusciremo mai a cambiare le priorità contorte del governo se limitiamo la nostra attività alla spartizione del cibo fra noi. Quello che dovremmo anche fare è unirci e manifestare davanti al governo per dire: "smettete quello che state facendo!" Ma, invece di esigere all'unisono che i nostri governi distribuiscano cibo agli affamati, molte persone coinvolte in iniziative per la spartizione del cibo si comportano come se fosse in corso una guerra. Il cibo è donato, raccolto, recuperato e ridistribuito per garantire ai poveri almeno l'accesso alle eccedenze alimentari nazionali. È una cosa nobile da fare ma noi non abbiamo bombe che cadono per strada, né restrizioni sulla disponibilità del cibo. Allora perché il cibo del mondo non arriva alla gente che ne ha più bisogno, nonostante il fatto che ne sia più che abbastanza per tutti? Le ragioni sono molto discusse: perché il prezzo del cibo è dettato dai capricci delle forze di mercato. Perché la commercializzazione all'ingrosso permette che venga ammassato, sprecato, speculato per profitto e venduto come foraggio ad allevamenti intensivi industriali. In risposta alle ingiustizie mostruose provenienti da questo giro di affari, nutriremmo qualcuno nella nostra zona per poi tornarcene a casa felici? Il gran numero di morti evitabili a causa della fame richiede una risposta urgente dai governi del mondo. Dunque, il primo passo per cambiare questa situazione è capire che non siamo in guerra, che c'è molto cibo disponibile al mondo, e che la colpa è dei nostri governi che causano carenza di cibo con le loro politiche avventate. Per quale altra ragione può una crisi del cibo di proporzioni bibliche ripetersi costantemente? È venuto il momento per dire: basta!

Sono i governi del mondo che hanno il potere di cambiare le leggi, di regolare le multinazionali e di reindirizzare il cibo dove ve n'é bisogno. Persino le multinazionali, nonostante le loro doppiezze, non riuscirebbero a tenere testa alla voce unita del popolo del mondo.  In qualsiasi modo si guardi, la chiave del cambiamento è il potere collettivo della gente comune. Se un buon numero di persone si uniscono per dire al leader corrotto di un governo che si deve dimettere, allora il politico se ne andrà, come abbiamo visto in Egitto.  E se un buon numero di persone boicottano i prodotti delle maggiori multinazionali agro alimentari, queste multinazionali sarebbero costrette a cambiare le pratiche distruttive che stanno causando povertà e perpetuando la fame. Sta a noi, uomini e donne di buona volontà, di prendere posizione per il tipo di mondo dove vogliamo vivere. Siamo nati per servire, siamo nati con compassione, siamo nati per aiutare quelli meno fortunati di noi e i governi ci stanno togliendo tutto questo con le loro perfide leggi e politiche; per quanto tempo ancora dobbiamo adeguarci mentre i nostri fratelli e sorelle stanno morendo di malattie e di fame?

Dobbiamo diventare attivisti e unirci dovunque viviamo nel mondo, insieme possiamo mettere fine a questa ingiustizia. È arrivato il tempo per una manifestazione enorme che continui finché la crisi della fame non venga gestita in modo adeguato dai nostri governi. Non deve accadere come per le proteste contro la guerra in Iraq nel 2003 quando milioni di persone si sono radunate ovunque nel mondo per un fine settimana per poi tornare a casa lasciando che i politici continuassero con le loro strategie mercenarie. Dobbiamo continuare, continuare e continuare, in ogni paese e ogni capitale, finché un programma d'emergenza per la ridistribuzione del cibo venga coordinato dai governi a livello internazionale. Non sarà sufficiente se il nostro obiettivo è quello di spartire il cibo entro le nostre località; la portata critica della situazione ci ordina di metterci insieme con la consapevolezza di quello che sta succedendo nel mondo, organizzarci ed esigere dai nostri governi che tutti siano nutriti. Persino le persone che stanno spartendo il cibo localmente e quelle cha stanno ricevendo quel cibo devono unire le forze, uscire a manifestare per la fine irrevocabile della fame!

L'ascesa di una collettività indignata

Senza l'ascesa di una collettività indignata non vedremo mai un riordino delle priorità globali, un reindirizzamento massiccio di fondi alle regioni più povere del mondo e una concreta ristrutturazione per assicurarci che la povertà estrema venga completamente eradicata e mai più consentita. Però non cadiamo nella tentazione di credere che i leader in carica dei governi ascoltino automaticamente un fortissimo appello della gente per metter fine alla fame. Sappiamo che i governi del mondo hanno i mezzi per porre rapidamente fine alla sofferenza di milioni di persone, ma questo non vuol dire che sia nei loro interessi farlo. Per esempio, diamo per scontato che solo interessi strategici o economici siano un incentivo perché un intervento straniero abbia luogo nelle zone di conflitto in Africa, ancor meno per la prospettiva di promulgare un programma di emergenza intergovernativo per ricostruire le regioni devastate e provvedere alla cura degli espropriati. E se anche ci fosse la volontà politica per un aiuto e un supporto così ampio, i metodi attuali usati per aiutare i poveri nei paesi meno sviluppati saranno sempre insufficienti, come l'Aiuto Pubblico allo Sviluppo. Questo è ciò che resta di un sistema obsoleto e dannoso ed è arrivata l'ora che la carità istituzionalizzata venga rimpiazzata da un programma internazionale di azione coordinato per mettere fine per sempre alla fame e alle privazioni non necessarie.

Dunque i leader attuali dei governi capiranno quello che bisogna fare per risolvere la povertà e l'ingiustizia anche se obbligati a farlo spinti dall'opinione pubblica del mondo? Forse si o forse no. Forse il primo passo lo deve compiere la gente mandando via tutti i vecchi politici che mantengono lo status quo e mettere persone comuni con buonsenso in posti di potere. La persona comune qualificata vede il mondo in modo molto diverso dal politico ricco che è stato educato in scuole private e università di elite. Il buonsenso appartiene alla gente comune in ogni paese perche sono loro che vedono il bisogno per la giustizia, che non vogliono diventare ‘qualcuno' agli occhi degli altri, e che vogliono solo servire il bene pubblico. Non sono come burocrati governativi che lavorano senza visione secondo un'ideologia che serve solo i ricchi, l'establishment e le potenti multinazionali.

Questa è una ragione per la quale il buonsenso non è mai prevalso nelle nostre società perche da tempo è stato messo al bando da governi prepotenti e dai loro leader sconsiderati.  Infatti, i capi di stato conservatori non sono qualificati per i cambiamenti che ci aspettano per ovvie ragioni. Prima di tutto, non è colpa loro, non sono stati addestrati ad attuare politiche che possano sfamare la gente e invertire la rotta di decenni di commercializzazione distruttiva.  In secondo luogo rimarrebbero scioccati se glielo chiedessimo. Direbbero: ‘Scusate ma io ho miliardi di dollari in contratti in paesi stranieri e voi adesso mi chiedete di mettere a rischio tutti quegli anni di lavoro per il nostro proprio interesse nazionale? Non posso farlo!' Chiedere a un politico del vecchio ordine di trasformare le sue priorità politiche potrebbe essere un errore fatale, perché se continui a chiedere alla persona sbagliata di ascoltare le esigenze della gente finirai allora col chiederglielo con violenza. E la violenza non è un modo di spartire le risorse del mondo o di chiedere di spartirle.  Per questo i vecchi governi devono andare via. Non dobbiamo più sprecare tempo a votarli. E non ha senso protestare affinché quei politici cambino radicalmente le loro politiche, perche non lo faranno mai. Dunque, devono lasciare le loro cariche! Abbiamo bisogno che se ne vadano!

Dobbiamo rimpiazzare le autorità dottrinali con sangue fresco, con gente comune che è qui per servire l'umanità con gratitudine, umiltà e saggezza. Perché la persona comune sarà conscia del motivo per il quale è stata eletta, mentre l'ex politico non era in carica per questo. Ci sono molte persone con esperienza che lavorano in organizzazioni non-governative (ONG), per esempio, che lavorano con un atteggiamento di servizio altruistico e sanno precisamente quali cambiamenti sono necessari in vari campi. Queste sono il tipo di persone di cui abbiamo bisogno per proporre le politiche che i nostri governi devono implementare, le quali dovrebbero essere portate alle Nazioni Unite e formulate in un programma internazionale di ristrutturazione economica e ridistribuzione di risorse. La moltitudine di ONG nel mondo stanno svolgendo il lavoro che avrebbero dovuto fare i nostri governi, come curare l'ambiente, nutrire gli affamati, curarsi dei poveri e sviluppare politiche che aprano la strada a un mondo migliore. Ciò che rappresentano le ONG progressiste e umanitarie è, in effetti, ciò a cui i nostri governi dovrebbero aspirare. Allora dobbiamo sollevare i politici convenzionali, introdurre persone addestrate e lasciare che la saggezza delle ONG sia alla guida dell'amministrazione dei nostri nuovi governi. Una volta che mettiamo fine alla confusione creata dai governi che seguono le regole discordanti della commercializzazione, allora gli affamati potranno finalmente mangiare, i danni venire lentamente rimediati e il resto seguirà naturalmente. Ogni nazione sa già quello che vuole. E se solo ascoltassimo i pensieri delle persone più acclamate nei molti movimenti popolari e gli attivisti delle ONG, avremmo le risposte che ci servono.

La nostra compiacenza collettiva

In risposta a queste affermazioni, molte persone potrebbero contestare che é troppo idealista aspettarsi che la voce pubblica unita si concentri sui poveri. Tra le centinaia di manifestazioni che stanno nascendo spontaneamente in ogni paese, per esempio, perché non abbiamo ancora visto manifestazioni nelle piazze delle nostre città per porre fine alla fame? È una domanda importante a cui pensare, anche se forse abbiamo già la risposta. È perche ci sembra normale che ci siano persone che muoiono di fame in altre parti del mondo. Ci siamo abituati; sono decenni che dura.  È facile dire cosa dovremmo fare, cioè andare uniti dai nostri governi e con il potere di milioni di voci colpire con la forza della nostra semplice richiesta, giorno dopo giorno in manifestazioni pacifiche finché sia fatto qualcosa.  Ma la cosa più vicina che abbiamo adesso sono le persone che si scambiano il cibo, che donano alle associazioni benefiche o condividono il cibo durante le feste della comunità. E tra le tante organizzazioni che stanno spuntando attorno all'idea di spartire il cibo, la maggior parte non menziona nemmeno il fatto che c'è gente affamata in paesi lontani. E perché no? Perche è molto più sicuro limitare l'idea di spartire al livello del proprio paese o comunità. Siamo molto meno inclini verso l'opinione che spartire deve essere applicato globalmente, perché allora forse dovremmo riflettere sul nostro proprio stile di vita riguardo alla gente più povera del mondo, altrimenti dovremmo prendere posizione contro il governo e le sue politiche.

Anche se conosciamo la vera portata della precarietà di cibo nei paesi più poveri, preferiamo rispondere all'idea di spartire il cibo in una maniera limitata ed egocentrica, senza svalicare la nostra zona di sicurezza. Preferiamo fare una festa in nome della spartizione del cibo, mentre milioni di persone stanno patendo la fame. Possiamo sentirci bene partecipando in tali attività di spartizione del cibo ma, alla fine, è l'estensione del nostro compiacimento che riduce l'idea di spartire cibo a un ‘ismo' o una fantasia. Non vorrà dire niente rispetto alla critica situazione mondiale e non otterrà niente per la sopravvivenza dell'umanità. La compiacenza è come l'acqua; va dovunque può quando viene smossa, ma cerca sempre il proprio equilibrio e cerca di tornare allo stesso posto di prima.  La nostra compiacenza fa lo stesso perché cerchiamo sempre la nostra sicurezza e cerchiamo un posto dove nasconderci dalla nostra paura. La compiacenza e la paura sono la stessa cosa perche l'una non può vivere senza l'altra. Abbiamo tutti molta paura, e ci comportiamo come se dovessimo vivere mille anni, anche se le tensioni del mondo sono così estreme che, senza cambiamenti drastici, saremo presto finiti. E siamo tutti colpevoli della crisi della nostra civiltà, perché nessuno è assolto dal tumulto nelle nostre società che abbiamo ereditato insieme e ricreato, una generazione dopo l'altra.

Allora su chi dovremmo puntare il dito, riguardo l'atrocità della fame? Sappiamo che i governi non sono interessati a ridistribuire il cibo laddove c'è una necessità critica e le grandi multinazionali stanno provocando la fame con la commercializzazione del cibo e la marginalizzazione dei poveri. Però noi siamo maggiormente colpevoli dei governi e delle multinazionali perché per via della nostra indifferenza non facciamo quasi niente per prevenire che questa situazione continui anno dopo anno. Anche se, purtroppo, nessuno può radunare altre persone a manifestare per le strade affinché i governi mettano fine alla fame come questione di priorità globale.  Solo la consapevolezza può condurre a capire che prevenire la privazione di cibo é un imperativo morale, e non è perdonabile che qualcuno muoia per mancanza di cibo quando c'è n'è in abbondanza. Questo vuol dire che morti inutili a causa della fame in un mondo di abbondanza sono la conseguenza finale della nostra compiacenza collettiva, e non si può scappare da questa brutale realtà. Non sono i nostri governi, non sono le multinazionali, non è un complotto da parte di una società segreta, ma siamo noi i colpevoli.

Spartire per mettere fine alla fame

Come potremmo definire il principio della spartizione riguardo al cibo? Come abbiamo già accertato ,vuol dire mettere fine alla fame sulla base di una emergenza internazionale. Vuol dire assicurarsi che ogni uomo, donna e bambino può accedere al cibo che è disponibile ovunque. È veramente così semplice. Non è una situazione complicata, nonostante quello che gli esponenti della commercializzazione vogliono farci credere. Quello che chiamiamo il sistema ha creato tante divisioni nelle nostre società attraverso complesse leggi e politiche e, alla fine, nessuno capisce più che cos'é il sistema. Ma questo non vuole dire che dobbiamo pensare al problema del cibo in modo complicato, perché siamo tutti uguali nei nostri bisogni comuni da esseri umani. Il principio della spartizione, quando applicato alla distribuzione del cibo porterebbe, come minimo, alla fine della fame nel mondo. Vorrà dire che tutti hanno accesso a cibo sano e nutriente finché, col tempo, la parola ‘spartire' non sarà più associata con la parola ‘cibo' nel nostro vocabolario. Il vero significato di attuare la spartizione negli affari mondiali è portare equilibrio all'umanità e alla natura in modo che tutto e a tutti venga dato il diritto naturale donatoci da Dio di evolvere. Perciò, spartire il cibo del mondo vorrà dire molto più che sconfiggere la fame, perche condurrà ad una nuova consapevolezza globale riguardo alla nostra relazione con l'un l'altro e la natura.

Certamente questa consapevolezza deve riflettersi in cambiamenti profondi nelle politiche di governo, nelle regole di commercio ingiuste e sussidi agricoli perversi. Innumerevoli leggi dovranno sparire se vogliamo districare il cibo dal complesso processo di commercializzazione. A lungo termine, dovremo imparare a vivere più semplicemente per non produrre più cibo di quanto abbiamo bisogno, o di sprecarlo inutilmente.  Finché continuiamo a produrre sempre più cibo per l'inseguimento perenne del profitto commerciale stiamo distruggendo la terra per nessuna ragione valida, mentre non riusciamo ad assicurarci che tutti siano alimentati e nutriti. Dunque, la prima fase della spartizione del cibo al livello mondiale inizierebbe dalla ridistribuzione urgente del grano ed altri cibi essenziali e da questo processo di ridistribuzione una seconda fase necessiterebbe una nuova semplificazione nel nostro rapporto con il cibo, affinché produciamo solo quello di cui abbiamo bisogno senza continuare a nuocere alle risorse naturali della terra. E questo, a sua volta, implicherebbe chiaramente il ruolo delle multinazionali agro alimentari ad essere obbligate - attraverso la forza implacabile dell'opinione pubblica - a pagare la loro ‘giusta parte' nella ridistribuzione del cibo, al contempo riformando drasticamente il loro ruolo attuale nell'agricoltura industriale. Il tutto dipende, infine, dalla nostra collettiva disponibilità di radunarci e manifestare nelle strade come mai prima, finché le organizzazioni intergovernative e nuove disposizioni economiche faranno si che venga garantito a tutti l'accesso al cibo necessario. Sappiamo che abbiamo i mezzi finanziari per farlo, anche se solo ridirigendo le nostre tasse che vengono erroneamente utilizzate in spese militari. Sappiamo che abbiamo il cibo, la competenza, la capacità e tutte le altre risorse necessarie. Allora che cosa stiamo aspettando? Uniamoci e andiamo di fronte ai nostri governi ad esigere un'azione senza precedenti per mettere fine alla fame del mondo!


Mohammed Mesbahi è il fondatore di STWR. 

Traduzione in italiano da Katherine Gregor & Francesca Battisti.

Questo articolo è basato su una serie di dialoghi, editi da Adam Parsons che può essere contattato a adam[chiocciola]stwr[punto]org.

Photo credit: Jason Taylor, The Source Project